Ritratto di vita

Maria, Simona, Rita, Giovanna, Liliana, donne con le quali ho vissuto giorni intensi di dolore, preoccupazione e un comune sentire emotivo immediato. Ognuna con il proprio vissuto e l’ansia della malattia. Sto anticipando troppo. Questa è la mia storia.
Era una serata di lunedì, serena nella mia casa calda che amo soprattutto nel periodo invernale, la luce accesa sul terrazzo mi aiutava a intravedere i rami spogli degli alberi del giardino, davanti a me il computer. Il mio corpo manda dei segnali che inizialmente non definisco, non considero, faccio fatica ad allontanarmi da loro e poi un leggero sudore, lentamente uno strano malessere, il sudore aumenta, un dolore al petto, sensazione di svenimento.
Pensai: il mio cuore si fa di nuovo sentire. I miei famigliari si attivano con rapidità, telefono, ambulanza, domande, ho la sensazione che tutto vada a rilento, fatico a controllare il panico. Il suono della sirena dell’ambulanza mi rassicura, la mia camera è invasa da quattro, cinque persone, mi parlano, non ricordo, non le seguo, non voglio distrarmi da me stessa. La corsa verso il Pronto soccorso e subito nella sala rossa.
Cannula, elettrocardiogramma, domande, sempre le stesse: «Spieghi il sintomo, la durata, mi dica cosa le è accaduto in questi anni dopo il primo evento, terapia, allergie, quanto è alta, quanto pesa. Tranquilla, ora è qui!».
Mi guardo intorno: la sofferenza mi travolge, troppa per il mio stato mentale. Sono turbata. Confusione, organizzazione, dottori/e, infermiere/i che con un perfetto sincronismo passano da un letto all’altro per intervenire sui malati più gravi. Ossigeno, aerosol, tenerezza, attenzione. Apparente indifferenza. Apparente sordità. Il continuo movimento frenetico mi stordisce. Chiudo gli occhi e penso: «Quanto sacrificio, tanta energia, come fanno? Siamo in tanti sono pochi. Qui è una guerra». Le lacrime scendono non solo per i malati che ho accanto, di fronte, al centro e per la mia paura, ma anche per tutto il personale. Malati che vanno e vengono. Prendo atto, nei miei pensieri che si ammucchiano, della forza fisica e mentale che possiede il personale ospedaliero. Tanta fatica, disagio, improvvisazione e rimedi per mancanza di aste e gabbiette porta flebo. Situazioni lontane si riaffacciano e riportano alla mia coscienza esperienze già vissute, un balzo nel passato: avvicinarono la mia barella a una parete, cercarono in fretta un’asta per la flebo. Un’infermiera guardò verso il muro e appese la gabbietta a un chiodo: «Faccia una foto, questa è la triste realtà. Ci faranno morire». Non l’ho fatto! Ero impegnata a controllare che il chiodo non cedesse per il peso della bottiglietta di plastica.
La circostanza non è come allora, però il laccio emostatico stringe troppo il mio braccio, l’infermiera ha poca pazienza, capisco che non sopporta il mio lamento per una sciocchezza. Come darle torto con tutto quello che vede per ore e tutti i giorni. I turni sono lunghi, ho ascoltato una conversazione: «Sono qui dalle otto di questa mattina e finisco alle otto stasera». Arriva un detenuto seguito da due poliziotti. Un uomo stordito completamente dall’alcool che si riprende e bestemmia, un tossicodipendente urla: vuole, pretende il metadone, un ragazzo conciato piuttosto male a causa di un incidente, non sa che il suo amico non c’è più.
Vorrei scappare, non posso! Dopo una notte nella sala dei dannati sommersi in un torrente di angoscia che devasta, disorienta, avvilisce, finalmente in reparto.
Le infermiere con le loro divise bianche pulite sulla cui casacca è disegnato un cuore rosso che sorride mi accolgono con serenità, le signore dai propri letti mi salutano. Non parlo per tutto il pomeriggio. Verso sera le compagne malate si presentano: «Sono Maria, Giovanna, Rita e tu?». Mi presento anch’io e lentamente iniziamo a confidarci. Maria è impaurita, il suo cuore è troppo malato ed è spaventata per la coronarografia, esprime ad alta voce le sue preoccupazioni e così fanno le altre e man mano anch’io mi lascio andare. «Dai, tranquilla, vedrai, andrà bene. Sono bravi». Maria ha paura di morire. La capisco! In fondo siamo qui con il cuore sciupato ancora più appese alla vita. La condivisione e l’ascolto reciproco aiutano tutte a sopportare le ore che passano lente. Un continuo scambio di emozioni che mi arricchisce. Mi avvicino al letto di Liliana, una signora di novantadue anni, le prendo la mano. È nuda ed è adirata, vuole la sua camicia da notte nuova riposta nell’armadio. Ripete più volte che il figlio ha perso il trolley al Pronto soccorso. Provo a rassicurarla, si toglie a intervalli l’ossigeno. Siamo tutte preoccupate per lei che fa i capricci come i bambini. Si strappa tutto, due infermiere arrivano in fretta. «Che succede? Amore, stai ferma con le mani. Ora arriva il medico e si arrabbia!» Si calma, la riordinano con premura. Mi avvicino. Mi racconta la sua vita con un marito dal quale ha avuto tre figli, ha frequentato il liceo classico e non ha mai lavorato perché allora si usava così. La donna a casa a occuparsi di marito e figli. «Io mio marito l’ho tanto amato, non mi è mancato nulla, nemmeno la libertà. Ha sentito cosa è successo alla Segre in questi giorni? È andata in Belgio, che bella a novanta anni, vero? Si ricordi le mie parole: dopo i novanta anni, iniziano i problemi». Sorrido e le dico che per me sono iniziati prima. Una carezza; è magra; lucida e chiara nel riferire al medico la sua terapia, spiega del suo affanno soprattutto quando parla, gli dice che prende quattro caffè, la sera cinque gocce per dormire con una tazza di camomilla calda, termina che ha tanto amato suo marito. Si placa. È meravigliosa!
Simona non è ricoverata: si occupa di Rita, ottantasei anni, con premura, cura e impegno. Le mostra le calze che ha comprato per le sue gambe delicate. «Ehi Rita, torna tra noi! Non chiudere gli occhi, ascoltami, non fare la furbacchiona, lo so che non dormi». Tanta pazienza, sistema il lenzuolo, riordina il comodino, la aiuta a mangiare. È stanca, i suoi occhi sono stanchi, occhiaie scure fanno di lei una donna sfinita dalle difficoltà della vita. Simona non nasconde la sua amarezza che s’impasta a tristezza, sconforto. Confida con gli occhi gonfi di lacrime le sue paure e le ombre che non la abbandonano, sono un chiodo fisso. Noi dai nostri letti ascoltiamo in silenzio. Mi prendo la sua disperazione e nello stesso tempo penso a come posso consolarla, vado alla ricerca delle parole adatte per incoraggiarla a guardare il futuro con più ottimismo. Non le trovo, non è il momento per l’ottimismo. Forse non l’ha mai conosciuto.
Simona cerca sul cellulare Via col vento, il film preferito di Rita che si rilassa con la voce di Clark Gable e Vivien Leigh, Rossella O’Hara.
Mi preoccupo per Giovanna che con la sua pressione alta non è completamente presente alle sue azioni. La fibrillazione atriale non la fa respirare e se ne va chissà dove con il pensiero. Dimentica le compresse, le fa cadere. Oddio che ansia! Maria ed io la preghiamo di stare ferma, di non alzarsi, le gira la testa, è testarda e poi piange dignitosamente quando va in sala operatoria. La aspetta il pacemaker. Il suo cuore si calmerà, così la pressione e la sua mente. Ci scopriamo amiche scrupolose, pronte a rassicurarci  l’una con l’altra. Solidarietà. È magia! Emoziona l’aiuto tra persone che si conoscono da poche ore, è generosità, la percezione di quest’unione fa riapparire alla mia coscienza le sensazioni provate nel periodo in cui frequentavo la Casa delle Donne a Roma in Via del Governo Vecchio. Ho conosciuto il sentimento della sorellanza, la partecipazione e la speranza di cambiare per un futuro migliore. Noi tutte ci auguriamo un futuro migliore. Maria ritorna dalla sala operatoria contenta. Il suo cuore sta bene, non ci sono altre problematiche. Piange, questa volta di felicità. Ed io? Come starà il mio cuore? Non riesco a stare ferma, le mie gambe tremano per l’attesa, mi trascino nel mio cantuccio per spostare le inquietudini che il panico mi ha lasciato. Mi sono arresa, la paura è andata oltre. Ripeto in silenzio: «Rilassati, rilassati, rilassati!» In sala operatoria, emodinamica, sto vivendo un film di fantascienza. La musica, le infermiere mi distraggono, solo qualche goccia per calmarmi. Niente anestesia. Ho il controllo di me stessa, mi fa bene sentirmi sdoppiata. Non realizzo il tempo che passa e il medico: «Signora, cuore e stent perfetti! Va tutto bene!». Ringrazio e penso: «Ho tante cose da fare». Un’altra prova superata. Perché? Per regalarmi il contatto con sentimenti sconosciuti e un nuovo aspetto della vita. Mi ha donato Maria tenera e speciale e le altre faranno parte di me per sempre. Hanno migliorato la conoscenza nel rapporto con le donne. Tante donne: infermiere decise, distanti  ma attente con un tono di voce a volte fastidioso, eppure con grande umanità e capacità di dare momenti di allegria.
La mia riconoscenza a tutte le donne incontrate.

 

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

2 commenti

  1. Lo intitolerei : quel chiodo.
    Infatti quel chiodo che teneva la flebo è il simbolo della nostra vita. Alle volte ci sorregge alle volte ci trafigge. Un breve racconto ma pieno di pathos. Tempi perfetti per un film. Scrittura curata ma veloce. Brava!

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  2. Bravissima Claudia, le emozioni forti scatenano le tue energie migliori, l’affetto improvvisamente potente a coinvolgerti con chi ti è vicino.
    Non sapevo nulla di quel che ti è successo, se ci capita magari una volta ne parliamo, intanto un caro abbraccio.

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