L’incendio del Reichstag

«Quella sera regnava un’atmosfera di placida sazietà…Hans Fallada, romanziere di valore e di successo, così descrive la conclusione di una cena nel prestigioso ristorante berlinese Schlichter, in compagnia del proprio editore Ernst Rowohlt e delle rispettive mogli. Lente e cariche di aroma le prime gocce del moca cadevano nelle tazzine poste sotto i beccucci…Tutto eccitato, un cameriere piombò come una furia nella piacevolezza di quella situazione e ci ricordò che, lontano dalla perfetta calma del nostro mondo privato, esisteva anche un mondo esterno, ben più vasto, nel quale, al momento, regnava lo scompiglio. Si precipitava da una stanza all’altra del locale, gridando: Il Reichstag sta bruciando! Il Reichstag sta bruciando! I comunisti gli hanno dato fuoco! Per tutt’e due fu come un richiamo alla vita. Saltammo su dalle nostre sedie, scambiammo uno sguardo d’intesa e chiamammo uno dei camerieri. Ganimede, alloquimmo quel discepolo di Lucullo, -ci procuri immediatamente un taxi! Vogliamo andare al Reichstag! Vogliamo aiutare Göring ad attizzare il fuoco!- Le nostre buone mogli impallidirono per la paura. È vero che Göring era al governo soltanto da un paio di giorni e che i campi di concentramento non avevano ancora fatto la loro comparsa, ma la fama che precedeva i signori che adesso avevano in mano il timone della Germania non lasciava immaginare dei mansueti agnellini. Ho ancora davanti agli occhi lo sconcerto e l’angoscia della situazione, che non mancava tuttavia di un suo lato comico: noi due in preda ad un vero furor teutonicus, con i nostri scambi di sguardi e le nostre urla di voler a tutti i costi dare una mano ad attizzare il fuoco; le nostre mogli sbiancate dalla paura, che cercavano di calmarci e volevano in ogni caso portarci fuori da quel locale, che aveva la nomea di essere filo-nazista; e il cameriere sulla porta, che scriveva frettolosamente qualcosa sul suo blocchetto dei conti: una sintesi dei nostri arditi discorsi, come avevamo modo di supporre dalla divertita approvazione dei presenti. Alla fine, comunque, le nostre mogli riuscirono a spingerci fuori dalla porta, sulla strada e dentro un’auto, con la scusa, penso, di andare a guardare lo spettacolo del Reichstag in fiamme. Però non se ne fece niente».
Nel settembre 1944, Hans Fallada è internato in un manicomio criminale. Qui, a rischio della vita, scrive le illuminanti Memorie dei dodici anni sotto il terrore nazista: la sua carriera è stata spezzata dall’avvento di Hitler al potere (gli è stata perfino negata la carta per la stampa dei suoi libri), tuttavia non ha lasciato la Germania, neppure dopo essere stato arrestato e fortunosamente rilasciato, ma ora, sorvegliato a vista, l’autore di E adesso pover’uomo? avverte l’urgenza di scrivere e lasciare testimonianza di che significa essere «nel mio paese straniero».
Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler è nominato cancelliere del Reich dall’anziano presidente della repubblica Paul von Hindenburg: il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (Nsdap) risulta infatti il partito di maggioranza relativa in seguito alle elezioni del luglio e del novembre 1932, rispettivamente con il 37,4% e il 33,1% dei consensi.

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“Hitler riceve la nomina di cancelliere del Reich dal presidente Hindenburg, 30 gennaio 1933“

 Con straordinaria rapidità, il Führer mette in moto una serie di «avvenimenti che nel giro di sei mesi dovevano portare alla completa nazificazione della Germania e alla sua ascesa a dittatore del Reich» (così William L. Shirer nella monumentale Storia del Terzo Reich): evita di trovare un accordo con i conservatori e ottiene da Hindenburg lo scioglimento del parlamento e l’indizione di nuove elezioni, fissate per il 5 marzo («Insceneremo un capolavoro di propaganda» scrive nel suo diario Joseph Goebbels, il 3 febbraio); guadagna il consenso, il sostegno finanziario (tre milioni di marchi!) e la «gratitudine» dei grandi industriali tedeschi («Ci troviamo dinanzi alle ultime elezioni» promette il 20 febbraio, in un incontro al palazzo del presidente del Reichstag, che ora è il fedelissimo Hermann Göring); dà ordine di vietare le adunate e i comizi di comunisti e socialdemocratici, contro i quali sono attuate intimidazioni e violenze, che non risparmiano neppure i cattolici moderati del Zentrum (in un mese il conto dei morti arriva a cinquantuno).
La sera del 27 febbraio 1933, quando Fallada e Rowohlt si trovano allo Schlichter, il presidente Hindemburg e il vicecancelliere von Papen si incontrano nello Herrenklub, un circolo aristocratico situato proprio di fronte al Reichstag («dalla finestra potemmo scorgere la cupola del Reichstag che sembrava illuminata dai riflettori- scriverà poi von Papen – Di tanto in tanto vampate e turbini di fumo ne offuscavano il profilo»), mentre Hitler cena con Goebbels e la sua famiglia a casa di quest’ultimo (e insieme si precipitano in automobile «a sessanta chilometri all’ora per la Charlottenburger Chaussée, verso la scena del delitto»). Qui trovano Göring, che immediatamente proclama che l’incendio è «un crimine comunista diretto contro il nuovo governo» e che dunque «saremo senza pietà. Ogni funzionario comunista deve essere fucilato sul posto. Ogni deputato comunista deve essere impiccato questa notte stessa». Sono invece quasi certamente i nazisti i mandanti e gli esecutori materiali dell’incendio al Reichstag, «questo sinistro fanale che apriva la via verso il Terzo Reich», annota Fallada, che senza esitazione ne attribuisce la responsabilità a Göring. Ecco la ricostruzione di William L. Shirer, sulla base di testimonianze giurate rilasciate durante il processo di Norimberga: «Dal palazzo del presidente del Reichstag, che allora era Göring, un passaggio sotterraneo, costruito per le condutture del riscaldamento centrale, portava all’edificio del Reichstag. Attraverso questa galleria, Karl Ernst ex inserviente d’albergo divenuto capo delle SA di Berlino, la notte del 27 febbraio aveva guidato un piccolo gruppo di uomini dei reparti d’assalto nel Reichstag, dove essi sparsero benzina e sostanze chimiche autocomburenti, tornando poi rapidamente nel palazzo da cui erano venuti». Per singolare coincidenza, a incendio già appiccato, si introduce nell’edificio un comunista piromane, Marinus van der Lubbe, di nazionalità olandese, inconsapevole strumento dei nazisti, poi riconosciuto colpevole e giustiziato. Saranno invece prosciolti nel dicembre 1933 il parlamentare comunista tedesco Ernst Torgler (accusato da Göring di aver preso parte all’attentato) e il comunista bulgaro Georgi Dimitrov (nel dopoguerra primo ministro della Bulgaria): quest’ultimo assumerà la propria autodifesa smontando le accuse di Göring e screditandolo davanti alla corte suprema di Lipsia, sede del processo, e a una parte almeno dell’opinione pubblica tedesca.
Il giorno successivo all’incendio, il 28 febbraio, su pressione di Hitler, Hindenburg sottoscrive un decreto «per la protezione del popolo e dello Stato», che di fatto sospende a tempo indeterminato i diritti civili: restrizioni della libertà personale e della libera espressione delle opinioni, della libertà di stampa, riunione e associazione; violazioni della segretezza delle comunicazioni; mandati di perquisizione, ordini di confisca e restrizioni della proprietà oltre i limiti legali in vigore.

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Il decreto per la protezione del popolo e dello Stato, 28 febbraio 1933

 In un crescendo di promesse (ai cittadini tedeschi) e violenze (sugli avversari politici), si arriva al 5 marzo: lo Nsdap è ancora il primo partito con il 43,9% dei suffragi, ma non ottiene la maggioranza assoluta, né tanto meno la maggioranza qualificata di due terzi necessaria al cancelliere per istituire la propria dittatura personale con l’approvazione del parlamento. Lo scopo è comunque raggiunto annullando i mandati dei deputati comunisti (il Kpd, il Partito Comunista Tedesco, è messo fuori legge il 24 marzo) e blandendo gli altri partiti, che, con l’eccezione del Spd, il Partito Socialista Tedesco (a suo volta messo fuori legge il 22 giugno), votano tutti a favore della concessione di pieni poteri a Hitler. E tutti sono messi fuori legge il successivo 14 luglio.
Dodici anni sotto il terrore nazista. Il 24 settembre 1944, in calligrafia minutissima, capovolgendo le pagine del manoscritto e continuando a scrivere negli spazi tra una riga e l’altra (rendendo così indecifrabile il suo memoriale ai guardiani della prigione per «criminali infermi di mente»), Hans Fallada annota a margine dell’incendio del Reichstag: «Questo piccolo episodio di vita vissuta rende bene l’atteggiamento che molti bravi tedeschi assunsero nei confronti dei nazisti che erano appena andati al governo. Nelle nostre gazzette tedesco-nazionali o democratiche o socialdemocratiche o addirittura comuniste avevamo già letto qualcosa della brutalità con cui questi signori erano soliti realizzare i loro propositi, e tuttavia pensavamo: -Le cose non potranno andare a questo modo! Ora che sono al potere si accorgeranno della distanza che esiste fra un programma di partito e la sua realizzazione! Anche loro sposteranno qualche paletto…come hanno sempre fatto tutti! Anzi, di paletti ne sposteranno persino parecchi!-. Della pervicacia di questa gente, della loro disumana durezza, capace letteralmente di passare sui cadaveri, su montagne di cadaveri, non ce ne facevamo ancora la ben che minima idea. Ogni tanto ci veniva voglia di aprire gli occhi, per esempio quando venivamo a sapere che un figlio dell’editore Ullstein al momento dell’arresto, avendo chiesto in maniera forse un po’ impertinente di potersi prima lavare i denti, era stato subito steso giù a manganellate e portato via mezzo morto. Gli arresti fioccavano incessanti, e molti almeno di questi arrestati venivano colpiti a morte “mentre tentavano di fuggire”. Ma presto ci ripetevamo: -La cosa non ci riguarda. Noi siamo dei cittadini pacifici, di politica non ce ne siamo mai occupati-. Eravamo davvero insensati: proprio perché non ci eravamo occupati di politica, nel senso che non c’eravamo iscritti all’unico partito in grado di farci felici e continuavamo a non farlo, ci rendevamo altamente sospetti».

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Hans Fallada nello studio della sua casa berlinese, 1934

 

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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