Ritratto di signora enigmistica

N.d.A. Il segreto di una bella intervista risiede nella ricchezza della narrazione che la persona intervistata sa tessere.

Conosciuta davanti a un vassoio di pasticcini da lei gentilmente offerti per un compleanno marionettistico, Giustina Gueli diventa la dea del dolce pensiero. Rivela infatti di preparare con le proprie mani le tortine che adornano casette e stanzette di sua costruzione, un hobby minimale soltanto nelle dimensioni ma di grandiosa accuratezza nei più precisi dettagli.

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Mani che si muovono sui tasti del pianoforte con altrettanta agilità che nel sagomare quel mondo di nanitudine fatata a proposito del quale Giustina si racconta così.

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Il suo pianoforte

«Quand’ero piccola mi affascinava vedere, la sera, le finestre illuminate delle case, non per curiosità, ma per fantasticare su quei piccoli scorci di piccoli mondi, popolati da persone simili a me, ma non uguali: finestre di case povere, ricche o metà metà, nidi sicuri per chi le abitava. Quando ho cominciato a realizzare le piccole stanze probabilmente avevo in mente quelle camerette e le riproducevo, cercando di trasformarle in luoghi incantati dove il tempo si fermava in un momento di felicità. Mi hanno proposto di venderle, ma non mi va di farlo, preferisco tenerle o regalarle alle persone a me più care. Non so bene quando ho cominciato, ma fin da piccola puntavo occhi interessati sulle scatole da scarpe: non vedevo l’ora di potermene impossessare per costruire le mie casette. Ed erano, a dire il vero, più elaborate di quelle che di solito si realizzano con una porta e qualche finestra ritagliata. Il coperchio della scatola lo facevo diventare il terrazzo, sotto le finestre disegnavo fiori o ci incollavo quelli delle bomboniere; il tulle di queste veniva impiegato per confezionare graziose tendine, graziose più nelle intenzioni che nella realtà — perché la mia tecnica era ancora piuttosto rudimentale — ma, quando si è piccoli, basta il pensiero a fare tutto il resto.

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Se non possedevo molti giocattoli, di fantasia invece ero piuttosto dotata, forse anche troppo! E con gli occhi a fessura osservavo tutti gli oggetti per tramutarli in qualcos’altro. Ricordo un lampadario, nella casa di Agrigento: che meraviglioso servizio per macedonia poteva diventare! La grossa coppa, le coppette più piccole…c’era tutto! Quanto alle gocce di cristallo, quale occasione magnifica per guardare attraverso loro, con le immagini riprodotte all’infinito, le luci e i piccoli arcobaleni che si creavano, trasformando il mio mondo in un magico caleidoscopio.
Quand’ero piccola le bambine giocavano con le bambole e i maschietti con le costruzioni, le pistole e i soldatini. Io giocavo con tutto quel che mi capitava. Anche negli oggetti comuni vedevo il potenziale ludico, ma non sempre questo veniva apprezzato, soprattutto quando ne facevo un uso improprio che non ne consentiva più il ritorno alla funzione primitiva. Con le bambole giocavo alla scuola o all’ospedale, nutrivo una travolgente passione per il Lego e giravo silenziosamente per casa, impugnando una pistola di plastica e fingendo di essere un agente segreto. La mia prima vera casa di bambola, a tre piani, in legno, dipinta, montata e arredata da me risale al 2001, quando bambina non lo ero più, ma avevo conservato quel lato del carattere che non ho ancora perso e che mi accompagnerà per sempre. Quella Doll’s House era uscita in edicola, l’avevo raccolta puntualmente e tenuta da parte in vista della convalescenza da un’operazione. L’intervento per fortuna fu risolutivo, ma richiese, come previsto, un lungo periodo di paziente riposo.
Ricordo che presi la decisione di non portar più l’orologio, che fino a quel momento consultavo in continuazione, proprio per assecondare i miei ritmi e non quelli imposti da altri.
Quella casa vittoriana fu realizzata seguendo le istruzioni di montaggio, ma, scoperto che in via Solferino c’era un negozietto chiamato “Cosedellaltromondo” con tutto quello che serviva per doll’s house e room box, dai piccoli mobili alla carta da parati, dalle case grezze e completamente da montare a quelle già pronte e riccamente arredate, comprai dei pavimenti a piastrelle, molto più belli di quelli in dotazione, modificai in parte l’arredamento: ci misi qualcosa di mio. Riuscì discretamente, ma a lavoro concluso — con (mia) grande soddisfazione — capii che non avrei potuto ripetere a lungo esperimenti di quel tipo: il manufatto era troppo ingombrante, dava fastidio a tutti, perfino alla domestica che lo colpiva spesso con vigorosi colpi di battitappeto, e così mi indirizzai verso i piccoli ambienti, i negozietti, le cucine, le stanzette.

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Questo mio hobby non veniva apprezzato in famiglia. Devo dire che la mia famiglia ha sviluppato un notevole senso critico, specie nei miei confronti. Qualsiasi mia iniziativa suscita quasi sempre perplessità, quando non aperti dissensi. Dall’enigmistica al ricamo, alle miniature…tutti si aspettano che io sia al loro individuale ed esclusivo servizio, e quel che da ciò esula è da evitare. In astratto posso dedicarmi a queste attività, salvo sospenderle immediatamente per le (loro!) priorità. Avrebbero ragione se trascurassi il resto, ma io non sto mai ferma, faccio sempre qualcosa e dedico a queste innocenti evasioni i ritagli di tempo, rosicchiati a fatica e necessari ad acquistare un pizzico di serenità e di equilibrio mentale, messo a rischio dai problemi della vita. Il mio “giocare dopo i compiti” è il premio che mi assegno e mi serve per ricaricarmi.
Come diceva Palazzeschi: “…lasciatemi divertire..! Queste piccole corbellerie sono il mio diletto! …come quando uno si mette a cantare….senza saper le parole. Una cosa molto volgare. Ebbene così mi piace di fare!”».
Come non rimanere incantata da questo racconto? C’è ancora molto da scoprire. Sono curiosa, è stata citata Agrigento, come mai?
Perché la famiglia ha una origine parzialmente sicula che in quella città viene ricordata nella piazzetta e nel vicolo Raffadali. Qui confluisce la componente che risale a Giuseppe Serrój, di radici olandesi, poeta dialettale, senatore del Regno d’Italia. A lui era intitolata ad Agrigento la via Serroj, in seguito ribattezzata via Bac Bac, poi via Matteotti. Sopra la porta di casa accanto al serpentino caduceo, simbolo della medicina, figurano falce e martello.
E il cognome Gueli? Ha un valore doppio perché era quello sia del nonno che della nonna materna, tra loro imparentati alla lontana. Da parte paterna il cognome a cui Giustina si sente più legata è Sessa, quello della bisnonna, sorella di Cesare Sessa senatore, amico di Bordiga e di Gramsci. Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno, Cesare aderì al Partito Comunista d’Italia, per il quale entrò lo stesso anno nel comitato centrale e di cui fu segretario comunale nella provincia di Agrigento dal 1922 al 1925. Svolse attività antifascista clandestina e dal 1943 prese parte alla lotta partigiana nelle file delle Brigate Garibaldi. Gli subentrò in Senato un cugino del padre di Giustina, Salvatore di Benedetto. Torniamo a Cesare Sessa, nato in una piazza che oggi porta il suo nome, giurista che contribuì al progetto di Statuto regionale, fatto poi proprio dall’Assemblea Costituente. Era appassionato di astronomia, teneva lezioni private ai nipoti, tra cui il padre di Giustina, e saldamente mantenne la convinzione che anche le donne dovessero studiare e lavorare. La sorella di Cesare Sessa crebbe i figli atei malgrado fossero per ciò emarginati dagli altri bambini, che li chiamavano turchi.
Nonna Giustina Gueli, figlia di Francesca Sessa (sorella di Cesare), era maestra come la sorella Ester. Ester s’innamorò dello zio Cesare ma poté convolare a nozze con lui soltanto dopo la morte della madre Francesca, per rispetto.
Figure di donne, che mi affascinano anche più dell’importante lignaggio di senatori illuminati.
A questo punto la chicca è la storia di Teresa.
«…Era consuetudine [per noi bambine] sottoporci annualmente alla schermografia.
La scuola elementare di via Palermo che allora frequentavo, sede staccata di via della Spiga, ma con un’utenza allora molto più “popolare”, distava pochi metri dall’Ufficio di Igiene.
Venivamo messe in fila e, all’interno di un furgone posteggiato nel cortile, velocemente spogliate, radiografate e rivestite alla bell’e meglio da solerti assistenti.
Anche nella mia scuola precedente venivano effettuati questi controlli, ma al calduccio, nell’Infermeria.
Quella volta notai che un’assistente era particolarmente delicata con tutte le bambine, ma con me in modo speciale: mi rimise per bene i vestiti, infilando nelle mutandine la maglietta di lana, confezionata a mano con un filato che teneva caldo, sì, ma pizzicava non poco, sferruzzato dalla famosa zia Maria (altra parente, non la partigiana Maria, detta Gina).
Quand’ebbe terminato mi fece una carezza e si raccomandò:
“Di’ alla mamma che hai visto la Teresa, ricordati! — e ripeté — Ho visto la Teresa che ti saluta tanto”.
Naturalmente, appena a casa lo riferii alla mamma e lei raccontò…
La Teresa Azzali era una cugina di San Martino dall’Argine e i membri della sua famiglia risultavano nel casellario giudiziario come “comunisti e antifascisti”.
La sorella Maria era la maestra di un paese vicino, amica di don Primo Mazzolari, partigiana della prima ora sotto lo pseudonimo di Gina e impegnata, con suo padre Abramo che lavorava all’anagrafe, a procurare documenti falsi agli ebrei.
Teresa era più giovane, faceva la staffetta partigiana con il nome di Bice; la mia mamma, sfollata nel paese, qualche volta la accompagnava in bicicletta, di nascosto dalla zia Erminia.
I nazifascisti un giorno fecero una retata: cercavano la Maria che però, avvertita in tempo, era riuscita a scappare e a nascondersi.
Non trovandola, presero lei, la Teresa.
Venne portata via e torturata perché rivelasse dove si trovavano la sorella e gli altri compagni; lei non parlò, fu rinchiusa in carcere e poi deportata ad Auschwitz.
Tornò e raccontò quell’inferno e tutto quello che era stata costretta a subire.
Aveva conosciuto Primo Levi, che l’aveva curata, e un giovane Karol Wojtyla, che l’aveva aiutata dopo che il campo era stato liberato.
Quando, da piccola, lasciavo qualcosa nel piatto o mi rifiutavo di mangiare il cibo che non mi piaceva, la nonna ammoniva: “Non fare tutte queste storie, ricordati che la Teresa in campo di concentramento mangiava le poche bucce di patata che c’erano in una brodaglia o una fetta di pane nero raffermo”.
Era rimasta un anno in un ospedale polacco per farsi curare, era diventata completamente sorda da un orecchio, ma era tornata.
Invitata a un matrimonio qualche anno dopo, a chi le chiedeva se si fosse divertita, aveva risposto in dialetto mantovano, ridendo: “U magnaa par trii uri!”.
Ho sempre in mente quel primo incontro nel furgone della schermografia e ricordo anche che, qualche mese dopo, mentre ero in classe, una bidella chiese alla maestra che mi consentisse di uscire un momento.
La cosa mi stupì, ma non feci in tempo a preoccuparmi, perché in corridoio vidi Teresa con un sorriso bellissimo.
“Giustina!!! Mi sposo!!!”.
Lì per lì rimasi spiazzata: mi sembrava vecchia, per sposarsi. Aveva quarantacinque anni, ma ne dimostrava molti di più.
Lei se ne accorse e aggiunse: “Non mi dici niente? Non mi fai gli auguri?”.
“Tanti auguri…” le risposi confusa.
Fu un matrimonio felice con un uomo buono che morì poco tempo dopo.
Da bravi compagni si erano comprati una Skoda usata.
La rividi in diverse occasioni negli anni successivi, venne a trovarmi a casa mia e andai a mia volta a trovarla. Venne al mio privatissimo matrimonio. Mi voleva bene e si faceva voler bene.
La intervistarono più volte alla televisione. Veronesi volle operarla personalmente quando le diagnosticarono un tumore alla mammella.
Sopravvisse anche a quello, scrisse al Papa Wojtyla che le rispose e che si ricordava di lei.
L’ultima volta che mi chiamò disse che intendeva regalarmi la cartolina che aveva scritto ai suoi, dopo essere stata liberata, per comunicare che era viva.
Non fece in tempo perché peggiorò dopo pochi giorni.
Ho di lei memorie toccanti, per la sua straordinaria umanità e generosità, la penso spesso con tanta tenerezza, ricordando con quanta dolcezza mi aveva rivestito quel giorno d’inverno, forse per il freddo che doveva aver patito lei, tanti anni prima.
Era semplice e buona, non voleva che andassero dimenticati gli orrori e l’inutilità della guerra, il sacrificio di tante persone e io, per ringraziarla, quando posso, racconto la sua storia».
Non mi vergogno a dire che tutto ciò mi commuove, verrebbe voglia di abbracciarla, la Teresa. Ma per lasciare nel suo bozzolo di sacralità la storia della staffetta partigiana, nome in codice Bice, deportata e liberata, preferisco passare all’adolescenza di Giustina. Con rammarico, perché questa ricostruzione dall’Italia del primo Novecento a oggi, così personificata nei parenti della Giustina che ho di fronte, vibra di vita e di ricordi personali.
Sfilano ora quelle che lei definisce le Fab Five e che ci tiene a nominare: Giustina stessa, Marina Bianchi, Giovanna Rezzonico, Daniela Alidori, Elena Bolgiani, dalle elementari, alle medie e al liceo Parini sempre unite, fino a oggi. Deve essere stata una classe di scuola davvero “superiore” di cui Giustina è memoria storica insieme a Gioele Dix, loro compagno.
E la musica? Emerge che Giustina aveva frequentato il Conservatorio G. Nicolini di Piacenza sotto l’insegnamento della giovanissima Edda Ponti, al tempo solo diciannovenne. Giovanissima anche l’allieva, già avviata agli studi musicali in età prescolare. In seguito era approdata fra i musicisti della compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli per il tramite del Maestro Danilo Lorenzini. Frequentando saggi, suonando a quattro mani, scopre di percorrere strade parallele e di avere affinità con lui, già enfant prodige del Conservatorio di Milano, compositore di buona parte delle musiche che accompagnano gli spettacoli dei Colla.
Entrambi hanno genitori anziani e mettono in comune le ambasce che ne derivano, sostenendosi a vicenda con reciproca carica umana. Nasce un sodalizio professionale per convergenza d’interessi, il teatro, la musica per tutti, la dimensione minuscola delle marionette, le fiabe, le opere liriche. Da anni si è chiuso il circuito concertistico e ora le risorse vincenti di Giustina sono la capacità di parlare in pubblico e l’ampia gamma di espressioni musicali unita a competenze vocali. Vale la pena metterle a frutto inventando dei corsi ad hoc per coloro che Adorno classifica in varie tipologie di ascoltatori: chi coglie la competenza massima del compositore e l’intero assetto, chi coglie il sentimento, la passione per uno strumento…
Si tratta dunque di divulgare la musica nel concetto di apprezzamento.
«Ascoltando un brano musicale intuitivamente se ne coglie il carattere, ma non tutti riescono ad individuare al suo interno gli elementi costitutivi. L’obiettivo dei miei corsi è analizzare, smontare la musica, cercando di far capire com’è fatta e perché funziona in un certo modo, da quali elementi è costituita, coglierne le singole funzioni e considerare come queste si collegano e si integrano in un discorso unitario.
Nell’aprire uno scrigno di favolosi tesori veniamo colpiti dalla luce che esso sprigiona, ma, se ci fermiamo ad ammirare i meravigliosi gioielli ad uno ad uno, possiamo apprezzare la purezza delle pietre, la bellezza delle sfaccettatura, la magnificenza della filigrana, la precisione e la cura dei maestri orafi che li hanno realizzati.
Quando si ascolta la musica spesso ci si distrae, non la si segue più. “Amo la musica, ma non la capisco…” tante volte si sente dire.
Come in una passeggiata in montagna: se sappiamo che ad un certo punto troveremo un angolo panoramico, attraverseremo un bosco, troveremo una panchina o una fontanella di acqua fresca alla quale ristorarci, tutto questo ci aiuterà a non perderci. Sapere che in una sinfonia tornerà quella bella melodia ascoltata all’inizio, che verranno impiegati strumenti diversi, divisi o fusi insieme, che alla fine di una fuga, il soggetto, dal quale tutto è partito, si farà ancora riascoltare, come un amico dal quale dobbiamo separarci e che allontanandosi ci saluta per l’ultima volta, esserne consapevoli ci guiderà ad addentrarci in quel mondo sublime che è la bella musica, la “Musica forte”, come la definisce Quirino Principe».
Questa guida all’ascolto si convoglia in un progetto che Giustina presenta alla Scuola Musicale di Milano, la più antica istituzione privata in Italia. Il caso vuole che mentre sta illustrando la sua idea, la segreteria riceva la telefonata di un signore che chiede se esiste un corso per distinguere una sonata da una fuga. Certo, afferma Giustina, è proprio quello che intendo fare io! Scatta subito l’incarico di docente. Nello stesso anno il Comune di Milano organizza la presentazione del Fidelio e Giustina accetta di curarla in anteprima. La divulgazione musicale dà felicità a chi riesce a condividerla. Vige un’estrema libertà, non è necessario scrivere relazioni. Continuano le presentazioni con il Sogno di una notte di mezza estate allo Zaccaria e alla Sormani. Poi si sviluppa l’allestimento dell’opera L’Italiana in Algeri.
Con le marionette non è come con i cantanti in carne e ossa, la musica va ridotta, si aboliscono i ritornelli, ma allora sorgono problemi di tipo armonico e bisogna stabilire una ricucitura. I cori si possono togliere, ma le arie non vanno eliminate, quindi occorre ridimensionarle. Per analogia si pensi a quando nel foderare un oggetto con carta di Varese il gigliuccio deve combaciare bene nel disegno, e lo stesso avviene nelle tappezzerie. Nessuno deve accorgersi della giunzione.
Un altro spettacolo molto amato è La Sposa del Sole tratto da La Geisha dei topi, fiaba giapponese che a inizio Novecento era stata musicata da un certo Carlo Durando di cui non si conosce nulla, tranne la calligrafia. Aria, duetto, coro…insomma una operetta in miniatura, corredata di recitativi. Rieccoci con le miniature! La tentazione di riprendere l’argomento viene sommersa da una nuova rivelazione, che riguarda la terza passione di Giustina, quella per l’enigmistica, i giochi di parole, i calembour, i doppi sensi eleganti come nel trobar clus della lingua d’oc, sviluppata dai troubadour del XII secolo, allegoria poetica che consisteva nel dedicare a una donna un poetico omaggio nascosto nel testo. E ancora le crittografie mnemoniche, le frasi bisenso, le citazioni ariostesche, le varie metriche riprese stilisticamente da composizioni di poeti. Va da sé che si partecipa a “tenzoni”, e capita di vincere il premio della rivista “La Sibilla”, il top della settimana enigmistica, quasi l’università del settore. Gli articoli sulla musica non sono affatto dissonanti rispetto alla enigmistica, lo dimostra la réclame di Odol scritta da Puccini, testimonial ante litteram della moderna pubblicità. Sul numero del 13 luglio 1902 della “Illustrazione Italiana” apparve una poesia che decantava le virtù del dentifricio Odol, il cui titolo, Lode all’Odol, è un palindromo cioè una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata (per esempio: ‘ossesso’ o ‘i topi non avevano nipoti’).

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Sulle orme di Umberto Eco, che aveva realizzato insieme ai suoi studenti del Dams un tautogramma in “P” raccontando per filo e per segno la storia di Pinocchio, Giustina si misura con la “M” di Marionette e scrive un testo che suona favoloso nella sua interpretazione — perché Giustina è ANCHE attrice amatoriale.

«Mitici marionettisti milanesi, manipolando materiali molteplici mediante meticolose modalità, materializzano modelli multiformi, mentre magiche mani muliebri (menziono Maggie), misurando mussole, merletti, matasse, mercerie, maternamente manifatturano magnifiche “mise”: minuscoli mantelli, morbidi maglioncini, magliette, marsine, mini mutandoni, microscopici monili (Marcolegio mocassini marrone).
Miscelano mesticherie, mastici, mettono mustacchi, miniano musetti mangiabaci.
Montano mirabili messinscene, manovrano magistralmente machiavellici marchingegni, macchine meravigliose.
Mera magia?
Macché!
Maestria meccanica!
Mostrano mondi magici: mari, massicci, montagne, monumentali magioni medievali, minareti moreschi, mastodontiche mura, mosaici, missili, mongolfiere…
martellano madie, mensole, minute mobilie.
Modellano muscolosi marinai, mozzi maneggioni, maghe malefiche, maturi magistrati, marmocchi monelli, munifici monarchi, magnanimi ministri, maragià, minacciosi masnadieri mulinanti mazze, marescialli, mogli, mariti, madri, matrigne meritevoli, medici misericordiosi, malati macilenti, mefistofelici marpioni, maligni manigoldi, mariuoli mattacchioni, melliflui millantatori, malandrini malmessi, miseri mendicanti, modesti manovali, massaie mascoline, marmoree matrone, madame maliarde, madamigelle mozzafiato, mostri malvagi, maliziose mascherine, miti musmè, minatori, mercanti menzogneri, monaci mistici, muezzin musulmani, misteriosi marziani, masse militari, moltitudini multietniche,mezzi motorizzati, muli, mucche, maialini, macachi, montoni, mastini, molossi, merli, mufloni, micetti miagolanti, macaoni multicolori!
Miracolosamente muovono mansuete, malleabili membra, mimando mille movenze…
Marionette mai mute, mercé mobili mandibole, mormorano meditati monologhi multilingue, messaggi, motti memorabili, massime morali, metafore, motteggi mordaci.
Mazzotti: magnetica!
Mai manca musica: maestri misurano metronomicamente motivi, melismi, melodie modulanti mai monotone, multiritmiche, marziali marce, malinconici madrigali, mottetti, movimentate mazurche, manieristici minuetti, musical, melodrammi…
Manutenzione manoscritti: Monica!
Massima, mirabolante magnificenza, metateatro multimediale, microcosmo millimetrico, miniaturizzata malia.
Menotti manifestò meraviglia : Mamma mia!!! Mica male! Meritano moltissimo !!!
Mai mancherò!!! Monti? MAESTRO!!!
Mutatis mutandis, MONDIALI!!!»

Concludo con un omaggio a Teresa Azzali, la partigiana Bice.

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«Racconto una giornata tipo nel campo: al mattino presto al comando di un bastone dovevamo recarci in fabbrica, la più importante della Germania la Farben Fabrik che produceva polvere per esplosivo, ma prima dovevamo passare sotto una doccia calda poi fredda con la scusa che non prendessimo pulci e pidocchi. Le nostre mani e il nostro viso sembravano ricoperti da squame: fu così che persi l’udito e anche la ragione. Dovetti stare in ospedale più di un anno dopo la liberazione per poter riacquistare me stessa e ritornare in famiglia». http://www.universitadelledonne.it/bice.htm

Nel 1996 scrisse di suo pugno a Vanda Cimolin questa lettera in occasione dell’8 marzo:

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«Sono un’anziana donna e, in questa festa, mi tornano alla mente esperienze e ricordi di una vita vissuta nella lotta.
Rivedo l’esistenza grama delle donne di città e di campagna, lavoro e sottomissione a mariti e padroni. Poi la guerra fascista con i suoi disastri e fame, fame per tutti.
Molte donne, come me, pagarono l’antifascismo col carcere e la deportazione.
E vi ricordo tutte, care compagne abbracciate piene di terrore su quel treno piombato che ci portava al K2 concentramento: (la grafia di questa parola è tremante) in Polonia.
Le nostre sofferenze talvolta ci erano insopportabili.
Ci salvammo non tutte, quando da parte dell’Armata Rossa arrivò la liberazione.
Tornai al mio paese, ma dopo poco tempo mi recai a Milano per trovarmi un lavoro.
Che bella la libertà che non avevo mai provata!
Trovai un posto alla fabbrica Alemagna. Con le mie compagne di lavoro c’era grande solidarietà e lottammo per la legge sulla maternità come ce l’aveva indicata Teresa Noce: fu una grande conquista.
Il lavoro stagionale all’Alemagna era finito, ero preoccupata ma riuscii ad entrare al Municipio di Milano. E qui ricordo la collega Malvicini che con costanza ferrea ci portava tutte a Palazzo Marino per la parità salariale con gli uomini e l’ottenemmo.
E quante altre rivendicazioni importanti come il voto alle donne.
Ora, vi ripeto, sono anziana e voglio dire a tutte le giovani donne: che molte sono ancora le rivendicazioni da realizzare.
Noi anziane compagne vi abbiamo preparato la democrazia lottando nella Resistenza, ora voi sappiate usarla bene, per voi e per l’avvenire pacifico dei vostri figli.
E ricordate che senza impegno di lotta non si otterrà mai nulla».

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In copertina, “Giustina Gueli in salotto

 

 

 

Articolo di Nadia Boaretto

0_9e7goFNadia Boaretto, residente fra Milano e Nizza (Francia). Laureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura, nella fattispecie di una importante compagnia marionettistica. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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