Mine vaganti: dal cinema al teatro

Sulla nostra rivista non poteva certo mancare la recensione di uno spettacolo da cui, con fantasia e ironia, abbiamo in qualche modo preso il nome, dandogli nuova “vita”.
Il film penso sia ricordato piuttosto bene da chi frequenta le sale cinematografiche: uscì nel 2010 e fu uno dei maggiori successi del regista e autore Ferzan Ozpetek; i due grandi interpreti non protagonisti – che purtroppo ci hanno lasciato – Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini ottennero il David, ma altri premi prestigiosi salutarono l’opera: cinque Nastri d’argento (fra cui quello al regista e al formidabile duo: Lunetta Savino ed Elena Sofia Ricci), quattro Globi d’oro, quattro Ciak d’oro (fra cui quello a Riccardo Scamarcio), premio speciale della Giuria al Tribeca film festival di New York. Anche la trama si ricorderà: più volte Ozpetek ha ribadito che la vicenda gli era stata ispirata da un amico “disperato” che viveva all’estero e che si era visto attribuire “la croce di ètero” perché il fratello aveva rivelato in famiglia la sua omosessualità. Due figli gay sarebbero stati un colpo insostenibile per i genitori, nel film interpretati da Fantastichini e Savino. In una recente intervista comparsa su “Repubblica” (25 gennaio) Ozpetek racconta che fin dall’inizio, quando aveva scritto la sceneggiatura con Ivan Cotroneo, aveva ottenuto i diritti teatrali, convinto che prima o poi avrebbe portato il suo lavoro sul palcoscenico. «Ci sento dentro la memoria di una storia, con più soglie di racconti, più di un sipario, la possibilità di entrare in una casa e di coinvolgere gli spettatori, l’equivalente del paese, della piazza a cui i personaggi, spinti da me in platea, si rivolgono». L’occasione finalmente è arrivata, grazie alla collaborazione con il Teatro della Toscana, e in questi giorni lo spettacolo ha iniziato il suo tour in provincia (prima regionale al teatro Manzoni di Pistoia) per approdare a Roma il 19 febbraio.
I dialoghi sono stati parecchio cambiati, mentre la struttura narrativa è rimasta la stessa, così ha spiegato Ozpetek che è anche regista di questa versione; d’altra parte la sua è una visione molteplice dell’arte: ha appena curato la regia di Madama Butterfly al San Carlo di Napoli e ha realizzato la video-istallazione Venetika per la Biennale di Venezia, mentre è uscito nelle sale il nuovo film La dea fortuna e in televisione si è apprezzato il corto dedicato ai dieci anni dell’Alta Velocità.
Ozpetek afferma che la sua idea del teatro è stimolante, viva, fatta di un continuo dialogo fra attori e pubblico; confessa di annoiarsi di fronte a lavori troppo intellettuali, preferisce le emozioni e persino le risate che favoriscono comunque la riflessione. Per uno che ha avuto i suoi inizi con Massimo Troisi, di cui fece l’assistente tutto-fare, non deve meravigliarci: dalla Turchia all’Italia il passo fu lungo e rischioso, ma poi le doti sono emerse da sole, a partire dal primo film: Il bagno turco, in una carriera ricca di prove di grande valore: da Le fate ignoranti a La finestra di fronte, da Saturno contro a Un giorno perfetto.
Nella versione teatrale di Mine vaganti gli interpreti sono totalmente nuovi rispetto al film: i genitori sono Francesco Pannofino e Paola Minaccioni, i figli (Scamarcio e Preziosi nel film) sono interpretati da Arturo Muselli e Giorgio Marchesi, mentre spetta a Caterina Vertova il bel ruolo della nonna, la mina vagante della famiglia che assumerà su di sé il compito di risolvere la vicenda. Le scene sono essenziali, mutevoli grazie a un semplice spostarsi di tendaggi; la casa rimane al centro, mentre del pastificio della famiglia Cantone si parla spesso, senza mai vederlo veramente, come pure dei compaesani curiosi e pettegoli, di fatto noi seduti/e in platea, dove gli attori scendono, camminano, si muovono, infrangendo la quarta parete in un divertente gioco di rimandi. L’ambientazione rispetto al film si sposta da Lecce alla Campania, nella zona di Gragnano, e l’inflessione dialettale crea effetti talvolta comici, specie nei dialoghi fra i due genitori e con la cameriera, con le pause a effetto, le esclamazioni, le battute fulminanti. La versione teatrale vede come narratore Tommaso, il figlio che vorrebbe finalmente confessare che a Roma studia Lettere e vuol fare lo scrittore, ha un amico con cui convive e non si occuperà mai del pastificio. Ma Antonio, il fratello maggiore, lo batte sul tempo: ha lavorato, ha sopportato, si è impegnato da bravo primogenito, ma ora spetta a lui dire la verità. In tal modo brucia l’occasione al fratello che non può svelarsi al padre, un uomo all’antica, gretto e rozzo, anche se affettuoso e buono, che cerca disperatamente di non credere alla realtà. Le donne, invece, pur con mille incertezze, sono arrivate ben prima a capire, soprattutto la nonna, umana e comprensiva, lei stessa in gioventù “colpevole” di un grande amore mai sopito: quello per il cognato. Lei che – malata di diabete – sceglierà di darsi la morte mangiando dolci in quantità per lasciare la propria parte in eredità agli amati nipoti.
La vicenda si dipana fra colpi di scena (come l’arrivo inaspettato degli amici gay da Roma), equivoci (come lo spettacolo delle drag-queen frainteso dal padre: sono bravi, sono attori!), pause riflessive (quando Tommaso medita sul suo futuro o quando la nonna si ritaglia il suo spazio davanti allo specchio e ricorda e riflette), momenti di disagio e contrasto fra i due fratelli che arrivano a picchiarsi, divertenti battibecchi fra la zia – in cerca sempre di un bicchierino e di un bel giovanotto – e la cognata.
Lo spettacolo scorre veloce, con grande ritmo, grazie all’interpretazione dell’intera compagnia affiatata e ben assortita: tutti/e bravissimi/e, a loro agio ognuno col proprio ruolo; si apprezza una regia coinvolgente, come era nelle intenzioni di Ozpetek, che non fa neppure rimpiangere il cast cinematografico.
Annotazione finale, piccola soddisfazione di una fedelissima frequentatrice del teatro pistoiese: al termine dei lunghi applausi, Pannofino ha ringraziato dell’accoglienza il caloroso pubblico presente e si è complimentato per la bellezza del teatro Manzoni. Anche la provincia ha i suoi tesori.

 

 

Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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