Il pirata che divorava le montagne

La passione per il ciclismo risale agli anni della mia adolescenza e, quasi sempre, le cose che si ricordano di più sono quelle che hanno una risonanza emotiva. Il ricordo è, a distanza di anni, ancora chiaro nella mia mente. Mio padre che ritornava dal lavoro e dopo la doccia si stendeva sul letto con una gamba sull’altra quasi a sigillare, con quel gesto, la chiusura della giornata. Di solito guardava, prima di cena, lo sport ed in particolare il ciclismo. Un giorno gli chiesi: «Come mai ti piace così tanto?», e lui mi rispose: «Insegna a sopportare la fatica». Non ancora soddisfatta, gli domandai: «Chi è il tuo preferito?» e lui: «Silvano Contini, un passista scalatore». Continuando a rovistare nei miei ricordi emergono tracce di quel corridore e di mio padre. Contini era un talento ma non una star, era piccolino e con passo tenace e costante scalava le montagne, arrivando in cima anche quando non vinceva, e dichiarò in un’intervista che «il senso del ciclismo è nella sua fatica che ti serve anche nella vita quando scendi dalla bicicletta, poiché nulla è scontato». A distanza di anni, credo che questa sia una delle lezioni più importanti che mi abbia lasciato mio padre. A lui piaceva molto Marco Pantani che, al contrario di Contini, era uno scalatore puro ed era una star. Entrambe queste caratteristiche, probabilmente, hanno segnato la sua carriera e la sua tragica morte. In una delle ultime interviste rilasciate a Gianni Minà, Marco Pantani afferma: «Chi mi ha portato alle stelle mi ha scaraventato nelle stalle. È stata ferita la mia anima e la mia volontà».
La vita personale e sportiva del Pirata ci aiuta a riflettere su alcuni temi che riguardano da vicino gli esseri umani: il successo, la fragilità, il fato, la solitudine, la passione per la vita. Lui cominciò a pedalare con la bici della madre, la mitica Graziella, per gioco e per il gusto di misurarsi con i suoi coetanei e di cercare salite da addomesticare. Più tardi il gioco e la passione per le due ruote si trasformarono nel suo lavoro. Alla madre è legato l’aneddoto che l’ha consegnato alla storia del ciclismo come il Pirata. La signora Tonina racconta di avergli consigliato di mettere la bandana per coprire la sua testa piccolina perché così sarebbe stata riconoscibile in mezzo al gruppo. Insieme al pizzetto e all’orecchino, nasce il mito di quell’uomo mingherlino che sfidava Les Deux Alpes, sfilandosi la bandana e alzandosi sui pedali. In quell’istante, i muscoli dei polpacci diventavano tesi, le smorfie del suo viso più sofferenti, ma lui era tenacemente lì, attaccato alla strada mentre solcava ali di folla che gridavano il suo nome, che lo spingevano un passo oltre. Lui, Marco Pantani, agile in quei pochi chili, con la pelle sottile che sembrava essere attaccata alle ossa e lui alla bici, che nemmeno ci si poteva rendere conto di come un ragazzo tanto minuto potesse sopportare quella fatica e ugualmente andare tanto forte. Nei torridi pomeriggi estivi, quando andava di scena il Tour de France, tutti sapevano che quello era il gesto che dava inizio agli scatti di Marco Pantani, scatti taglienti come rasoiate e che finivano per fare il vuoto dietro di sé. Nel 1997 fece sognare quando, sulle montagne francesi, fiaccò la resistenza prima di Virenque e poi di Ullrich. Il tifo in Italia era lo stesso dei mondiali di calcio.
Eppure per Marco Pantani quei risultati non erano stati semplici da raggiungere non tanto per il rigore e la disciplina che esigevano gli allenamenti, quanto per la sfortuna, secondo alcuni ”senza limiti come il suo talento”. Nel 1995 mentre si allenava una macchina lo investì, causandogli una frattura scomposta della gamba sinistra. Servì una bacchetta di ferro lunga 30 centimetri per tenerla insieme. Marco era terrorizzato di non potere correre più, eppure ce la fece. Si sottopose ad una lunga e dolorosa riabilitazione, soffrì e ritornò a gareggiare. Nel 1997 fu un gatto nero a farlo cadere rovinosamente durante il Tour. Eppure il Pirata tornava sempre a lottare perché, come diceva lui stesso: «non c’è supermarket dove si compra la grinta: o ce l’hai o non ce l’hai. Puoi avere il tecnico migliore, lo stipendio più alto, e tutti gli stimoli di questo mondo ma quando sei al limite della fatica sono solo le tue doti ad aiutarti».
Ma perché Marco Pantani era tanto amato? La bellezza del suo gesto atletico, indubbiamente, le emozioni belle e intense che lo sport può regalare, il rivedere il talento che ricordava il grande Fausto Coppi; e la lista potrebbe continuare. Sì, e poi? Alla gente piaceva quel giochino pomeridiano che allietava i caldi pomeriggi estivi, voleva l’eroe in cui identificarsi, voleva l’impresa, voleva vestirsi come Pantani per le uscite domenicali, indossare la bandana. Poi quando le cose andarono diversamente lo abbandonò, convinta che ci fosse un altro. Ma un altro, a distanza di  vent’anni, non è stato ancora trovato. Il campione era ciò che volevano l’opinione pubblica, lo sponsor, la pubblicità. Al campione non si perdona nulla, nemmeno di essere un uomo. Nel febbraio del 2003 Pantani dichiarò a “Repubblica”: «La verità è che il ciclismo moderno ha bisogno del personaggio e, per tanti anni, quel personaggio sono stato io. Si chiedono: chissà che mondo sarà senza Pantani? Non so che dire…il ciclismo mi mancherà certo, ma anch’io, ne sono convinto, mancherò al ciclismo».
La fine di Pantani iniziò a Madonna di Campiglio il 5 giugno del 1999 con un numero, 52 di ematocrito, che decretò la sua esclusione nella penultima tappa dal Giro d’Italia, praticamente vinto. Lui stesso disse: «Sono caduto e mi sono rialzato tante volte, stavolta non so se ce la farò». Quello che è certo è che non avremo mai una verità chiara e inoppugnabile sul valore delle analisi del Pirata, che da una notte passò da 48 a 52, con il limite posto a 50 e una tolleranza dell’1%. C’è una puntuale ricostruzione di quei fatti svolta dalla trasmissione le Iene in cui si mettono in luce le ombre di quel giorno, le presunte influenze della malavita a seguito delle rivelazioni di Vallanzasca; tuttavia manca la sicurezza di una valida ragione che abbia causato, nei fatti, la morte di un giovane uomo assetato di vita e di passione per la sua bici. Ricordo che mi addolorò molto tutta quella storia, sembrava che la sfortuna nera, come canta Fabrizio De André, facesse «la tana dove non c’è luna». Io sono stata sempre certa della sua innocenza, pur non sapendo come sono andati i fatti, perché ho sempre visto in lui la fatica e la tenacia dell’uomo che ha lottato contro gli incidenti, che ha sentito il dovere di ricominciare ogni volta; ma più di tutto Marco Pantani era un uomo sincero, si sentiva che era così. Subito dopo Madonna di Campiglio il suo volto si era trasformato, era affranto come chi ha subito una tremenda ingiustizia. Non c’erano tracotanza, odio nelle sue parole, ma un profondo senso di vergogna tipico di chi è stato ferito ingiustamente. La sua mente non era mai tracollata nemmeno davanti agli incidenti che avevano funestato la sua carriera; la sua mente è crollata quando gli è stata trafitta da parte a parte l’anima, quando è stata messa in dubbio la sua sincerità di uomo e di ciclista, perché sapeva bene che il cinismo della gente avrebbe visto in lui solo l’ombra del doping. A quel punto non ha più saputo immaginare il suo futuro. In realtà nessun doping sarebbe stato determinante per quelle imprese, poiché per quelle salite bisognava avere nervi, gambe, sopportazione per la fatica e la voglia di arrivare.
Allora cos’è questo successo? Una terribile macchina da guerra, e, se non ci si arriva con radici ben salde, si fa presto a finire, come scrive Manzoni a proposito di Napoleone, «due volte nella polvere, due volte sull’altar». Qualche volta capitò che Marco Pantani, mentre andava in bicicletta, venisse insultato: «dopato!». Immaginiamo in quale macelleria sarebbe finito al tempo degli hater, dei social, oppure sulla bocca di chi interviene in tutte quelle inutili trasmissioni che chiacchierano sulla pelle degli altri.
Voglio dedicare lo spirito di questo articolo, che è lo spirito del ciclismo, a tutti/e quelli/e che hanno una cima da scalare, una montagna improvvisa, a coloro che ce l’hanno fatta, a chi non ha potuto ed al mio caro amico Tieffe che sta pedalando, perché, come ci ricorda Pantani: «Il ciclismo a me piace perché non è uno sport qualunque. Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo». E a te, caro Pirata, che hai messo le ali alla tua bici e con lei hai scalato anche il cielo.

 

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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