Riprendiamoci il gusto di parlare di giustizia sociale

«Una parte dei nostri mali dipende dal fatto che troppi uomini sono oltraggiosamente ricchi, o disperatamente poveri».
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

Il 20 febbraio 2020 si celebra la Giornata mondiale della Giustizia sociale, istituita dall’Onu nel 2007. Come tutte le Giornate mondiali, i suoi scopi sono: educare il pubblico su questioni che destano preoccupazione, mobilitare volontà politica e risorse per affrontare problemi globali. L’esistenza delle Giornate internazionali precede l’istituzione dell’Onu, ma l’Onu le ha fatte sue come uno strumento di sensibilizzazione. Ogni Giornata internazionale offre l’opportunità
a organizzazioni, governi, società civile, settore pubblico e privato, scuole, di promuovere eventi ed attività sul tema a cui la Giornata è dedicata e vorrebbe essere il trampolino di lancio per azioni che ne facciano aumentare la consapevolezza. Il tema di quest’anno è “Colmare il gap delle disuguaglianze per raggiungere la giustizia sociale”.
Non è un caso che l’esigenza di una Giornata dedicata alla giustizia sociale sia nata proprio nel 2007, nel periodo in cui iniziava a farsi sentire la grave crisi finanziaria ed economica in cui ci troviamo immersi ancora oggi. Dagli anni Ottanta in poi quest’espressione era diventata obsoleta, retorica, superata dall’ideologia dell’individualismo e chi la utilizzava era considerato un “rottame” da primo Novecento, un “socialista” superato dagli eventi e dalla crescita continua del sistema capitalistico, unico modello sopravvissuto agli urti della storia.
Parlare di giustizia sociale oggi è un atto di coraggio. Giustizia sociale è un’espressione che ricorre più volte negli Atti dell’Assemblea Costituente, ma che è sparita dai titoli dei media. Ne è la riprova il fatto che quando se ne chiede il significato ai nostri e alle nostre giovani studenti, faticano a darne una definizione, un po’ come per il termine “solidarietà”.
Secondo l’Onu invece la giustizia sociale è il principio che sta alla base di una coesistenza pacifica e prospera tra le nazioni. La si sostiene quando si promuovono l’uguaglianza di genere o i diritti degli indigeni e dei migranti e la si fa avanzare quando si rimuovono le barriere dovute al genere, all’età, alla razza, all’etnia, alla cultura o alla disabilità.
Un documento importantissimo su questo tema è la Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione corretta dell’Ilo, che ha il suo focus nella garanzia di equi compensi per tutti/e attraverso l’occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e i principi e i diritti fondamentali al lavoro.
Recentemente mi è capitato di sentire nominare la giustizia sociale in occasione di due eventi molto importanti a cui ho partecipato: la serata in ricordo dello studente Roberto Franceschi, all’Università Bocconi, nella cui aula Magna quest’espressione è risuonata nelle parole delle dottorande premiate per tesi sulle disuguaglianze e negli interventi di molti relatori e relatrici, e durante il corso di formazione per docenti di Libera, nelle parole di Don Ciotti che ha ribadito che «non c’è legalità senza giustizia sociale». Non a caso sia la Fondazione Roberto Franceschi che Libera sono due organizzazioni della società civile che fanno della Costituzione il loro faro.
Ma che cos’è la giustizia sociale? La sua essenza risulta dal combinato disposto degli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana, poi declinato nei vari diritti che spettano all’essere umano nella Carta fondamentale della nostra Repubblica. Tutte le persone hanno uguale dignità all’interno della società e a tutte deve essere data l’opportunità di godere degli stessi diritti umani inviolabili, contenuti anche nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu: il diritto alla casa, al cibo, all’istruzione, alla salute, indipendentemente dalla famiglia in cui sono nate e senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Sembra un sogno, perché oggi sono aumentati gli «
ostacoli al pieno sviluppo della persona umana», che secondo la nostra Costituzione (art.3) «è compito della Repubblica rimuovere». L’articolo 3 comma 2 della Costituzione prevedeva un valore importantissimo per la realizzazione della giustizia sociale, la “mobilità sociale”, quella situazione virtuosa per cui il figlio o la figlia di un operaio/a, grazie ai servizi offerti dalla comunità a cui apparteneva, poteva diventare, con l’accesso all’istruzione semigratuita, alle biblioteche e alla cultura, avvocato/a, o medico/a o docente. Era questo l’ascensore sociale, altro termine difficilmente spiegabile a qualsiasi studente di oggi.
In questi ultimi trent’anni in Italia la riduzione delle disuguaglianze si è non solo interrotta, ma invertita. Sono aumentate le disuguaglianze di ricchezza, non ancorate ai meriti, la disparità tra le retribuzioni è cresciuta, sono peggiorate le condizioni lavorative, la precarietà e l’assenza di garanzie nel mondo del lavoro sono diventate la regola, le disuguaglianze di genere non si sono ridotte e la gioventù è costretta ad accontentarsi di lavori sottopagati e precari, in un coacervo di contratti che, con l’alibi della flessibilità, ha distrutto conquiste importanti, frutto di lotte e sacrifici. La quota del reddito nazionale destinata ai profitti e alle rendite è aumentata, a scapito dei salari. La deregulation selvaggia ha portato a condizioni lavorative disumane in certi settori, in cui si sono insinuate con una facilità sorprendente le tante mafie, autoctone e straniere, che hanno offerto i loro servizi a imprenditori interessati solo al profitto.
Ricorda il rapporto Oxfam: «
nei 10 anni successivi alla crisi finanziaria il numero di miliardari è quasi raddoppiato; nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari del mondo è aumentata di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11%; la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani: l’anno scorso soltanto 26 individui (contro i 43 dell’anno precedente) ne possedevano tanta quanto la metà più povera dell’umanità, ossia 3,8 miliardi di persone; il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos (proprietario di Amazon) è salito a 112 miliardi di dollari. Appena l’1% di questa cifra equivale quasi all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti; se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne di tutto il mondo fosse fornito da un’azienda, questa avrebbe un volume d’affari annuo di 10.000 miliardi di dollari, pari a 43 volte quello di Apple».
Che fare, in questo contesto internazionale, nella Giornata mondiale della Giustizia sociale? Sarà buona cosa considerarla come il primo giorno in cui ricominciare a parlare di distribuzione del reddito, scomparsa o quasi dai manuali di Economia politica, e ricordare il concetto di giustizia distributiva, denunciare i paradisi fiscali, dove i guadagni realizzati in un Paese, grazie ai servizi e alle opportunità offerte, sono sottratti alla tassazione e impoveriscono le comunità che hanno contribuito a generarli, denunciare le speculazioni finanziarie che non creano ricchezza ma la sottraggono ad impieghi produttivi, le multinazionali che inquinano, distruggono e non pagano le esternalità negative che producono. Avere il coraggio di dire che nulla ha in comune questo capitalismo finanziario con la giustizia sociale, e neppure le banche, le assicurazioni e le multinazionali, che perseguono solo il proprio tornaconto. Denunciare le false cooperative che, appropriandosi di un termine che aveva rappresentato un’alternativa al capitalismo di rapina, ne hanno per sempre compromesso l’immagine e oscurato la nobile storia.
Gli economisti più illuminati come Stiglitz e Amartya Sen da tempo sottolineano che le disuguaglianze deprimono il sistema economico e che una buona dose di giustizia sociale è la premessa per uno sviluppo sostenibile e umano. Come ci ricorda Sandro Pertini: «
Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà». Riprendiamoci il gusto e il diritto di parlare di giustizia sociale.

 

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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