“Walking stories for walking women”: appuntamento con la scrittura

Sette giorni fa ci siamo messe in marcia, con un obiettivo: quello di andare alla scoperta delle storie di otto donne straordinarie. In alcuni casi il nostro compito è semplice e ci basta seguire le intitolazioni di vie e piazze delle nostre città. In altri, invece, la toponomastica non ci è d’aiuto e dovremo perciò essere noi a cercare di ridare un nome ed un volto a figure che hanno fatto la storia del nostro Paese, ma che proprio nelle strade del nostro Paese restano invisibili.
La scorsa settimana abbiamo conosciuto le vicende di Laura Conti e di Margherita Traube, due scienziate ma anche due donne impegnate nel sociale, capaci di coniugare l’amore per la scoperta a quello per l’ambiente e l’emancipazione delle donne.
Se spesso la scienza viene apertamente considerata “materia da uomini”, nel mondo della letteratura la discriminazione di genere opera in modo più sottile e subdolo: l’idea è quella che le donne possano scrivere, ma solo di determinati argomenti. Ed ecco che la letteratura femminile viene spesso associata al racconto d’amore e a quelli che vengono chiamati “romanzi rosa”. Scritti considerati – anche questi per puro pregiudizio e non per reale analisi del loro valore – minori. La scrittura impegnata, la saggistica e la critica continuano ad essere invece, nell’immaginario comune, terreno dominato dagli uomini. Il problema, in realtà, è sempre lo stesso: quello della mancanza di rappresentazione e di valorizzazione. Anche in questo caso, le donne meritevoli e talentuose ci sono e sono tante, ma il risalto che viene dato loro è spesso minore rispetto a quello che si riserva alla controparte maschile.
Per questo “Walking Stories for Walking Women” – il progetto nato dalla collaborazione tra Wher ed il team di Toponomastica femminile – riparte per il secondo appuntamento e questa volta è pronto a perdersi tra le parole di due grandi scrittrici del recente passato: Sibilla Aleramo e Fernanda Pivano.
Anche in questo caso, due donne estremamente diverse, che ci consentono di esplorare tutte le sfumature e la complessità della scrittura al femminile.
Quando si parla di Sibilla Aleramo, scindere la dimensione biografica da quella letteraria è praticamente impossibile: la sua scrittura si nutre della sua vita ed allo stesso tempo la plasma e le dà forma, a partire da un’adolescenza difficile.
Rina Faccio, questo il vero nome di Sibilla Aleramo, si scontra con la malattia mentale quando è ancora molto piccola: la madre si sente oppressa dal ruolo di moglie e madre e soffre di una grave forma di depressione, che la porterà a tentare il suicidio e poi ad essere internata in manicomio. Quando Rina ha solo 15 anni, il fardello di dolore che porta con sé si fa più pesante: uno degli impiegati della fabbrica in cui lavora come contabile, Ulderico Pierangeli, la violenta. Siamo nell’Italia di fine ‘800 e la violenza sessuale non è letta tanto come un trauma personale e come un atto privazione della libertà di scelta, quanto come un problema sociale, dato dal fatto che la donna, spogliata del suo onore, non avrebbe più alcuna possibilità di essere presa in sposa da un altro uomo. In un contesto in cui il ruolo femminile prestabilito è quello di moglie e madre, l’unico modo per tutelare la vittima è dato dal matrimonio riparatore.
Sibilla deve sposare il suo violentatore ed è così condannata a una vita infelice, al fianco di un uomo squallido, che ostacola ogni suo tentativo di evadere dalla prigionia famigliare: neanche la nascita, nel 1895, del figlio Walter riesce a darle un barlume di speranza e, come la madre, anche lei tenta di togliersi la vita.
Ad aiutarla a risollevarsi è la scrittura, a cui affida un compito ben preciso, quello di aiutarla a inseguirei suoi ideali di emancipazione femminile e di impegno sociale. Pubblica i primi articoli
a partire dal 1897 nella “Gazzetta letteraria”, nell’ “Indipendente”, nella rivista femminista “Vita moderna” e nel periodico di ispirazione socialista “Vita internazionale”. Comincia anche a stringere i primi rapporti di amicizia con intellettuali impegnati nelle lotte femministe, come Giorgina Craufurd ed il marito Aurelio Saffi, e a battersi anche al di fuori del contesto letterario, partecipando a manifestazioni per l’estensione alle donne del diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.
Sibilla inizia finalmente ad acquisire consapevolezza di sé, al di là del ruolo di moglie e madre che la società vorrebbe essere l’unico possibile per una donna, e questa nuova dimensione si estende quando, con tutta la famiglia, a causa del lavoro del marito, si trasferisce in un ambiente intellettualmente prolifico come quello milanese.
A Rina è affidata la direzione del settimanale socialista “L’Italia femminile”, mentre continua a stringere rapporti con figure progressiste e rivoluzionarie: conosce in questi anni Anna Kuliscioff e Filippo Turati, collaborano con lei Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao.
Così, quando nel 1902 il marito vorrebbe riportarla con sé alla squallida vita di provincia a Porto Civitanova, Rina prende una decisione estremamente dolorosa e sofferta, ma anche di dirompente anticonformismo per una donna dell’epoca: lascia il marito e – condizione inevitabile per la separazione – anche il figlio. Si trasferisce quindi a Roma e la scelta di farsi chiamare Sibilla Aleramo – nome ispirato da una poesia di Carducci e suggeritole da Giovanni Cena, poeta e scrittore a cui resta legata sentimentalmente per diversi anni – diventa il marchio tangibile del desiderio di riprendere in mano la propria esistenza, finalmente libera.
Nel 1906 la sua esperienza di vita, tra sofferenza e ribellione, viene consegnata al mondo: Sibilla pubblica Una donna e affida alla parola scritta l’amore disilluso per il padre, l’insofferenza nei confronti della madre, l’annaspare all’interno di una vita coniugale infelice. Soprattutto, però, esprime il suo netto rifiuto verso la subalternità della condizione femminile e, in un’epoca in cui iniziano a farsi strada i primi fermenti femministi, il romanzo diventa una vera e propria bandiera, ottenendo un successo tale da essere subito tradotto in diverse lingue e distribuito fin negli Stati Uniti.
Sibilla vive una vita fatta di relazioni tormentate, come quella con il poeta Dino Campana, testimoniata da un intenso scambio di lettere, e legami fuori dagli schemi per il tempo, come l’amore omosessuale con Lina Poletti. Un tormento che è evidente anche nella sua attività letteraria, che prosegue per tutta la vita, ma soprattutto nell’impegno sociale e politico: Sibilla si allontana dal femminismo, dopo il socialismo si avvicina al fascismo, per poi iscriversi al Pci dopo la Seconda guerra mondiale. Scelte che forse potrebbero restituire il ritratto di una persona volubile, ma che, prima di tutto, sono le scelte di una donna finalmente libera.
A lei sono state intitolate numerose strade in tutta Italia; fra le tante: a Milano, Roma, Torino, Modena, Ferrara, Crotone, Perugia.
Non è ancora così per Fernanda Pivano: sono da poco trascorsi i 10 anni dalla sua scomparsa, termine necessario perché il suo nome possa essere assegnato a vie e piazze d’Italia, ma  il percorso sembra ancora essere lungo e tortuoso.
È però importante che anche la toponomastica dia il giusto riconoscimento a una donna che, con la sua attività di traduttrice, saggista e critica letteraia e musicale, è riuscita a fare da ponte tra l’Italia e gli Usa, portando nel nostro Paese il fermento culturale di un’intera generazione.
La vita di Fernanda Pivano si incrocia sin da subito con quella di altre grandi figure della letteratura italiana: è compagna di liceo di Primo Levi ed in quella stessa scuola – il Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino – Cesare Pavese è il suo supplente di italiano. È lui a far nascere in Fernanda l’amore per la letteratura americana, attraverso le opere di Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters, Walt Whitman e Sherwood Anderson. Anche l’amore per la musica, che sarà un altro dei temi cari alla scrittura di Fernanda Pivano, emerge quando è ancora giovanissima: si diploma in pianoforte al Conservatorio, mentre studia per prendere due lauree, in lettere e filosofia con indirizzo pedagogico.
La carriera di traduttrice, in cui Fernanda esprime un’apertura di orizzonti che poco si confà ad una dittatura, la porta sin da subito a scontrarsi contro il regime: durante una retata delle forze nazi-fasciste alla casa editrice Einaudi, viene ritrovato un contratto per la traduzione di  Addio alle armi di Ernest Hemingway, erroneamente intestato al fratello di Fernanda, la quale si reca subito al comando delle SS dove l’uomo è trattenuto. Anche lei viene arrestata e interrogata e la sua versione del romanzo, in lingua italiana, non potrà essere distribuita prima del 1949.
Instancabilmente curiosa, Fernanda realizza nel 1956 il suo sogno di visitare gli Stati Uniti: è solo il primo di una lunga serie di viaggi, che la porta a diretto contatto con il fermento culturale della beat generation. Scopre Ginsberg, Kerouac, Bukowski e gli altri, scrive della loro poesia e dei loro romanzi, spinge le case editrici a conoscerli e pubblicarli, ma promuove anche la poesia beat italiana, dando vita al progetto editoriale East 128. E un ponte tra culture, generi e stili differenti, Fernanda lo è anche nella musica: porta nei suoi articoli le note di Bob Dylan, ma avvia anche una collaborazione con Fabrizio de Andrè, che trasforma in musica la sua traduzione dei testi dell’Antologia di Spoon River.
Nel 2003 nasce il premio Fernanda Pivano, assegnato ogni anno a chi si è distinto per avere svolto ricerche, scritti o portato contributi eccezionali alla società e nel mondo della cultura: perché Fernanda Pivano è riuscita a fare proprio questo, a restituire con la sua opera tutta la complessità di una letteratura che nasconde al suo interno la storia, i conflitti sociali e l’identità di un intero continente. Ed è giusto che questo suo contributo venga riconosciuto nelle nostre strade e nelle nostre piazze.
Alla prossima settimana con le emozionanti storie di donne…sportive!

 

 

 

Articolo di Giorgia Cino

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Nata a Lecce, studia Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione al Politecnico di Torino. Da sempre appassionata di comunicazione, in ogni sua forma, collabora con l’Ortometraggi Film Festival e con la web radio OndeQuadre.

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