A lezione dal nemico

Economia circolare, sviluppo sostenibile, transizione verso le energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, chimica verde: queste espressioni sembrano essere diventate il mantra di ogni impresa che si rispetti e che voglia essere eco-friendly. Da anni se ne parla nelle nostre lezioni di economia politica e aziendale, prima che le imprese la avvicinassero. Leggiamo autonomamente i testi di Kate Raworth, Amartya Sen, Martha Nussbaum, Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e gli economisti della felicità. Si chiama autoaggiornamento ed è un dovere di ogni docente che voglia raccontare a scuola qualcosa di veramente nuovo ai suoi e alle sue studenti, in controtendenza con la narrazione mainstream secondo cui viviamo nel migliore di mondi possibili e andrà tutto benissimo, se sapremo continuare a crescere illimitatamente, saccheggiando le risorse del Pianeta e utilizzandolo, di volta in volta, come una miniera o come una discarica. Abbiamo creato dispense e presentazioni per i nostri e le nostre studenti e osato ridurre la parte di microeconomia neoclassica, utile spesso solo a esercitare competenze matematiche, ma ormai destinata a descrivere un mondo ed una forma di mercato che non ci sono più, se mai ci sono state. Naturalmente di questo sui media non si parla. Non fa notizia, non interessa nessuno. Di scuola si parla solo quando c’è lo scandaletto che stuzzica la pruderie dell’italiano medio, o quando c’è una disgrazia, oppure quando a parlarne siano invitati lo scrittore o la scrittrice di grido, il filosofo o la pedagogista, che, oltre a insegnare, pubblicano saggi e libri. Nessuno forse ci fa caso, ma a parlare di scuola nelle trasmissioni televisive o in radio chiamano sempre persone che fanno prima qualcosa di diverso e poi anche l’insegnante, lavoro considerato part time da tutti coloro che non hanno la disgrazia, o la fortuna, di vivere accanto a chi fa della professione di docente la prima e unica funzione che la comunità gli ha «affidato», esercitandola «con disciplina e onore», a tempo pieno e in modo assolutamente incompatibile con qualsiasi altro lavoro.
In questa fase di aziendalizzazione della scuola, era prevedibile che le imprese, dopo averli scoperti in ritardo, si candidassero a tenere corsi sulla sostenibilità ambientale e l’economia circolare nelle scuole. E che le scuole e chi le dirige si sentissero onorate che a tenere questi corsi di formazione ai e alle docenti fossero dei giganti multinazionali come Eni. Tutto quello che viene da agenzie diverse dalla scuola, per quella che Calamandrei definiva «un organo costituzionale, ematopoietico, che porta sangue a tutti gli altri», è il benvenuto, anche perché, per come oggi è strutturata, non c’è un controllo da parte dell’istituzione su quanto si aggiornano i/le docenti e quali temi affrontano. Pecca gravissima per la scuola del terzo millennio. Peccato però che chi si candida a formare la classe docente su questi temi sembri non far seguire alle parole i fatti. Dopo l’Accordo sul clima di Parigi, Eni si era impegnata per la transizione verso la decarbonizzazione e la sostenibilità. La pubblicità martellante di Eni su spot, cartellonistica, eventi, ci fa immaginare un’impresa virtuosa dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Chi non ha in mente il messaggio: «Eni più Silvia è meglio di Eni»? Da un’analisi del bilancio 2018 del cane a sei zampe non sembra proprio che sia così. Da due studi delle riviste “Valori” ed “Altreconomia” emerge una realtà molto diversa. Veniamo ai fatti. Statfjord è un giacimento petrolifero in Norvegia in cui Eni ha siglato nel settembre 2019 un accordo con Exxon Mobil per 4,5 miliardi di dollari, in  base al quale l’oligopolista degli idrocarburi ha acquistato quote che le consentiranno una produzione di 150mila barili di petrolio al giorno. Con questo accordo Eni diventerà la seconda compagnia in Norvegia di produzione ed esplorazione, con risorse e riserve totali pari a circa 1,9 miliardi di barili di petrolio al giorno. Nel bacino di Kutei in Indonesia Eni ha concluso accordi per esplorare 17 milioni di metri cubi di gas nel nuovo giacimento denominato “Maha”. Il giacimento petrolifero di “Oooguruk”, in Alaska, vedrà Eni in una posizione di monopolio per 25 pozzi di produzione, quindici iniettori di gas e acqua e una capacità lorda di 10mila barili di petrolio al giorno. Ad agosto Eni ha raggiunto la produzione record del giacimento di Zohr, “la più grande scoperta di gas mai realizzata in Egitto e nel Mar Mediterraneo”, con l’avvio di un nuovo gasdotto di 216 chilometri che collega gli impianti sottomarini alla superficie. Anche in Ghana Eni si è assicurata una produzione di 70 mila barili di olio equivalente al giorno. Eni è un gigante quotato in Borsa nel mondo petrolifero e al primo semestre 2019 la produzione di barili di petrolio equivalente è stata di circa 1,83 milioni al giorno. L’emissione di gas serra ammonta a 20,8 milioni di Co2. Altissimo fatturato, altissimo utile, riscontrabili dal bilancio Eni e moltissime emissioni di gas serra. Legambiente ha definito Eni “Enemy of the planet” nel 2019, nel suo Report omonimo, perché, nonostante il battage pubblicitario Green, la multinazionale fondata da Mattei continua ad investire massicciamente nel settore degli idrocarburi.

Eni Downstream
La bioraffineria Eni di Porto Marghera(foto tratta dal numero 220 della rivista Altreconomia)

Sul “Sole 24 ore” Descalzi, amministratore delegato, che non ha voluto farsi intervistare da Altreconomia, ha invece sostenuto che Eni punta su progetti in stile low carbon, vantando un miliardo di investimenti in ricerca e sviluppo e tre miliardi in progetti di decarbonizzazione negli ultimi tre anni.
Ma Descalzi si è dimenticato di dire quanto risulta nella Relazione semestrale 2019. Tra gennaio e giugno la società ha finanziato “investimenti tecnici” per 4236 milioni di euro, quasi tre miliardi. Il 70 per cento è andato a “sviluppo di giacimenti di idrocarburi” in Egitto, Nigeria, Ghana, Libia, Messico, Indonesia e Stati Uniti. Per “Refining and Marketing”, cioè approvvigionamento, fornitura, lavorazione, distribuzione e marketing di carburanti e prodotti chimici Eni ha investito 379 milioni, per acquisto di riserve certe e non 372 milioni, per ricerca esplorativa 313 milioni  in Angola, Kazakhistan, Vietnam, Mozambico e altrove, in crescita del 94% rispetto al 2018.

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Gli investimenti di Eni nei primi sei mesi del 2019(foto tratta dal numero 220 della rivista Altreconomia)

Se cerchiamo investimenti certi in decabornizzazione nella relazione non ne troviamo, a parte una generica segnalazione di investimenti per un impianto eolico in Kazakhstan e tre fotovoltaici in Italia, Tunisia e Australia, ma l’indice più interessante riguarda gli investimenti in Ricerca e sviluppo, preziosi per la decarbonizzazione, 74 milioni, divisi in rinnovabili, riduzione delle emissioni e promozione del gas. Che però non è una fonte rinnovabile. Nella relazione, nemmeno troppo tra le righe, c’è la spiegazione della ragione di questi bassi investimenti: la paura di incrinare la crescita del settore Gas and Power, in linea con tutte le altre grandi compagnie petrolifere che si spartiscono il mercato oligopolistico, come ricorda Mike Coffin, analista finanziario che ha curato il Report Breaking the habit, rompere l’abitudine.                                                                   Nell’opera di mitigazione dei gas serra le grandi compagnie petrolifere latitano, nonostante gli investimenti in pubblicità tesi a trasmettere una narrazione eco-friendly. Se incrociamo questi dati con la legge di bilancio 2020, notiamo che la stessa ha confermato 474 milioni di agevolazioni per chi estrae petrolio e gas. Principali beneficiari: Eni ed Edison. Dalla Commissione europea per il Green New Deal l’Italia riceverà tra i 300 e i 400 milioni, meno di quanto i contribuenti daranno agli estrattori di petrolio e gas. Le esenzioni per le estrazioni di gas in mare, che rimangono in vigore, sono state pensate per aiutare i piccoli produttori. «Nel 2018 ben il 47,6% del gas estratto in mare e il 19,4% di quello estratto su terraferma è stato esente dal pagamento di diritti. Rendite a favore di chi estrae petrolio e gas si traducono, ancora, in centinaia di milioni di euro di mancate entrate nelle casse pubbliche», secondo quanto ha ribadito a “Valori” Katiuscia Eroe, responsabile del dossier Stopsussidifontifossili. Attualmente, chi estrae risorse petrolifere corrisponde allo Stato italiano una royalty pari al 10%, per le estrazioni in terraferma e del 7% per quelle in mare. Percentuali tra le più basse d’Europa, dove i versamenti sono associati alla quantità di idrocarburi estratti, e vanno dal 22% (nel caso dell’Austria) al 40% (Irlanda). O prevedono sistemi diversi di tassazione, come in Norvegia, dove la tassa speciale sul petrolio vale il 54% della produzione. Secondo Legambiente le royalty italiane devono salire almeno al 20% non solo per spingere gli obiettivi di decarbonizzazione, ma anche per valorizzare le risorse estratte. In questo modo nel 2019, in base alla produzione del 2018, l’Italia si sarebbe ritrovata, invece che un gettito di 188, 1 milioni di euro, un gettito da 442 milioni. Grazie alle pressioni della cittadinanza attiva, è stata introdotta l’Imu per le piattaforme petrolifere e l’aumento dei canoni delle concessioni, ma le cifre rimangono al di sotto di quelli degli altri Paesi europei. Credo che a formare il corpo docente sull’ economia circolare avrebbero molto più titolo esperti ed esperte di Legambiente, Altreconomia, Valori, Greenpeace e altre onlus di questo genere, peraltro spesso invitate a scuola da docenti illuminate/i, che hanno fatto inserire nelle home page dei loro istituti i link a queste associazioni e riviste. E certamente un bel modo per fare pressione su Eni sarebbe che i Collegi dei docenti si pronunciassero per la non adesione acritica a questi corsi e ne suggerissero altri, magari inviandone la documentazione a Descalzi e agli altri componenti del Consiglio di amministrazione e invitandoli a frequentarli.

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L’amministratore delegato Descalzi di Eni insegna la sostenibilità

 Sarebbe anche un bel modo per ridare ai Collegi docenti la funzione che compete loro e per cominciare a smontare la narrazione secondo cui tutto ciò che proviene dal mondo dell’impresa è nuovo a prescindere.

In copertina “firma tra Eni e Associazione Nazionale Presidi“, tratta dalla rivista Valori

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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