Editoriale. Noi festeggiamo la vita, lunga e piena

Carissime lettrici e carissimi lettori,
dicevano che potevano non essere persone così pericolose, dicevano che alla fine potevano rimanere innocue, solo esposti con le loro frasi di propaganda: un aspetto più spinto, ancora più a destra, del populismo sovranista che da un po’ di tempo dilaga in Europa e oltre, come in una roboante e eterna campagna elettorale. Solo questo e non oltre. E la parola
odio non deve essere altro che un’esagerazione del contingente, malamente interpretata.
Pensavamo pure che il nazismo non si potesse ripetere a così
  poco tempo di distanza, che la “bestia” era morta. Invece oggi sappiamo che si è solo addormentata, anzi, si era solo assopita perché in questi anni gli è capitato spesso di svegliarsi. Mercoledì sera si è svegliata, per esempio, caso isolato o progetto di gruppo, e ha ucciso dieci persone. Forse un caso isolato, ce lo dirà il tempo e le indagini. Ma ritorna nelle nostre orecchie lo “slogan” (si può parlare di questo termine?!) secondo il quale “vanno sterminati gli stranieri”, arabi, africani, turchi…e fa eco ad altri slogan di altre epoche poco lontane, come abbiamo detto. “Bisogna sterminarli perché è impossibile espellerli tutti dalla Germania”. Il che significa che c’è chi sente il bisogno di nuovo di “pulizia etnica” di “purezza della razza” del termine stesso:  “razza” per indicare la superiorità di una sull’altra. Sono tutti turchi e curdi i morti di mercoledì dei due bar di Hanau, una cittadina alle porte di Francoforte, non lontana, vedendola sulla cartina, da Norimberga dove fu di scena il tribunale di giudizio verso i crimini del governo di Hitler.
Gravi, aggiungerei gravissime, anche le notizie che arrivano da casa nostra. Al di qua delle Alpi, anzi un po’ più verso il centro del Paese, una giudice espone alla Commissione parlamentare di inchiesta per l’infanzia e l’adolescenza che a Roma, nella capitale d’Italia, bambine di dieci anni, e via via di undici, dodici, tredici e quattordici anni (i numeri colpiscono le nostre orecchie e speriamo le nostre menti) vengono fatte prostituire. Anche io sono d’accordo con chi protesta sul “si prostituiscono” riportato nei titoli di tanta stampa perché si sta parlando di minorenni, da proteggere, per legge e non solo, nella responsabilizzazione dell’atto e di conseguenza si azzerano gli obblighi morali di quelle persone adulte che gestiscono questa carneficina sul corpo femminile ancora più da proteggere.
La
pm Monteleone ha poi parlato di un aumento vertiginoso degli adescamenti di adolescenti su internet, ha detto, dalle sue indagini, che si abusa dei mezzi di correzione trasformati in pura violenza, che troppe bambine e bambini vengono usati per l’accattonaggio. Che si è alzato il numero annuale di procedimenti penali per pornografia con le/i minori. Quanta tristezza porta l’inutilità del male!
Torniamo, seppure con malinconia, alla quotidianità della nostra rivista.
Cinquanta è un bel numero e il suo sforzo di essere di qualità lo dimostra tutto. Tante sono le settimane in cui al sabato mattina ci stiamo incontrando qui, attraverso il sito della rivista, la pagina
Facebook di Toponomastica femminile, con il tam tam delle autrici e degli autori che diffondono il loro scritto appena uscito. E poi c’è quel bel gruppo di appassionate/i tra voi che ci leggete, commentate e spesso mandate ad amiche e amici il vostro pezzo (come si chiama in gergo giornalistico) preferito, o tutta la rivista, via whatsapp o mail permettendo così che la rivista si conosca e allarghi i suoi cerchi sempre più ampi: come un sasso lanciato nell’acqua.
Vitaminevaganti.com sta anche per compiere il suo primo anno di vita (il 16 marzo) e spegneremo insieme le candeline guardandoci indietro verso la strada percorsa, ma con uno sguardo avanti ai progetti futuri. Per le candeline ci manca ancora una manciata di numeri e oggi vogliamo solo dimostrare a tutte e a tutti la nostra gratitudine a voi che ci seguite e leggete con visibile interesse e vi ringraziamo.
Ad ogni decina, per queste cinque volte, abbiamo fatto insieme un viaggio a ritroso. Il numero quaranta è uscito poco prima delle feste di fine anno, quando si festeggiava la giornata del migrante, quando si ricordava Morvillo, prima e per fortuna ancora unica giudice uccisa dalla mafia in quel maledetto giorno di aprile, sull’autostrada che va verso Palermo dall’aeroporto che oggi porta il nome del marito, Giovanni Falcone, e del suo collega e amico Borsellino, morto appena novanta giorni dopo, ammazzato anche lui dal tritolo a firma mafiosa.
Abbiamo festeggiato le nostre vittorie: con il
primo premio, su i cinque totali, della società civile 2019, conferito A Tf dal Cese, il Comitato economico e sociale europeo, riguardante l’emancipazione femminile e le pari opportunità tra donne e uomini. Poi abbiamo perlato anche del premio arrivato dal supplemento D del quotidiano La repubblica che ha riconosciuto la fondatrice e presidente di Toponomastica femminile Maria Pia Ercolini come donna dell’anno per la parità. Ci siamo scambiate/i gli auguri di un 2020 sereno, anno bisestile che annuncia nel suo cielo ben due eclissi, temi propizi per superstizioni a gogò.
Abbiamo ricordato l’arte di Federico Fellini, festeggiando il suo centenario, e il ritorno al cinema del romanzo di Mary Alcott, la bella storia all’avanguardia di quattro
Piccole donne. Degli incendi in Australia che hanno distrutto il territorio con la sua flora e la sua fauna, sofferenze di tanti animali a rischio di scomparire tra noi come specie. Della giornata della Memoria e di quella delle Foibe, cattiveria di questo nostro mondo. Abbiamo assistito a un ex ministro che invita vergognosamente al giustizialismo citofonando alla casa di un cittadino detto a vox populi di essere uno spacciatore. E tutto questo per un maldestro (perché finito neppure con una vittoria elettorale) rimpinguarsi di consensi alle urne. Abbiamo brindato con il vino toscano delle sorelle Antinori, in una delle tante belle puntate dedicate alle donne nel vino, abbiamo imparato il riuso del pane e del cibo che prima gettavamo, la bontà del pane sciocco, il pane senza sale delle terre intorno a Firenze, Siena, Grosseto…Siamo entrate/i in classe dall’indimenticabile maestro Lodi e cominciato i festeggiamenti del carnevale che sta arrivando. Ci siamo aperte/i all’Europa parlando di Copenhagen e delle donne della toponomastica di una tra le belle città della Polonia. Ecco i passi, colti qui e là, delle nostre ultime dieci settimane di questi cinquanta primi sabati della vita della nostra rivista.
Questo numero cinquanta ci apre a interessanti argomenti. Si parla di donne, quelle che hanno fatto la Storia di questo universo umano, quelle donne che Toponomastica femminile si batte perché siano riconosciute e, dunque,
nominate. Si parla di donne alle quali rimandano le ormai note panchine rosse, qui ricordate anche per una simbologia allargata della quale si sono appropriate. Parliamo di Caterina Franceschi Ferrucci, di Elda Pucci (per Le Mille), prima sindaca di Palermo nel 1983 e prima medica presidente dell’Ordine provinciale, dell’egiziana Radwa Ashour, ricordata negli Incontri impossibili, delle donne che camminano con le altre donne che questa settimana ci indicano le strade di Fernanda Pivano e di Sibilla Aleramo.
Il numero cinquanta ci riserva due vere
chicche. La prima riguarda uno stupendo dialogo, che vi invito a leggere, tra il grande marionettista Eugenio Monti Colla e Robert Louis Stevenson attraverso la fantasia della sua Isola del Tesoro.
La seconda è una recensione, assolutamente lontana da qualsiasi pedanteria. Una recensione che sembra scritta con la punta dell’anima, leggera, piena di sentimento, dove ogni parola dell’autrice ti rimanda al desiderio di leggere il libro:
Le nostre anime di notte scritto dall’americano Kent Haruf (dal romanzo si è tratto anche un film, ma non è all’altezza del libro). È l’affetto puro che trionfa nel testo e nell’articolo. Haruf descrive magistralmente il sentimento intenso di due anziani, una donna e un uomo, che decidono di dormire insieme dando a questo atto non più una valenza fisica, ma di pura e sentita compagnia, consono accordo, incontro puro.
Così ho chiuso in bellezza questo editoriale, come cerco di fare sempre perché sia indicazione di metaforiche
strade da percorrere. E voglio coinvolgervi in un mio evento, personalissimo, che però sa di umanità e nel quale ritrovo tanto del calore delle pagine di Haruf qui recensite con altrettanto splendore.
Il 18 febbraio, appena martedì scorso, la mia mamma ha compito i cento anni! Richiamo con voi i miei auguri a lei. Ma da lei, dai suoi giorni trascorsi e da quelli che la vita le
  dedicherà, che spero ancora molti, voglio augurarvi la passione per il vivere e il fare che implica la vita stessa e che ci donano queste donne e questi uomini capaci di varcare il secolo dei loro sguardi nel mondo.
Il calore dei festeggiamenti privati ha dimostrato il legame con il romanzo di Kent Haruf. Lo scambio, l’amicizia in sé, scevra da implicazioni e interessi fisici, ci introducono in un mondo autentico, di valore: “
Ci sono momenti nella vita unici e speciali che ci permettono di attingere a sentimenti profondi e puri, a verità limpide come cieli estivi scrive l’autrice della recensione. È forse in questa spinta vitale la forza del bene che è molto più grande dell’amore comunemente inteso: se si smette di amare una persona molto spesso si smette anche di volerle bene, specie quando si iniziano litanie di rancorose lamentazioni sul perché una storia sia finita e di chi sia la colpa. Il bene, al contrario, tollera anche la fine dell’amore e persiste con molta gentilezza, umiltà e distacco. Il bene non ha la memoria corta e non dimentica il significato che l’amato/a ha avuto, a prescindere dalla sua presenza”.
Buona lettura a tutte e a tutti

 

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

4 commenti

    1. Grazie Valeria i tuoi comenti io li aspetto sempre . Grazie per gli auguri glieli darò a tuo nome. Sono contenta che lei ci sia. E sono contenta che tu cui sia e mi legga. Grazie

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