«La più pazza e la più saggia creatura». Mirandolina, la locandiera di Carlo Goldoni

Febbraio è indubbiamente il mese di Carlo Goldoni: nacque a Venezia nel 1707 proprio il 25 di quel mese e morì a Parigi nel 1793, il 7 febbraio. Non è però solo una questione anagrafica perché una delle sue creature più famose, Mirandolina, divenne la protagonista incontrastata del Carnevale veneziano del 1753, quando venne messa in scena la commedia a lei dedicata La locandiera.

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Carlo Goldoni

Non è un caso che Goldoni sia stato definito come il primo grande ritrattista delle donne nel teatro italiano visti i 51 titoli al femminile delle sue commedie e la sua capacità di plasmare caratteri nuovi, complessi, poliedrici e versatili per cercare di svelare il mistero che si cela nel femminile. Le sue esperienze personali dell’“eterno femminino”, per dirla alla Goethe, sono solo accennate nei Mémoires dove Goldoni non indugia per pudore sulle sue relazioni, ma consente di comprendere come sia nella sua vita privata che in quella professionale l’incontro con le donne avesse esercitato su di lui un’influenza fondamentale. Innanzitutto, durante l’infanzia e l’adolescenza, il legame con la madre e con la zia fu molto forte tanto da determinare una rocambolesca fuga da Rimini, dove stava affrontando gli studi superiori per volontà del padre, sulla barca di una compagnia di comici al fine di raggiungere la madre a Chioggia. La prima giovinezza di Goldoni fu segnata dall’inquietudine, da continui spostamenti, da avventure amorose e dall’incapacità di concludere gli studi tanto da venir addirittura cacciato dal prestigioso Collegio Ghislieri, in cui era ospite mentre frequentava la facoltà di Legge all’Università di Pavia, a causa di una satira da lui composta sulle donne della città. La morte del padre e la necessità di provvedere alla madre lo portarono al conseguimento della laurea in Legge a Padova e poi alla professione di avvocato, ma la vocazione era in lui talmente forte che nel 1734 lasciò tutto per diventare scrittore per il teatro grazie al capocomico Giuseppe Imer, che gli commissionò i testi per il teatro veneziano di San Samuele, a cui seguirono altre importanti collaborazioni con teatri italiani e stranieri. Proprio in concomitanza con il suo ingresso nel mondo del teatro, conobbe Nicoletta Connio, figlia di un notaio in quella Genova in cui Goldoni si trovava con la compagnia Imer. I due si innamorarono e si sposarono nel 1736. La donna viene sempre elogiata dal marito nella sua autobiografia francese: era tranquilla, devota e in grado di trasmettergli quella pace e quella consolazione di cui l’animo inquieto e ciclicamente colpito da crisi nervose dell’uomo aveva bisogno. Diciamo che la dote più spiccata di Nicoletta fu sicuramente la pazienza: prima di tutto fu costretta a lasciare la sua città e a condividere la casa con la madre e la zia del marito, praticamente due suocere, poi lo seguì ovunque durante i suoi viaggi e le sue peregrinazioni, accettò i suoi vizi, fra cui il gioco, e i ripetuti tradimenti. Goldoni le riservò sempre parole d’affetto e di riconoscenza e la personalità della compagna venne consacrata in alcuni caratteri delle sue commedie come Rosaura, protagonista di La moglie saggia, e Bettina di La buona moglie.
La complessità e duplicità dei personaggi femminili goldoniani non si esaurisce sicuramente con l’immagine della moglie fedele e comprensiva, ma trova compimento in quella che è stata definita da Eleonora Duse, una delle attrici che la interpretò, «la più pazza e saggia creatura», vale a dire Mirandolina. Su di lei è stato detto tutto e il suo contrario anche in base a chi recitò il suo personaggio, fra le attrici di maggior successo spiccano: Adelaide Ristori, la stessa Duse, Rina Morelli, Annamaria Guarnieri, Adriana Asti, Valeria Moriconi, Carla Gravina e Marina Malfatti, per citarne alcune.

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Eleonora Duse in La Locandiera, 1891

Indubbiamente nella creazione di un personaggio così poliedrico, contraddittorio e sfuggente in quanto connotato da una natura ambivalente, ebbe un certo peso la figura di Maddalena Raffi Marliani, l’attrice che per prima lo portò in scena e sulla quale Goldoni forgiò il carattere della sua locandiera. La riforma della Commedia dell’Arte non fu una rivoluzione radicale e improvvisa, ma un processo lento e graduale che Goldoni affrontò con rigore e metodo, facendo prove, commettendo errori e sperimentando sempre con attenzione e cura soluzioni nuove che, a volte, lo portarono a fare passi indietro invece che avanti. Questo metodo sperimentale fece scrivere a Francesco De Sanctis che Goldoni «riuscì il Galileo della nuova letteratura» perché, usando il «telescopio dell’intuizione netta e pronta del reale», «osservava la natura» e «ritraeva il vero» e ciò era visibile sia nelle ricostruzioni degli ambienti e delle realtà sociali, ma anche e soprattutto nella creazione dei personaggi. Convincere attori e attrici a studiare un copione quando erano abituati a improvvisare, convinti che in questo consistesse la loro arte, fu cosa alquanto folle e ardita, per questo Goldoni dovette agire con attenzione ed astuzia per non perdere l’alleanza con loro e si avvalse dell’esperienza maturata e della personalità unica e singolare di ciascuno/a, forgiando spesso su di loro i suoi tipi umani. Ciò vale soprattutto per Mirandolina interpretata da Corallina, nome d’arte di Raffi Marliani, che aveva già ispirato Goldoni in La serva amorosa, ma che lo condizionò soprattutto con La locandiera. Durante la stesura della commedia, pare che i due ebbero una relazione e nel considerare i caratteri, gli atteggiamenti, i motteggi, le strategie seduttive, i vizi e le virtù di questo indimenticabile personaggio del teatro italiano non è un elemento da trascurare.
Partendo dal titolo, la commedia pone subito alla ribalta il ruolo sociale della protagonista: Mirandolina è la padrona di una locanda a Firenze. Al di là del giudizio morale di donna onesta o crudele, infida o virtuosa, è indubbio che lei sia un’efficiente donna d’affari che pone il proprio lavoro al centro della sua vita, subordinando ad esso qualsiasi scelta e apparenza. Nell’avvertenza iniziale all’opera, l’autore si rivolge a chi legge con un chiaro intento moraleggiante e presenta Mirandolina come la donna «più lusinghiera» e «più pericolosa» di tutte quelle che fino ad allora erano state messe in scena. L’intento della donna, per il suo creatore, è quello di far vedere come si fanno innamorare gli uomini e, in particolare uno, il Cavaliere di Ripafratta, che mostra segni evidenti di una alquanto vituperata misoginia. L’uomo, ritratto come una povera vittima, alla fine si innamorerà e l’autore dichiara di aver voluto mostrare con quest’intreccio «la barbara crudeltà» con cui quelle che lui definisce «incantatrici Sirene», alla Mirandolina, si prendono gioco e motteggiano «gli sciagurati» che hanno sconfitto. La conclusione di questa introduzione è molto interessante perché Goldoni chiama in causa anche sé stesso come uomo ferito dal gioco pericoloso e seduttivo di un’altra Mirandolina e contrappone le «donne oneste», che saranno felici di apprendere il modo di smascherare le simulatrici che disonorano il loro sesso, alle «femmine» che lo malediranno per aver svelato i loro inganni, mostrando come possono definirsi donne quelle che si conformano al modello culturale vigente, mentre sono solo femmine, e quindi da biasimare, quelle che se ne discostano.
Sia come sia, per dirla proprio alla Goldoni, è evidente come nell’intreccio della commedia sia fondamentale il gioco seduttivo messo in atto dalla protagonista per far innamorare un Cavaliere misogino che usa modi brutali dai quali Mirandolina si sente profondamente offesa. La domanda è: che cosa spinge la protagonista a fare ciò? Rispondere a questo quesito significa individuare quelle complesse e alquanto sfuggenti sfumature di cui è dotato il personaggio. Sembrerebbe tutto chiaro: l’orgoglio offeso della donna, la ripicca, la volontà di vendicarsi di chi mostra di disprezzare il genere femminile, ma è riduttivo pensare che sia solo una volontà di rivalsa. Alcuni hanno visto anche una sorta di orgoglio di classe, quella industriosa e operosa classe mercantile tanto cara a Goldoni, che si oppone alla tracotanza del Cavaliere che la vuole degradare ad una condizione servile, ma vi è altro ancora e il primo monologo della protagonista collocato nella scena nona dell’atto primo è illuminante. Mirandolina dice: «tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata» ed ecco che alcuni critici vi hanno letto uno spiccato narcisismo che trova soddisfazione nell’avere intorno a sé una corte di adoranti innamorati o anche una sorta di ossessione del potere sugli altri. Poi però il discorso continua con: «non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno» e la locandiera lancia il guanto di sfida a quelli che sono definiti «cuori barbari» considerati nemici del genere femminile. È desiderio di dominio e comando unito ad aridità sentimentale mascherata dall’alibi della difesa della propria libertà oppure una rivendicazione di sé in quanto donna che si esplica attraverso una sfida nei confronti del maschio-dominante?
Da Mirandolina non è mai facile ottenere risposte univoche e chiare e forse ha proprio ragione Fabrizio, il cameriere della locanda che ambisce alla mano della padrona, quando sostiene «chi può intenderla è bravo davvero». Questo accade perché una delle innegabili capacità della locandiera è la sua abilità nel fingere: quello che si avverte leggendo, o ancor meglio assistendo alla commedia, è la sensazione di partecipare ad un’operazione metateatrale. Mirandolina è un’ottima attrice: accetta i regali dei suoi due spasimanti, il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita, senza sembrare sfacciata e ruffiana, ed è in grado di ideare una strategia vincente anche per piegare la ritrosia del Cavaliere di Ripafratta. Sfrutta a suo favore la misoginia dell’uomo, mostrando di comprendere il suo odio nei confronti delle donne; si esprime in modo sincero con lui, lo asseconda e ne riconosce la superiorità; usa nei suoi confronti dei modi, una cortesia e una dolcezza a cui anche il ruvido Cavaliere mostra di non essere indifferente. Nel momento in cui si rende conto di essere ormai caduto in trappola l’uomo tenta la fuga, chiedendo il conto e convincendosi della necessità di partire, ma Mirandolina gli assesta il colpo finale mettendo in scena il dolore e la sofferenza che le provoca il suo allontanamento, non risparmiandosi addirittura uno svenimento. Il Cavaliere cade definitivamente nella trappola e non solo si riconosce innamorato della locandiera, ma addirittura è costretto a confessare in pubblico la sua sconfitta, con grande vergogna.
Se quello dell’atto terzo potrebbe sembrare il trionfo di Mirandolina, anche in questo caso la realtà si mostra più complessa: il Cavaliere, pazzo d’amore e accecato dalla gelosia, perde la ragione ed è sul punto di usare violenza alla donna che dichiara «sono in pericolo la mia reputazione e la mia vita medesima». Da notare, a tal proposito, che la paura di perdere la propria reputazione è anteposta alla vita questo perché con la perdita del proprio onore sarebbe compromesso anche quello della locanda con inevitabili ripercussioni economiche. Immediatamente però la donna trova la soluzione: «con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e  la mia reputazione, senza pregiudicare alla mia libertà» e sceglie di sposare Fabrizio. La critica concorda nel ritenere il matrimonio come la fine del “sistema” della locandiera, determinando un cambiamento radicale del suo stile di vita che non sarà più finalizzato al corteggiamento e alla soddisfazione del suo narcisismo, ma al mantenimento dei «limiti della convenienza e dell’onestà» esercitando ancora la propria volontà di potere e di dominio su un marito considerato come subalterno.
Se l’interpretazione del finale è pressoché definita dal punto di vista critico-letterario, quello che mi sono sempre chiesta e che continua ad affascinarmi sono i motivi che spingono Mirandolina a scegliere Fabrizio: tutto chiaro il discorso legato alla reputazione e alla subalternità del futuro marito, ma mi è sempre piaciuto leggerci anche altro. Magari in modo non rigoroso e forse estemporaneo, secondo quel principio pirandelliano in base al quale i personaggi assumono caratteri che spesso esulano dalle intenzioni dell’autore, credo che Fabrizio abbia un’altra carta vincente per stare al fianco di Mirandolina: la capacità di accettarne la natura pur non comprendendola pienamente. Questo aspetto è testimoniato dal dialogo iniziale fra i due quando Mirandolina dice: «Ma che credi ch’io mi sia? Una frasca? Una civetta? Una pazza? Mi meraviglio di te. Ma io non son conosciuta. Basta, Fabrizio, intendetemi, se potete» e lui risponde: «Chi può intenderla è bravo davvero. Ella mi piace, le voglio bene, accomoderei con essa i miei interessi per tutto il tempo di vita mia. Ah! Bisognerà chiuder un occhio, e lasciar correre qualche cosa». Insomma lui sa di non riuscire a comprendere la natura profonda della donna e lei riconosce che ciò sia quasi impossibile, ma Fabrizio è disposto ad accettarla per quello che lei è senza finzioni e dissimulazioni. Che sia proprio questo il motivo per cui sceglie Fabrizio? La libertà di essere Mirandolina e non la locandiera?

 

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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