Da Cristo a Maometto. Convertiti e rinnegati

Alta sul cassero, una figura pare sfidare il vento e il mare con lo sguardo affamato e la bocca insolente, tirata in un ghigno che è una tenzone, una giostra, un duello. L’orizzonte teso di cielo e spuma arretra nella lotta, consapevole, forse, di doversi arrendere a un uomo che ha vinto la partita con il proprio destino.
Le onde lo sfiorano, il sole lo schiaffeggia, i nembi sembrano appoggiarsi alle sue spalle. Ed egli è sempre lì, al posto di comando, fermo nel ruolo che si è costruito, pronto a salire ancora. Non sa voltarsi, non vuole scendere.
L’acqua salmastra impregna abiti e volto: i primi chiaramente turchi, il secondo assolutamente no. Ha il colorito di una zuppa di farro, certo: è un uomo di mare e porta sul viso le pennellate date dai raggi del sole al proprio mestiere. Eppure, nonostante gli abiti, nonostante la galea con la bandiera con la mezzaluna al suo comando, quell’uomo è un europeo di origine e di battesimo, un genovese nato a Messina, conosciuto fino a pochi anni prima con il nome di Scipione Cicala, terzo figlio del visconte Vittorio Cicala e della nobildonna Lucrezia. Ora, impugnate le armi turchesche, volgendo lo sguardo a La Mecca e non più a Roma, inchinatosi al volere del Sultano, si fa chiamare Čigala-Zade Yūsuf Sinān, Sinān Capudan Pashà, corsaro al soldo della Porta.
Uno scandalo, un’immonda vergogna, un peccato capitale. Un’ignominia.
Eppure, Scipione Cicala e la sua scelta dell’abiura non sono un caso eccezionale, isolato o straordinario.
Sono forse 300.000 tra il XVI e il XVII e altre migliaia nel XVIII secolo le persone che hanno scelto di farsi turche, di passare all’Islam e di stabilirsi nei paesi islamizzati dell’Impero Ottomano o dei suoi Stati vassalli. Europei dell’est e dell’ovest, abitanti di zone rivierasche o dell’entroterra, molti scelgono la conversione alla fede di Maometto e per i motivi più disparati: riscatto da una situazione di schiavitù e di prigionia, fascino dell’avventura per i viaggiatori, bramosia di guadagno per i lavoratori specializzati, addirittura “vertigine dell’apostasia” per alcuni membri del clero.
Se il Cinquecento del Vecchio Continente è il secolo della grande crisi della Cristianità, del Concilio di Trento e delle violente persecuzioni che imperversano come un morbo, la relativa tolleranza religiosa ottomana è di certo vista come una possibilità di vita migliore. Nei confini della Sublime Porta, purché si paghi un tributo al Sultano, si ha la possibilità di professare la fede che si desidera. Qualora, però, si voglia “far carriera”, se si aspira a una scalata che sia tanto economica quanto – soprattutto – politica, allora la conversione diviene un fattore imprescindibile. E la carriera che i convertiti riescono a fare all’interno del tessuto sociale e amministrativo ottomano è straordinaria, tanto da scandalizzare, sconvolgere – e incuriosire – le maggiori potenze europee del tempo.
I Turchi non hanno mai avuto un ceto aristocratico organico, solido e compatto, chiuso nell’alveo dei propri privilegi e del proprio potere politico. E quando, nelle loro campagne di conquista, essi si trovano di fronte al patriziato del luogo, tendono per la maggior parte delle volte all’eliminazione fisica dei suoi principali esponenti, così da togliere alla radice ogni velleità di rivolta, rivincita o riscatto. Ben diverso è il comportamento delle monarchie europee che hanno l’uso di cooptare la nobiltà indigena per continuare a mantenere quella stratificazione sociale universalmente sviluppata in tutto l’Occidente cristiano, una stratificazione che è fissa e stagnante. E dunque, nel paludoso apparato europeo, la mobilità che regna invece nel mondo ottomano sconvolge – forse – molto più dell’aspetto religioso.
L’abominio di una fede negata è sempre portato avanti come il gonfalone di condanna. Nelle numerosissime relazioni di viaggio che dai territori della Sublime Porta giungono in Europa, il disprezzo è ricalcato continuamente con crude e virulente parole. Eppure, a un’analisi attenta, si comprende quanto ciò che indispettisca profondamente gli alti dignitari, gli ambasciatori, i baili, i viaggiatori europei, sia il disordine sociale che queste figure rappresentano, un ponte tra la Croce e la Mezzaluna che, almeno in Occidente, nessuno ha voluto e richiesto. Dinnanzi a questi convertiti si scopre che non serve nascer nobile per far carriera da nobile, per aver ricchezze e potere: essi mostrano con strafottenza che chiunque può divenir qualcuno, far fortuna, avere prestigio senza che ci sia un nome a conferma del merito.
Forse irragionevolmente, la più critica tra tutte le potenze d’Europa verso tali personaggi è proprio Venezia, la Serenissima, che, mercantile e laboriosa, dovrebbe quasi per definizione credere più nel merito che nella nascita. Eppure, Venezia paga affinché le famiglie siano iscritte posticciamente all’interno del Libro d’Oro, per dare, cioè, una nobiltà atavica artificiale altrimenti inesistente. Una Repubblica che è, a un occhio attento, un controsenso straordinario. Ed è per questo che essa lancia strali contro le figure di questi convertiti. Venezia è città di porto, aperta per definizione, con la battigia del lido che già sa di terre lontane e pungenti profumi orientali. Simbolo d’Occidente, Venezia; e voce spesso di quella sentita superiorità “ponentina” così beffardamente rappresentata dalla colonna di Piazza San Marco, trafugata durante la Crociata del 1204. Sito di mondo, colorato e straniero, temporalesco movimento di uomini, merci e culture che trovano, nel ruggente leone evangelico, un punto d’incontro e di contatto; un sole, un mare e una salsedine familiare, ché il sole, il mare, la salsedine, sembrano avere sempre lo stesso odore di casa. Venezia è mercante e mercato, piazza e fondaco, urla indispettite e opposte strette di mano, bianco e nero, Iago e Otello che non difficilmente ci si può figurare a passeggio per le calli cittadine. Ma è anche altro, Venezia. Afrore di chiusi palazzi, marmorea postura di ritratti dogali, lezzo viziato di stanze segrete che risuonano del fosco tintinnio del denaro nascosto. Onorevole Repubblica, essa è l’aristocratico, la nascita nobile, la sontuosa e impomatata linea genealogica. Venezia è bailo e doge, cariche alte, pesanti, che non accettano il movimento dell’ingegno e della fortuna. A Venezia, sei Signore se Signore nasci. Bisogna che regni l’ordine, sociale e politico, uno scorrimento uniformato dai secoli che non permette a Davide di sconfiggere Golia. E dunque, questa doppia lente di unico occhiale, questo sguardo alterato dall’alto o dal basso, lancia sul mondo turco un diverso giudizio. Si ha paura del Turco, certo. Lo si teme e lo si odia per la morte portata a Otranto o per la devastazione condotta in Friuli. Eppure con lui si fanno affari, si porta avanti uno sposalizio d’interesse, ci si pone dinnanzi a esso e con schifiltosa boria quando alti dignitari veneziani devono stringer mani, accordi o affari con chi, fino a pochi anni prima, era un contadino, un pastore, un semplice mercante
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Tale realtà sociale è attribuita, in Europa, alla natura barbara e immonda dei Turchi, nati e forgiatisi nelle rozze e incivili steppe asiatiche, e usata – insieme al terrore che sempre a essi si accompagna – per mostrare ancor più la necessità di contenere l’espansione ottomana. E, assurdamente, le motivazioni religiose che per tanti pontefici sono state vere e proprie missioni personali, passano in un secondo e celato piano. La Chiesa stessa si pone nei confronti di questi personaggi con una quasi pacifica rassegnazione, decisa a riaccoglierli nel proprio seno, quando questi fossero rinsaviti. Roma ha a che fare con loro solo di fronte ad un’abiura della loro islamizzazione, non certo nell’istante della scelta blasfema. Le conversioni avvengono per la maggior parte delle volte lontano dalla longa manus papalina o inquisitoriale e, soprattutto nel Cinquecento, sono altri e più pressanti, più pericolosamente vicini, i problemi da affrontare.
Ben ha scritto Giovanni Botero quando, in Le Relazioni Universali, afferma: «Altri abiurano la fede per uscir degli strazii e fuggir i tormenti, altri per speranza d’onori e di grandezza temporali…».
Dunque, la maggior parte dei convertiti alla fede di Maometto è formata da schiavi ai quali è stato posto sul piatto della bilancia il peso della loro libertà. Essere fatti prigionieri dai musulmani è un incidente di percorso che può capitare spesso, se si appartiene a una popolazione rivierasca oppure se si fa il mercante o si va in pellegrinaggio, o se si sta onorando il voto crociato. E se è vero che la ringhiera del santuario di Loreto è creata con il ferro fuso delle catene degli schiavi cristiani liberati dopo la battaglia di Lepanto, è altrettanto vero che gli schiavi di una potenza europea hanno nel destino il ceppo e il remo, mentre i caduti nella trappola del giogo ottomano possono nel loro futuro vedere anche il comando di una flotta, la carica di ammiraglio, di pashà, di visir. Numerosi, eterogenei e profondamente paradigmatici sono gli esempi che si possono portare.
Oltre al già citato Sinān Capudan Pashà, si ricordi Uluch Alì Paschà, noto come l’Uccialì, al secolo – forse – Giovanni Dionigi Galeni, calabrese, anche lui corsaro al soldo del Sultano e uno degli eroi di Lepanto, a capo dell’ala sinistra della flotta ottomana, l’unico comandante turco a sopravvivere e a riportare a casa le navi e gli uomini ai suoi ordini.
Altra storia è quella di Antonio Gritti, mercante e avventuriero, figlio naturale del doge Andrea che, fattosi musulmano, ottiene il comando di truppe ottomane, il titolo di governatore dell’Ungheria e il vescovato di Agria.
C’è poi Ibrahim Paşa, nato nella Grecia veneta, fatto e venduto schiavo all’età di sei anni, che diviene il braccio destro di Solimano il Magnifico, il sultano che per la prima volta, nel 1529, raggiunge le mura di Vienna, capitale imperiale.
E Sciaus Paşa, secondo Visir sotto il sultano Murad III, croato di nascita. È rapito dai Turchi in un’imboscata insieme al fratello e a due sorelle. Ben presto entra nelle grazie di Selim II che lo nomina prima Cavallerizzo Maggiore, poi Maestro di Camera, Agà dei Giannizzeri, Beilerbei della Grecia, fino ad attribuirgli la carica massima di Visir, dirigendo di fatto tutta la politica interna ed esterna dell’Impero.
Uomini nati nella semplicità di una vita anonima e ai quali la conversione ha donato la libertà dell’ascesa, la tangibilità del detto «unusquisque faber fortunae suae».
Lo scandalo – enorme – dato da questi personaggi è seguito solo da quello provocato dalla conversione d’interi gruppi familiari o da gruppi sociali che, deliberatamente, decidono di farsi musulmani.
Le cronache europee ci raccontano – ovviamente – che le cause di queste abiure debbano essere ricercate nel timore di maltrattamenti e supplizi, nella fragilità di spirito e di corpo e nell’età puerile che spesso caratterizza i convertiti. Non è tutto, completamente, falso.
Incursioni, razzie, stragi, torture sono da sempre e per chiunque gli strumenti primi di conquista e assoggettamento. Sia in Oriente che in Occidente. La differenza sta nel fatto che, nel mondo ottomano, il cammino sociale non è precluso a nessuno.
Coloro cha a Costantinopoli chiamano “convertiti”, a Roma sono apostrofati come “rinnegati”. E talmente tanto lo sono stati che di loro fino al grande storico Braudel non si è occupato quasi nessuno, esclusi – forse – lavori di storiografia locale o periferica.
Una storia complessa, quella dei convertiti, che si fa forse foriera del nuovo spirito moderno, di una società che – nonostante la sua propria ostinazione – sta cambiando profondamente e anche in quell’Occidente che tanto ama e professa una rigidità che sa di sicurezza.
Tutto si muove e in spazi straordinariamente ampi. L’abbattimento del nec plus ultra non può essere solo geografico. L’uomo guarda a sé stesso come protagonista di ciò che può essere realizzato, anche in barba alla famiglia, alla patria, alla religione, a Dio.
«E digghe a chi me ciamma rénegôu che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu, Sinán gh’a lasciòu de luxî au sü, giastemmandu Mumä au postu du Segnü».
«E digli a chi mi chiama rinnegato che a tutte le ricchezze all’argento e all’oro, Sinán ha concesso di luccicare al sole, bestemmiando Maometto al posto del Signore».

 

 

 

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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