The man in black. Johnny Cash

È la fine del mese di agosto del 1960, ho dieci anni.
Sono in vacanza con i miei genitori (la presenza di mio padre d’estate era una rarità…) e con mio fratello, di cinque anni più piccolo, a Carenno, località di collina nel lecchese, non lontana da Calolziocorte.
Ricordo bene il periodo perché nella villetta presa in affitto c’è la TV e io guardo, quando posso, le Olimpiadi di Roma e i trionfi di Livio Berruti e di Abebe Bikila, il maratoneta scalzo, li ricordo ancora.
Non lontano c’è un negozio di dischi (già allora investivo gran parte della mia paghetta in musica) e in quella fine di agosto compro due 45 giri e un Extended Play: i due 45 giri sono Twist italiano di Lou Monte e Dance with the guitar man di Duane Eddy. Ma l’Ep mi segna molto di più. In quel 1960 sono un appassionato delle storie di Tex Willer già da parecchi anni (lo sono ancora, ci mancherebbe) e così, quando in quel negozio vedo una copertina con tre cow-boys seduti sotto la luna intenti a cantare accompagnandosi con la chitarra, la curiosità ha la meglio. È il primo, ancora sporadico, incontro con la voce profonda di Johnny Cash.
Gli anni passano, i gusti cambiano, Cash viene dimenticato, messo in un angolo della memoria, fino a quando, nel 1991, esce, e lo acquisto, The Best Band You Never Heard in Your Life, un doppio Cd live di Frank Zappa registrato durante la sua ultima tournée, quella del 1988. La seconda traccia del primo Cd è una versione di Ring of fire, uno dei grandi successi di Johnny Cash, composto dalla seconda moglie June Carter. Il brano era stato eseguito il 22 aprile 1988 a Wurzburg, in Baviera, perché Zappa aveva incontrato in un albergo di quella città Johnny Cash e lo aveva invitato come guest star al concerto in programma quella sera. Cash, poi, non vi aveva partecipato a causa di un malore della moglie, ma Zappa, dopo aver chiesto il parere del pubblico, aveva omaggiato ugualmente il collega facendo cantare il brano dal chitarrista Mike Keneally, in grado di fare una imitazione credibile della voce basso-baritonale di Johnny.
E così il mio interesse rifiorisce, acquisto un paio di Cd, vedo il bel film (anche se il titolo italiano è orrendo) Quando l’amore brucia l’anima con una interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix (indicato dallo stesso Cash come possibile interprete poco prima della morte, avvenuta nel settembre 2003), che vale all’attore una nomination agli Oscar del 2006, e leggo la splendida autobiografia del cantante, pubblicata finalmente anche in Italia nel 2012, scritta ben quindici anni prima.

Facciamo un passo indietro: Johnny Cash nasce a Kingsland, in una zona rurale dell’Arkansas, il 26 febbraio del 1932, quarto di sette figli. La famiglia è povera, i bambini aiutano i genitori nella coltivazione del cotone in un piccolo appezzamento di terreno fornito dal governo grazie al New Deal. Nel 1944 il fratello maggiore Jack, che lavora per aiutare il bilancio familiare, resta ucciso, a quindici anni, in un incidente con una sega circolare; questo fatto segna per sempre il carattere e la vita del cantante.
Terminato il servizio militare, Johnny si sposa una prima volta con Vivian Liberto – dalla quale avrà quattro figlie – e si trasferisce con lei a Memphis, dove, per mantenere la famiglia, vende elettrodomestici porta a porta; conosce il chitarrista Luther Perkins e il bassista Marshall Grant coi quali forma una band chiamata inizialmente “Johnny Cash and the Tennessee Two” e successivamente “Tennessee Three” per l’arrivo del batterista W.S. Holland. Questi musicisti restano poi con lui per moltissimi anni: un sodalizio davvero fuori dal comune.
Il gruppo si presenta nel 1955 presso gli studi della Sun Records per un provino con il proprio repertorio di gospel, ritenuto dai discografici della Sun poco interessante. Il produttore Sam Phillips (già scopritore di Elvis Presley e Jerry Lee Lewis) intravede però le potenzialità di Cash e dei suoi e gli chiede se non ha qualcosa di diverso in repertorio: così viene registrato il primo successo, Cry, cry, cry.
Tra i brani incisi quell’anno compare Folsom prison blues, la canzone con la quale è aperto nel 1968 il celebre concerto nel penitenziario di Folsom, brano che i responsabili del carcere supplicarono il cantante di non eseguire, temendo possibili conseguenze vista la particolare composizione del pubblico. Il concerto è stato pubblicato integralmente ed è facilmente reperibile, ottimo punto di partenza per chi volesse accostarsi a questo grande artista. Per darvi un’idea della poetica di Cash ecco il testo che ho tradotto (spero senza grossi strafalcioni):

Sento il treno arrivare
sferraglia dietro la curva,
e non ho visto il sole
da allora, non so quando.
Sono bloccato nella prigione di Folsom
e il tempo continua a trascinarsi
ma quel treno continua a sferragliare
scendendo a San Antone.
Quando ero solo un bambino
la mia mamma mi ha detto: «Figlio,
sii sempre un bravo ragazzo,
non giocare mai con le pistole».
Ma ho sparato a un uomo a Reno
solo per vederlo morire:
quando sento quel fischio soffiare
chino la testa e piango.
Scommetto che ci sono ricchi che mangiano
in una elegante carrozza ristorante,
probabilmente stanno bevendo caffè
e fumando grossi sigari,
so di aver combinato tutto questo
so di non poter essere libero,
ma quelle persone continuano a muoversi
ed è questo che mi tortura.
Bene, se mi liberassero da questa prigione,
se quel treno della ferrovia fosse mio,
scommetto che mi trasferirei
un po’ più avanti lungo la linea,
lontano dalla prigione di Folsom,
ecco dove voglio restare,
e lascerei quel fischio solitario
spazzare via la mia tristezza.

FOTO
Johnny Cash si esibisce alla Folsom State Prison

 Già negli anni Cinquanta Cash inizia a bere smodatamente e sviluppa una dipendenza da anfetamine e barbiturici. Per diversi anni la carriera non ne risente, ma a metà degli anni Sessanta la situazione esplode in un comportamento distruttivo che porta a diversi arresti e alla dissoluzione della famiglia.
Dopo un tentato suicidio, la vicinanza di June Carter, che diventerà la sua seconda moglie, gli darà un figlio e resterà con lui fino alla fine, gli fornisce la forza di disintossicarsi (anche se con alcune successive ricadute).

FOTO 1
Johnny Cash e June Carter

Di sé stesso Cash dice: «Credo di essere percepito dalla gente come un cantante country conservatore che vive da qualche parte nel Sud. Il pregiudizio errato è che io sia un provinciale, e a volte dicono persino che io sia un redneck, e, Dio me ne scampi, un bigotto». Cash non solo non è un bianco razzista e incolto del Sud degli Stati Uniti, ma neppure abbraccia una qualche fede politica, rimanendo sempre dalla parte degli ultimi e dei perdenti, a partire dai nativi americani. Analogamente non si lega a un genere particolare: il folksinger coesiste col cantante rock, senza steccati.
Agli inizi degli anni Settanta Johnny Cash diventa, definitivamente, The man in black, vestendosi sempre di nero ai concerti; in una canzone spiega così le ragioni della sua scelta:

Indosso il nero per i poveri e gli oppressi
che vivono nel lato disperato e affamato della città
lo indosso per il detenuto che ha a lungo pagato per il suo crimine
ma è lì, perché è una vittima dei tempi.

La morte lo prende per mano a Nashville il 12 settembre 2003, a pochi mesi dalla scomparsa dell’amata June.

FOTO 2
Bob Dylan e Johnny Cash

 

In copertina “la casa dei Cash in Arkansas

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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