Editoriale. Facciamo rumore, ma ascoltiamo il silenzio

Carissime lettrici e carissimi lettori,
il dubbio c’è. Se sia più giusto fare rumore o se sia enormemente più utile coltivare e ascoltare il silenzio. In un’epoca di continuo vero e proprio trionfo del parlare, siamo persone perennemente collegate, via cavo, via etere e così a seguire. Siamo sommerse/i dai talk show, praticamente in tutte le ore del giorno, facciamo zapping tra loro, incrociando personaggi, immagini e fiumi debordanti di parole sovrapposte a parole, come in un disordine dadaista. Assistiamo a reality con telecamere perennemente accese sulla “non verità assoluta”. Interveniamo metaforicamente, dicendo la nostra: da casa, in poltrona, aggressioni verbali comprese che rimandiamo a quelle che ci martellano. Per non parlare del caos urbano, del rumore del traffico: delle automobili, dei camion, delle autostrade, del cielo oggi sempre più ingombrato.
Parallelamente la contemporaneità sente il bisogno urgente di silenzio, di fare silenzio per ascoltarsi, per guardare dentro di sé, ma anche di vedere il mondo senza il frastuono dell’informazione a getto continuo. L’urgenza del recupero dell’ambiente e della natura rende ancora più vicino questo bisogno, per ascoltarla e assecondarla. Si preferisce sempre di più un atteggiamento lento, lo slow rispetto al fast, al veloce, che implica un abbassamento del rumore, fino quasi al sussurro, al silenzio. Un rispetto per i sensi.
C’è bisogno di contemplazione, che si trova nel silenzio. Si scopre il turismo lento. Sono aumentati i viaggi a piedi o in bici, intrapresi non solo con l’intento di ripetere, per esempio le vie della spiritualità verso i luoghi di culti (essi stessi simboli della riflessione e del regno del silenzio), ma per ritrovare, nell’impegno dello sforzo fisico, un rapporto più vero con l’ambiente circostante oltre che con il/i luoghi da raggiungere. Come diceva una pubblicità: “contro il logorio della vita moderna”, ma l’attore Ernesto Calindri, seduto nel traffico a sorseggiare il suo amaro, si spaventerebbe dell’oggi. Anche il silenzio si espande. Escono libri sull’argomento, su un sito di un distributore i titoli contemporanei sul silenzio sono più di dieci tra saggi, romanzi e poesie. C’è persino un’Accademia del Silenzio, con base a Torino, dedicata, tra corsi e seminari, a censire i luoghi italiani del silenzio, a creare tra i ragazzi e ragazze, fin dalle classi primarie, e nelle e negli insegnanti “la consapevolezza dell’inquinamento acustico e delle sue ricadute sulla salute, sull’apprendimento e sul paesaggio”. Si è creato persino un Festival del Silenzio al quale, chiaramente l’Accademia partecipa.
Qui leggerete un articolo sul silenzio. Comincia partendo con il pretesto dei versi della poetessa Emily Elizabeth Dickinson. L’autrice si chiede: «Per concedersi al silenzio è necessario chiudersi al mondo come ha fatto Emily?». Continua riflettendo: «Non può essere una capacità esclusiva per filosofi/e, poeti/e, narratrici e narratori chiusi nei loro studi a pensare e ricercare le parole adeguate per far riflettere sull’esistenza…». Non è il silenzio di Oscar Wilde: «a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio», è qualcosa di più profondo, inafferrabile e spesso incomprensibile». Il silenzio è un modo di vivere alcuni momenti della vita. É quello che abbiamo detto fino ad ora, non esclusivo, ma incluso sicuramente nell’esistenza per non annientarsi e per non rimanere soffocati dal rumore, che non è semplicemente relegato a quello acustico.
Fare rumore e rimanere in silenzio dunque non sono due scelte a senso unico dove il bene e il male si battono ben divisi, ognuno rigidamente inglobato nella propria situazione. Se ci pensiamo bene ci sono momenti in cui la situazione si ribalta drasticamente e il rumore diventa la forza, il silenzio si fa debolezza.
Per esempio, fare rumore non è sempre e solo una realtà negativa, inquinante, ma mostra, nei momenti opportuni, tutta la sua potenza. Vuol dire anche scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso. Scrivere il disappunto, o ancor meglio, la rabbia per l’ingiustizia, causata dallo sfruttamento, dalla povertà che si fa sempre più marcata, dal conseguente divario tra ricchi e poveri, dalla sopraffazione del forte su chi è debole. Tra tutte quelle cose che troverete, dettagliatamente trattate in un esauriente e bell’articolo di questo numero della rivista, per ricordare la Giornata mondiale per la giustizia sociale che cade il 20 febbraio.
Grida la rabbia delle donne, delle ragazze e delle adolescenti che si stanno appena affacciando alla vita, che stanno iniziando a scoprire e ad ascoltare il corpo che a sua volta urla l’urgenza della vita, con quegli ormoni “a mille” che sente, che quasi fanno male, ma che inducono gioiosamente con forza, come sarà per i coetanei maschi, ai primi innamoramenti. Occorre far rumore perché la violenza sulle donne non si limita all’atto sessuale, quello estirpato senza la volontà della vittima, che si propaga al linguaggio degli interrogatori, alle domande vogliose e maschiliste che si interessano di come una donna è vestita di cosa indossa nell’intimità, dei possibili (assurdi) desideri, quando ha subito violenza. Va oltre il rumore che bisogna fare: contro le mani che toccano, contro i corpi che si avvicinano troppo, non richiesti, contro le parole che sporcano, gli sguardi insistenti. Per le preoccupazioni di ogni ragazza quando esce di sera e non può essere spensierata del tutto perché è presa dall’insicurezza del ritorno.
Percepire la violenza sessuale si intitola l’articolo che troverete qui di seguito. Il racconto di una ragazza di ieri, donna e madre di oggi, che ricorda ed elenca le situazioni in cui si è trovata da ragazza, ma che rivivono ancora nell’oggi, come se raccontasse una storia attualissima. Per esempio, quella di una ragazzina che alle dieci di sera sta alla fermata dell’autobus, in centro a Genova, e qualcuno da un camioncino della nettezza urbana l’apostrofa con un nome mercenario e non si ferma neppure di fronte alla sua rabbia: “troia e isterica” le griderà ancora rincarando la dose e la risata. Lei lo racconterà su un social facendo diventare il suo post, come si dice ora, “virale”. L’azienda genovese mostra il suo dissenso e le sue scuse pubblicamente.
Fa rumore, ma quello allegro e spensierato e pieno di mille culture, il carnevale, anzi i mille carnevali della miriade di luoghi diversi e meravigliosi della Sardegna, terra antica e generosa. Un altro nostro articolo ci racconta delle maschere, delle consuetudini, luogo per luogo da Cagliari a Sassari passando per Mamoiada, un carnevale che in qualche posto, nel nuorese, inizia a gennaio, quando si brucia il falò per sant’Antonio.
Un rumore più calmo e un silenzio più giocoso, come a incontrarsi per equilibrarsi e tendersi la mano sono i viaggi che ci fanno fare tre nostri articoli che vi consiglio di leggere e sono viaggi tra le donne, tra le città e, si potrebbe dire (lo capirete leggendo), tra le città delle donne.
Un viaggio parte da un’app, un’idea nata da una tesi di laurea, un percorso da donne, da fare con in mano una sorta di Google Maps tematica che ci porta per le città tenendo conto delle strade “più adatte” nel senso di sicurezza (illuminazione ecc.) e ci conduce anche alla ricerca della toponomastica al femminile, alla nominazione delle donne nelle strade e nei luoghi urbani. Sarà questo un viaggio che faremo insieme, perché Toponomastica femminile ha collaborato al progetto, e scopriremo di settimana in settimana le donne cominciando in questa puntata, da due scienziate.
Poi il viaggio ci porterà lontano, oltreconfine, aprendoci all’Europa. Visiteremo una città della Polonia in compagnia di un professore universitario innamorato di Toponomastica che ci spiegherà le strade e i perché delle nominazioni e nomi stessi delle donne alle quali sono intitolate le vie e le piazze, scevre di targhe con le sante e il nome della Madre di Dio, perché non accettate dal regime precedente.
Volando alto e con lo sguardo attento ancora all’Europa in questo numero, dalla Polonia andremo in Danimarca, nel quartiere multietnico per eccellenza di Copenaghen, a Nørrebro. Qui tre studi di architettura hanno progettato un parco per l’incontro sociale fondato su tre colori che ne caratterizzano la pavimentazione: il verde, il rosso e il nero. «Con semplici elementi è possibile valorizzare gli spazi esistenti sia del quartiere, sia dell’intero contesto urbano, aggiungendovi qualità e migliorandoli. L’effetto sociale creato è positivo, perché minimizza il malessere degli abitanti, migliorando l’estetica della zona, che acquista una precisa identità diventando punto di riferimento».
Facciamo rumore allora e godiamoci la bellezza del silenzio per stare meglio insieme, per tenderci la mano e auguriamoci che le nostre urla liberino lo studente arrestato in Egitto e il nostro silenzio protegga chi, senza colpa, riceve insulti odiosi di paura e razzismo. Qui ci guidi la saggezza perché l’intolleranza è ancora tra noi.
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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