Percepire la violenza sessuale

Ho recentemente sostenuto in una discussione on-line che nessun uomo possa comprendere fino in fondo non solo come una donna vive la violenza sessuale in sé, ma anche il timore di poterla vivere. E non è così perché le donne hanno la vagina e perché uomini e donne sono conformati anatomicamente e biologicamente in modo tale che sia molto più facile che i primi facciano violenza sulle seconde. Forse questo fattore ha avuto più importanza ai tempi dei tempi, quando le relazioni fra i sessi sono cominciate e anatomia e biologia sono state le basi su cui si sono costruiti castelli di misoginia, sessismo, disparità, discriminazione. Come siamo fatti/e fisicamente c’entra solo in parte perché una violenza sessuale non è tale solo se c’è una penetrazione vaginale o se c’è una penetrazione. È violenza un certo modo di essere guardata, è violenza una mano che ti struscia nell’autobus, è violenza la carezza paternalistica di un uomo, è violenza se sei bambina e un uomo adulto ti si rivolge in un certo modo, è violenza se sei una studente e un professore fa una battuta sessista su di te o su altre. Sono tutte cose che qualsiasi donna ha provato più volte sin dall’infanzia fin quasi ad abituarcisi. Certo, succede anche agli uomini, soprattutto da bambini, ma sono casi rari. Sono tutte cose che ci hanno abituato all’idea che potremmo subire violenza, dobbiamo stare attente, dobbiamo proteggerci; a differenza dei nostri fratelli o amici dobbiamo evitare le situazioni rischiose. Sin da quando da bambine leggiamo Cappuccetto Rosso e ci viene insegnato che ci sono i lupi e che sta a noi evitarli (non a loro non essere lupi perché, si sa, è la loro natura. Il lupo deve predare e “l’uomo non deve chiedere mai”).
La paura della violenza ha limitato la mia vita e quella di tante donne, ponendo a volte limiti concreti (non uscire da sola di sera, non tornare a casa da sola tardi, non viaggiare da sola…), a volte limiti mentali perché quelle cose le facevo ma mai con serenità; magari stavo trascorrendo una bella serata però ero angustiata dall’idea del ritorno a casa. Tutta la mia educazione è stata permeata dal dovermi proteggere in quanto donna, sin da bambina. E non mi riferisco a quella familiare ma in generale a tutto ciò che ha avuto conseguenze sulla mia crescita: libri, film, cronaca, legislazione; infatti, solo quando avevo trentatré anni, lo stupro è diventato un delitto contro le donne che lo subiscono e non contro la morale. Abbiamo idea di cosa ciò voglia dire per una giovane donna che esce di casa la sera e sa che se subisce una violenza questa non è contro di lei ma contro la pubblica morale? Abbiamo idea di quanta incrostazione culturale ha giustificato la violabilità del corpo femminile? Se sei una donna poi e sei violentata, ti dicono che te la sei cercata. Certo è possibile che anche gli uomini subiscano violenza sessuale, ma se succede, non verrà detto che se la sono cercata, proprio perché non s’immagina che possa succedere. Qualcuno afferma che gli uomini che subiscono violenza si vergognano a denunciare. E perché le donne no? Siamo consapevoli che il numero di donne che denuncia uno stupro è solo la punta dell’iceberg? E che molte
non denunciano proprio perché rischiano di essere sottoposte nuovamente alla gogna sociale dell’eterno “te la sei cercata”? E che tante donne non sono neanche consapevoli o “preferiscono” non essere consapevoli (perché si sentirebbero colpevolizzate) del fatto che è stupro un rapporto estorto magari approfittando dell’aver bevuto o magari perché non si voleva andare oltre un abbraccio o un bacio e il “no” non è stato accettato?
Sono stata cresciuta sapendo che un uomo che stupra una donna poi può riparare sposandola. Avevo tredici anni quando il delitto del Circeo segnò profondamente la mia idea di libertà: dovevo imparare a capire di chi fidarmi, non dovevo fare gli errori di quelle due povere ragazze che, in qualche modo, secondo il pensiero condiviso, se l’erano cercata; dovevo, in quanto ragazza, donna, imparare a fare scelte e vivere situazioni in modo diverso dai miei compagni. Non c’era neanche bisogno che qualcuno me lo dicesse, lo capivo da me, lo capivo da come erano narrate le vicende, da come ne parlava la gente.

foto 1 Caione

Negare che una donna possa comprendere più di un uomo il dramma della violenza sessuale è negare tutto il portato educativo e stereotipato dell’educazione che subiscono le donne fin dalla prima infanzia. E probabilmente è anche vero che neanche una donna è portata a capire fino in fondo se la violenza non la subisce in prima persona.
Non dico che un uomo non possa empatizzare o non possa provare a comprendere e che non ci siano uomini in grado di provare a capire più di altri. E non penso neanche che se non possono riuscirci sia per incapacità. Ma per l’educazione “sociale” che hanno ricevuto, per gli stereotipi che hanno subito, per il diverso modo in cui la sessualità viene fatta vivere a maschi e femmine fin dalla prima infanzia, per i privilegi da cui i maschi guardano il mondo.
Il sesso come merito per i primi e colpa per le seconde, sesso di cui vantarsi e sesso di cui mortificarsi. Il mito del diventare uomo contro il mito del preservarsi vergine, lo sciupafemmine contro la puttana. Sciupafemmine è proprio colui che “rovina” una ragazza facendole perdere la castità, ma è una parola che non ha accezione negativa anzi è più o meno un complimento.
Correva l’anno 1999 quando la Cassazione finiva nella bufera con la sentenza n°1636, la famigerata “sentenza dei jeans”. Lo sappiamo bene che il come ci vestiamo non ci dà una responsabilità in caso di violenza ma i condizionamenti persistono. E io non posso fare a meno di essere più preoccupata se vedo mia figlia uscire in minigonna. In fin dei conti il pensiero comune è sempre quello, se vuole mettersi in mostra deve sapere quali conseguenze possono derivarne.
E non è solo l’idea della violenza sessuale a farci più male; una pubblicità che usa il corpo delle donne ci provoca un dolore fisico, ci fa sentire umiliate, degradate, violentate. Ci fa sentire come se fossimo nude, esposte agli sguardi lascivi, come se fossimo ridotte al silenzio, esseri senza diritto di parola e senza testa pensante e condannate a esserlo. E sento che se ci sono persone che fotografano le donne come pezzi di carne, allo stesso modo ci sono persone che tutti i giorni guardano le donne così e che queste persone le incontro per strada e mi guardano e guardano mia figlia…
Ebbene sì, sostengo che nessun uomo che ha fatto un percorso di consapevolezza possa provare ribrezzo, offesa, dolore, rabbia davanti a una foto, un comportamento, una scena, una canzone misogina e sessista quanto una donnaAllo stesso modo non riesco a capire, o, meglio, giustificare io, donna, quello che prova un uomo che assiste al sessismo, che si comporta in modo omertoso, che non rompe il silenzio oppure quanto e se si senta mortificato o arrabbiato per i gesti di altri uomini.
Quindi, in conclusione, penso che una lettura maschile, pur nelle migliori intenzioni, sia in qualche modo “inquinata” proprio dall’angolatura da cui un uomo stesso guarda alla violenza degli altri uomini sulle donne. È come se affiorasse un gioco degli specchi: ho la sensazione che egli empatizzi più con la sua bontà di uomo che capisce, che getta il cuore oltre lo steccato, che è in grado di disprezzare e condannare il comportamento di altri uomini. Non che ciò sia sbagliato, anzi. Ma non è la stessa cosa di come io, donna, percepisco la violenza sulle donne. Posso dirla con una parola: si chiama esperienza e quindi competenza. Io ho la cognizione per dirlo, per aver vissuto le stesse esperienze. La conoscenza che ho da donna deriva dal fatto che so “davvero” di cosa si tratta. Lo dico non per entrare in competizione, ma per sottolineare che gli uomini potrebbero affiancare le donne in questa lotta contro la violenza molto meglio se riconoscessero loro questa competenza e apprendessero dalle loro pratiche. Insomma la lotta comune per cambiare la cultura dei loro simili (amici, figli, fratelli, ecc.) dovrebbe giovarsi e iniziare da questo segno di umiltà.
Grazie a Lina Appiano per il confronto e i consigli.

Illustrazione di Domenico Sicolo tratta da Alina e l’Orco Ulrico, di Anna Baccelliere (Casa Editrice Mammeonline)

 

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

2 commenti

  1. Il tuo articolo è significativo e tocca un argomento molto delicato. Purtroppo certe assurdità succedono da una vita, si è arrivato a colpevolizzare le donne per aver subito violenza. Credo che sia non solo terribilmente squallido ma, sia soprattutto, lo specchio di una società profondamente maschilista.

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  2. io spero che in questi anni la percezione della violenza sia cambiata e i ruoli di genere siano meno rigidi, credo sia così ma i problemi che segnali esistono ancora

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