Le anime di Kent Haruf

Un giorno un amico mi disse che non mi sarei potuta perdere la lettura dell’ultimo romanzo di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, perché avrei trovato una miniera di cose belle. Lo lessi nell’aprile del 2017, in due sere: troppo velocemente, ma non riuscivo a smettere di sfogliare una pagina dopo l’altra. Piansi moltissimo durante la lettura e alla fine del romanzo. Non saprei dire per quale ragione precisa. Così feci passare una settimana e lo rilessi, lentamente. Mi imposi un massimo di tre pagine al giorno, scrivendo riflessioni e commenti sui passaggi che destavano in me maggiore risonanza interiore. Ed è in questo modo che intendo parlare di questo breve romanzo, partendo da una premessa. Ci sono momenti nella vita unici e speciali che ci permettono di attingere a sentimenti profondi e puri, a verità limpide come cieli estivi. Kent Haruf sapeva di non aver tempo, era nella fase terminale della sua malattia; dunque, possiamo esser certi che in questa storia non c’è ombra di menzogna, non c’è spazio per inutili orpelli, ma solo per la parola semplice e genuina. Le nostre anime di notte è stato definito il testamento spirituale dello scrittore americano la cui scrittura, secondo il suo traduttore Fabio Cremonesi, è «schiva e profondamente umana».

Addie e Louis sono due anziani vedovi che vivono in solitudine in una cittadina, Holt. Una sera di maggio Addie telefona al suo vicino di casa e poco dopo va da lui con una singolare richiesta: «mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me». Questo è l’inizio del romanzo e Haruf ci fa sentire la tenera delicatezza delle sere primaverili, ci fa entrare nella solitudine di due anziani che hanno attraversato le loro esistenze di coniugi e che adesso hanno paura di attraversare il silenzio della notte. Immediatamente si notano due elementi: il desiderio umanissimo della compagnia, il gesto audace di Addie che con poche parole azzera tutta una serie di luoghi comuni su come dovrebbero vivere e amare gli anziani e su quante aspettative impongono loro le convenzioni sociali. Addie sentiva che il suo letto era troppo freddo e sapeva che per dormire aveva bisogno delle pastiglie. Avere una compagnia senza pretese né promesse le avrebbe dato la serenità per affrontare il sonno e sentirsi protetta. Louis, per la grande sorpresa, accoglie la proposta con una risata e una sola bizzarra preoccupazione, infatti domanda a Addie: «e se russo?». La notte, gradatamente, si trasforma nella metafora del segreto, dell’intimità da ricostruire attraverso la parola. Addie, infatti, non deve utilizzare nessun’arma di seduzione, non punta sull’attrazione fisica. Lei e Louis sono liberi dai luoghi comuni che costituiscono il frasario degli incontri d’amore, viaggiano sulla via di un bene più profondo che contiene in sé anche l’amore, sono in cerca dell’anima; in quella relazione non c’è nulla da chiedere se non l’essere compagno/a. Quante volte abbiamo equivocato su questa parola: sinonimo per indicare il/la fidanzato/a o il/la convivente. Credo tuttavia che i/le compagni/e d’anima, come ci insegnano Addie e Louis, siano ben altro: due persone che si incontrano e fanno un pezzo di strada insieme, non perché debbono corrispondere ad un ideale di uomo o donna, ma perché mettono insieme quello che hanno e lo condividono. I nostri protagonisti erano già vedovi da alcuni anni, le loro vite scorrevano lungo i binari di abitudini consolidate, erano delle individualità ben definite. Avrebbero potuto trascorrere esattamente così il resto della loro vita se, ad un certo punto, Addie non si fosse decisa a mettersi in cammino nel tentativo di incrociare, come ad un bivio, la miracolosa forza del bene e dello sguardo dell’altro. Come un gomitolo nuovamente riavvolto, la protagonista riprende da capo il filo, determinata a tessere un sentimento inatteso. A me piace chiamarli amori di seconda fioritura che sbocciano a stagione inoltrata, talvolta con frutti più rigogliosi, ancor più tenaci nell’accettare la sfida della vita che non si arrende alla rassegnazione. È forse in questa spinta vitale la forza del bene che è molto più grande dell’amore comunemente inteso: se si smette di amare una persona molto spesso si smette anche di volerle bene, specie quando si iniziano litanie di rancorose lamentazioni sul perché una storia sia finita e di chi sia la colpa. Il bene, al contrario, tollera anche la fine dell’amore e persiste con molta gentilezza, umiltà e distacco. Il bene non ha la memoria corta e non dimentica il significato che l’amato/a ha avuto, a prescindere dalla sua presenza. Tutto questo Kent Haruf ce lo mostra in trasparenza nelle prime battute della storia attraverso una asimmetria dei personaggi. Addie è già pronta come se avesse ricevuto una rivelazione, Louis impacciato, sorpreso e buffo. Tuttavia, non appena capisce che può accettare quella imprevedibile proposta, fa un gesto, ritorna a prendersi cura di sé: «consumò una cena leggera, fece una lunga doccia, tagliò le unghie delle mani e dei piedi», e porta da lei solo l’essenziale: «un sacchetto di carta che conteneva pigiama e spazzolino da denti». La loro prima notte trascorre riannodando le fila di una quotidianità perduta: il telegiornale della sera, qualcosa da leggere, la compagnia di un corpo. Si addormentano senza nemmeno sfiorarsi un lembo di pelle, ma l’anima quella sì. Addie e Louis iniziano questo viaggio non per passione, forse c’è anche dell’attrazione, è possibile, ma sanno che non vogliono solo quella. Iniziano a scrutarsi come chi, a volte, trascorre molti anni a studiarsi senza saperlo, tra soste, attese e ritorni. Ad un certo punto del racconto, Louis ha una legittima curiosità: «mi chiedevo come mai hai scelto proprio me. Non ci conosciamo poi così bene». La risposta di Addie è semplice e geniale e rende chiaro tutto il potenziale dell’intuito di una donna emancipata e consapevole: «Credi che avrei potuto scegliere chiunque? Un anziano qualsiasi con cui parlare? Io credo che tu sia una brava persona. Una persona gentile». La gentilezza e la tenerezza sono le grandi assenti degli uomini alfa che non usano la parte femminile di sé stessi – proprio l’anima direbbe Jung – inconsapevoli di quanta potenza risieda nella grammatica interiore che fa della fragilità e delle carezze un atto mille volte più potente e più intenso di un rapporto sessuale. Canta nella splendida Ovunque proteggi Vinicio Capossela: «E ancora proteggi la grazia del mio cuore adesso e per quando tornerà l’incanto…l’incanto di te…di te vicino a me». La delicatezza di questa storia viene messa alla prova dalla banalità dei giudizi sia del vicinato, sia dei rispettivi figli della coppia, poiché i perbenisti giudicano disdicevole il rapporto o peggio ancora lo ritengono condizionato da eventuali interessi economici. La risposta la trova ancora Addie con leggerezza e buonsenso: «Ho intenzione di godermi le nostre notti e la possibilità di stare insieme finché dureranno. Non voglio più vivere per gli altri per quello che pensano o credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno». Addie ci fa percepire la densa dimensione del tempo. Lei sa che tutto può finire in qualunque istante, anche in considerazione della loro età. Lei sa che il tempo non si può piegare alle regole stabilite dalle convenzioni sociali, lei sa che lo si può abitare con estrema gratitudine per la gioia che in quegli istanti è concessa loro: «io mi sto comportando bene. Sto facendo ciò che desidero senza fare del male a nessuno. È una scelta essere liberi, persino alla nostra età». La libertà di cui parla Addie non è tanto un generico atto di anticonformismo, una forma di ribellione, quanto la ricerca più autentica di una connessione con sé stessi, di comportamenti  sinceri e schietti che  dovremmo assumere. Addie e Louis durante la notte parlano al buio, come mai? Forse c’è in loro un desiderio di protezione da ciò che è incomprensibile, di parole sussurrate che manifestano il fertile riflesso dell’ombra? Poche parole, infatti, sigillano il loro patto: «adoro questa cosa. È meglio di quel che speravo. È una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Starcene qui al buio di notte. Non ti sei ancora stancata? Ancora no. Quando succederà, te lo farò sapere».

Mi piace pensare a questo sentimento di Addie e Louis, che si dipana senza i picchi della passione, come una sorgente di nutrimento reale, costante e veritiero, come un luogo che ho trovato dentro di me. Il bene non è “per” sempre, il bene è “a” sempre. La differenza nell’uso della preposizione è fondamentale. “Per” ha la pretesa della continuità senza mutamento, “a” è un appuntamento aperto, è il muoversi con il proprio passo, verso un luogo. “A” sempre risiede nell’anima e non nel cuore; quest’ultimo può essere un luogo fin troppo affollato, l’anima, invece si espande come una radura alla fine del bosco. La gioia di cui sono colmi Addie e Louis è la pienezza di chi non ha niente da chiedersi, nulla da pretendere; superati gli obblighi, i doveri e le attese della vita, così da abitarla con le sue trasformazioni. Essi non hanno più bisogno di prove d’amore né di conferme, per nulla necessarie quando liberamente si condivide una parte di tempo. La loro è un’amicizia fatta d’amore e viceversa. Kent Haruf, attraverso questa storia, ci apre un varco inatteso sulla natura trascendente e pura non solo del sentimento, ma anche del desiderio: «chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare capiti a tanti, forse a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi». Dunque, l’intimità piena di desiderio si realizza in Addie e Louis attraverso il superamento di idee, sogni e impressioni errate per potersi, veramente, lasciarsi andare. Essi trovano un nuovo spazio di libertà, strade nuove e sconosciute, di una libertà che è il frutto più saggio della consapevolezza di sé. Per scoprire e assaporare la conclusione di questa storia è bene immergersi nelle pagine discrete e cesellate di Kent Haruf. Qui basterà l’augurio di una buona lettura e di provare a cercare e, magari trovare, la radicalità tenera, libera e pura di Addie e Louis. Che le loro anime di notte possano essere un pochino le nostre.

 

 

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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