Carnevale e maschere in Sardegna

Nel frequentare assiduamente la Sardegna scopro di continuo i suoi primati e le sue unicità, nei campi più svariati. Talvolta si tratta di elementi naturali, come la grotta di San Giovanni, ora pedonale, ma fino a pochi anni fa percorribile in auto, oppure il luogo meno piovoso d’Italia (Capo Carbonara) o l’olivastro più vecchio del mondo (“il Patriarca” di 3800-4200 anni, foto sottostante).

Luras-olivastro millenario(il Patriarca)

In altri casi sono vere e proprie curiosità a sorprendermi, come il coltello entrato nel Guinness dei primati perché, con i suoi tre quintali di peso, è il più lungo e più pesante al mondo, oppure l’unico martello di olivastro stagionato esistente, usato da una delle ultime “accabadore” per dare la buona morte a una persona gravemente ammalata e sofferente.

Museo Galluras-il martello della femina accabadora
Museo Galluras. Il martello della femmina accabadora

D’altra parte – e questa non è leggenda – qui è nata la prima civiltà dell’Occidente Mediterraneo, precedente a quella etrusca, e – se ricordate la mia recensione dedicata allo studio del prof. Porcheddu – la lingua sarda avrebbe costituito la base fondante del latino, e non viceversa.
Ma visto che il Carnevale si avvicina con i suoi rituali diffusi ovunque, vorrei parlare di un altro primato: la Sardegna vanta il maggior numero di maschere tipiche d’Italia, visibili anche in vari momenti dell’anno, durante le feste locali, le sagre, le manifestazioni; a queste si accompagna un grande numero di carnevali tipici, altro record italiano, se non mondiale, nonostante il progressivo perdersi di tante tradizioni popolari di antica origine. Nel primato si inserisce un altro primato: queste maschere sono le prime a “uscire” per le vie e nelle piazze, esattamente il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) quando si accendono i falò, soprattutto in Barbagia.
Una delle manifestazioni più importanti si svolge a Ottana dove sfilano le due maschere in perpetua lotta fra di loro: i Merdules, che rappresentano i pastori ricoperti da giubbe di pelle di pecora e tengono in mano un bastone e le redini per domare i Boes, con campanacci e corna di legno, che si ribellano gettandosi a terra. Posso assicurare che è una scena drammatica, potente, che ricorda eventi ancestrali come la doma dei bovini o dei cavalli e richiama la società agro-pastorale del passato, ma anche i riti pagani dedicati a Dioniso Mainoles (Maimone in Sardegna). A questi due elementi si unisce una maschera femminile (ma interpretata da un uomo): la Filonzana, una vecchia strega dall’aspetto grottesco che tiene in mano le forbici (per tagliare il filo dell’esistenza dei cattivi) e il fuso (per intrecciare i fili della vita di chi le è gradito). «Nessuno in questo rito è spettatore, neppure coloro che non indossano maschere, perché anch’essi recitano seguendo un canovaccio collettivo che prevede sia lo spavento rituale che l’incitamento ai Merdules affinché riprendano il controllo dei Boes» (Michela Murgia, Viaggio in Sardegna, p.79).
Altre maschere e altre sfilate si possono trovare a Orani (con su Bundu), a Lodè con le maschere “pulite” e quelle “sporche”, fra cui lo spaventoso Maimone con il volto ricoperto di sughero, a Ortueri ancora l’opposizione fra un demone vestito di pelle scura e le greggi, che indossano pelli bianche; a Fonni S’Urthu è unito a uomini incappucciati che lo tengono legato con una catena. In alcune varianti locali si aggiungono personaggi con maschere  di sughero, la testa coperta da pelli di animale e ossa ondeggianti sulla schiena. Una scena e un rumore cupo che non si dimenticano.
A Lula sfilano maschere ancora più conturbanti che hanno il viso coperto di fuliggine e sangue, sulle spalle i campanacci che rintoccano minacciosi a ogni passo o salto, sul ventre lo stomaco di un bue da cui, in vari momenti, quando l’animale viene colpito e ferito (naturalmente per finta…), sgorga del sangue (un liquido di colore rosso…).
In Ogliastra, a Ulassai, sfila sa Ingrastula, figura femminile che simboleggia la madre del carnevale, a cui si accompagnano la bestia da domare (s’Ursu) e is Assogadoris con le corde; un elemento di disturbo è portato da una curiosa scimmietta, sa Martinica, che si aggira nel corteo facendo dispetti. Nel Cagliaritano, a Sestu, troviamo di nuovo due forze contrapposte: s ‘Orku Forestu, l’animale selvatico con lunghe corna e campanacci, e i Mustaionis, ovvero gli addetti alla sua sottomissione. Piuttosto simile, a Samugheo, non lontano dalla costa ovest, la sfilata con s’Urzu, il demone, e una spaventosa creatura notturna, il Mamutzone, con una lunga pelliccia e il volto annerito.
Ho lasciato per ultime le maschere più note, conosciute magari per sentito dire anche fuori dall’isola, i Mammuthones di Mamoiada; la loro apparizione è sempre emozionante anche perché comprende un rituale complesso. Intanto li si sente arrivare da lontano perché saltellano facendo scuotere i trenta chili di campanacci che portano sulla schiena; anche l’abbigliamento è particolare. Indossano maschere di legno nero con gli zigomi molto evidenti e piccole fessure per gli occhi, in testa hanno un fazzoletto marrone annodato sotto il mento, come quello femminile, il loro abito assomiglia a quello dei pastori, in velluto, ma sopra portano pellicce di pecora dal lungo vello scuro. Sono creature vagamente spaventose, un po’ umane un po’ bestiali, e si muovono anche fra la folla, creando scompiglio a causa del continuo movimento e dell’assordante suono dei campanacci. Insieme a loro sono presenti gli Issohadores, che simboleggiano l’elemento opposto: indossano spettrali maschere bianche, una casacca rosso fuoco, un cappello nero; sono eleganti, ma al tempo stesso rappresentano una “minaccia” perché sono i padroni delle bestie, ma giocano anche con le belle ragazze presenti. In mano tengono infatti la corda a forma di laccio che fanno volteggiare sulle teste, con aria indifferente, ma ad un certo momento, con una velocità incredibile, prendono al volo una donna individuata ai margini della sfilata, o addirittura su un balcone. La malcapitata naturalmente sta al gioco e tutto finisce fra le risate generali.
“A carnevale, ogni scherzo vale”, dice il vecchio proverbio, e così si usa da sempre quando si fa festa in allegria, concludendo l’inverno e aspettando il risveglio della natura.

In copertina: le maschere di Calangianus

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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