Beatrice Hastings in full revolt

Recensione volume scritto e curato da Maristella Diotaiuti e Federico Tortora

La prima cosa che mi ha colpito è stato il nome scelto per il caffè letterario livornese che cura la pubblicazione: Le Cicale Operose; come si sa infatti la cicala canterina si oppone nell’immaginario favolistico alla strenua lavoratrice, la formica, oppure alla infaticabile ape. Qui si è voluto invece rompere lo stereotipo e ricordare che anche le cicale, oltre a frinire nella stagione estiva, hanno un loro preciso compito nel grande disegno della natura, come ogni altro essere vivente. Sono state venerate in antico e ritenute simbolo di purezza e di rinascita in varie culture.
In questo luogo accogliente, da quello che ho potuto sapere consultando il sito, ci si ritrova, si legge, si fa musica, si presentano libri, si discute di letteratura e, talvolta, si fanno scoperte. Così è accaduto con la figura di Beatrice Hastings. E da qui poi è scaturita l’opera: il «libro nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo» (dalla Premessa, p.9). Parole del genere, o molto simili, mi accade di leggerle, o di scriverle, quasi sempre quando si tratta di donne, siano scienziate, artiste, scrittrici, nella perpetua loro rimozione dai libri e dalla cultura “alta”. Spesso capita quello che è capitato al gruppo di intellettuali che si ritrovano a Livorno: volevano approfondire la conoscenza delle figure femminili vicine al genio Amedeo Modigliani, ma se per Anna Achmatova e Jeanne Hébuterne il compito è stato semplice, su Beatrice hanno trovato il silenzio totale. Da qui la voglia di studiarla e riportarla fuori dall’oblio. Il libro dunque si articola su più piani: dopo una ampia Introduzione al personaggio e al suo rilievo nel panorama culturale europeo, troviamo i necessari Cenni biografici in cui si ripercorre l’esistenza vivacissima di Beatrice. Segue poi una scelta delle opere, tradotte con grande finezza in italiano da Matilde Cini, da cui emerge la sua personalità e soprattutto si evidenziano le tematiche di cui fu una vera paladina. Infine non poteva mancare la parte artistica, curata da Anna Maria Panzera, ovvero l’esame accurato dei ritratti che Modigliani fece dell’amica (e amante): le 13 opere sicuramente attribuite, realizzate fra il 1914 e il 1916. Peccato solo che non siano riprodotte a colori e che, purtroppo, siano per la maggior parte in collezioni private o all’estero.
Ma passiamo alla conoscenza diretta della biografia di Beatrice, una donna in full revolt, come scrisse lei stessa su una propria foto quando era appena diciannovenne. Nata a Londra il 26 gennaio 1879, Emily Alice Haigh fu portata a pochi mesi in Sudafrica dove il padre intraprese un’attività commerciale. Dopo otto anni il ritorno nel Sussex, ad Hastings, luogo da cui prenderà lo pseudonimo. Bambina ribelle e incontrollabile, venne chiusa in un collegio da cui fu espulsa più volte. Nel 1891 la famiglia ritorna in Sudafrica, a Port Elizabeth, dove Emily studia canto e pianoforte, ma anche frequenta di nascosto la popolazione nativa e si innamora dei paesaggi, dei miti, delle leggende locali. Ancora ragazzina si sposa e con il marito si trasferisce a Londra, ma l’unione si rivela instabile, tanto che quando Edward decide di ritornare in Africa, la giovane moglie non lo segue; di lì a poco rimane vedova, in difficoltà economiche, e proprio in questo periodo sembra aver avuto una bambina, morta di polmonite. Beatrice (ancora Emily) va a vivere a Cape Town dove incontra un nuovo amore: un pugile di una certa notorietà con cui ripartirà presto per l’Europa. Finita la relazione, nel 1904 da sola raggiunge New York dove svolge mestieri disparati (fra cui l’attrice e la corista), ma riesce a cimentarsi come giornalista e scrittrice. La miseria la porta sull’orlo del suicidio, finché torna a stabilirsi a Londra. Qui compare finalmente con il nuovo nome che si è scelta. Frequenta l’università di Oxford, partecipa attivamente alla vivace vita culturale, si iscrive al partito di ispirazione marxista, incontra persone interessanti, fra cui Alfred Richard Orage, con cui avrà una intesa intellettuale e amorosa. Molto importante per Beatrice il ruolo della rivista “The New Age” su cui scriverà assiduamente, utilizzando almeno 13 diversi nomi (elemento che ha contribuito a creare confusione e incertezza sulle attribuzioni dei suoi reali testi), per occuparsi di argomenti diversificati e mantenere stili propri di ciascuna nuova personalità.
Alla proposta di Orage di fare la corrispondente da Parigi, Beatrice non poteva certo dire di no, fu così che partì per una nuova avventura. «Artisti e intellettuali provenienti da tutto il mondo la considerano meta privilegiata, il luogo dove nascono le nuove correnti artistiche e letterarie, dove possono liberamente esprimersi e perseguire il desiderio di affermazione nei rispettivi ambiti» (p.52). Beatrice diventa la giornalista Alice Morning e incontra Matisse, Picasso, Apollinaire, Cocteau, ma fra tutti sceglie Modigliani con cui condivide passione, interessi, scambi fruttuosi di idee, in una reciproca crescita umana e culturale. Per circa un anno i due vivono insieme, in un bel villino a Montmartre, ma i tempi sono sempre più difficili: lo scoppio della guerra, i rapporti divenuti freddi e sporadici con Orage, il distacco da Dedo. Nel 1920 Modigliani muore e Beatrice ha un ricovero ospedaliero durante il quale scrive un’opera incompiuta: Madame Six. Dal 1922 al ’31 lei stessa racconta di aver vissuto un po’ in Svizzera e un po’ in Riviera; nel 1931 ritorna stabilmente in patria, a Londra, dove prosegue la sua attività di scrittrice e giornalista, fondando un suo periodico: lo “Straight thinker” di cui usciranno cinque numeri. Dal ’36 nuova esperienza, nuovo periodico: “The Old New Age”. Ma non abbandona la politica, dedicandosi con energia a combattere il fascismo e la passività del governo Chamberlain di fronte alle continue aggressioni naziste: «Svegliati, Inghilterra. Imbraccia le armi, proteggi te stessa», scrive nel ’39 in uno dei suoi tanti pamphlet del periodo. Beatrice tuttavia non sopravvivrà a lungo: è molto malata e sofferente, ma mantiene contatti con amici e conoscenti soprattutto per salvaguardare le proprie opere dall’oblio. Invia volumi alla Società teosofica canadese e manoscritti al fratello, in Sudafrica, perché li recapiti alle biblioteche locali. Il 30 ottobre 1943 mette fine alla sua vita, chiudendosi in cucina, dopo aver ben sigillato porte e finestre; sdraiata su un piumino attende la morte aspirando il gas.
Ma di quali tematiche si è occupata nella sua tumultuosa vita? Tematiche scomode, certamente scandalose per l’epoca, su cui era pronta a spendersi senza riserve e senza timore delle critiche. «Sempre troppo ribelle, troppo libera, eccessiva nel desiderare, nel prendersi la vita, una inquietudine che, agli occhi degli altri, diventa smania scomposta. Sempre “contro” anche nel modo di atteggiare il corpo» (p.13), padrona di sé stessa, dalla sessualità ambigua e anticonvenzionale in ogni atteggiamento. Basta pensare che anticipa di una ventina di anni quanto scriverà Virginia Woolf sul destino delle donne; sarà anche ispiratrice di Katherine Mansfield di cui fu amica e amante. Non risparmierà critiche alle “suffragiste” quando diventeranno troppo arrendevoli e prenderà posizioni radicali sul corpo femminile e sulla maternità: ribalta lo stereotipo secondo cui «le donne nascono per essere madri», affermando invece che «le donne nascono per non essere madri» e che «la tortura della nascita di un bambino è la più brutta esperienza della vita umana» (p.24). Oltre agli scritti che potremmo definire femministi, Beatrice si dedica alle corrispondenze del periodo bellico quando vive a Parigi e racconta in forma di diario la vita quotidiana attraverso gli occhi delle donne alle prese con i problemi della sopravvivenza. Un altro tema che le è caro è l’esoterismo, in parte frutto dei suoi studi delle religioni e filosofie orientali, in parte scaturito dall’incontro con madame Helena Blavatsky che la introduce alla scrittura automatica e allo spiritismo. In Madame Six affronta l’autobiografismo e la complessa vicenda d’amore con Dedo (così chiamava Modigliani); ci sono poi gli articoli e le poesie sull’Africa, scritti in vari momenti, fino al 1932 quando il soggiorno a Cape Town era ormai un ricordo, tuttavia presente e vivo nelle emozioni, nella sensualità, nei luoghi e nelle creature. Prima fra tutte l’oriolo, un uccello protagonista con il suo canto del racconto Oriole note.
Di tutta questa ricca produzione, come accennato, il libro riporta una scelta significativa. Troviamo numerose poesie, Note d’oriolo e l’articolo Dicembre in Africa; compaiono poi alcuni articoli femministi, firmati con lo pseudonimo Beatrice Tina e comparsi per lo più su “New Age”. Negli articoli politici si esprime contro la pena di morte (definita «omicidio legale») e riprende con grande sensibilità la meravigliosa Ballata dal carcere di Reading di Oscar Wilde; discute sulla nuova legge per contrastare la tratta delle bianche e affronta di petto il tema della segregazione razziale in Sudafrica. I testi più ampi e pressoché integrali consistono in Madame Six (sei era il numero del suo letto in ospedale) e nel romanzo breve Sepolcri imbiancati (1907), incentrato sul rapporto madri-figlie e sulla difficoltà perla protagonista Nan Pearson di affermarsi come donna.
Ma qui mi voglio fermare perché sarebbe opportuno conoscere Beatrice, nelle sue mille sfaccettature di giornalista, poeta, teosofa, narratrice, in modo diretto; qualsiasi commento non le renderebbe giustizia. Hanno fatto un lavoro egregio le amiche e l’amico delle Cicale Operose ad aprire un varco nella produzione di una grande donna e, da lì, mostrarcela nella sua originalità. Ora aspettiamo di conoscerla meglio attraverso ulteriori traduzioni (magari con l’originale a fronte). Concludo riportando un significativo testo poetico che mi ha toccato profondamente, grazie alla bella versione di Matilde Cini.

Ci incontrammo, e attorno alle nostre mani
l’amore avvolse nastri di rose e gigli
affinché li curassimo o lasciassimo morire.

Lasciammo sfuggire l’attimo.
Non è cambiata questa stanza, il vetro,
il pavimento lucido, la porta dipinta.

Dove entrasti, indossando la mia spilla:
il mio cuore, sotto il broccato di seta,
scosse il fiore sul mio seno…

(La Dama Azzurra, “New Age”, 24 ottobre 1908)

 

 

 

Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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