Normalità, differenze. Nuovi incroci, altre strade

Mi occupo normalmente di formazione, di scuola, che è il mio mondo, il luogo dove vivo da tanti anni, praticamente da sempre, la maggior parte del mio tempo.
La richiesta di partecipare ad un incontro su disabilità e/o normalità mi costringe a pormi una serie di domande: ma cosa intendiamo con normalità? Comportamenti stereotipati, conformi al pensiero dominante? E non siamo tutte e tutti disabili in un qualche ambito, verso qualcuno o qualcosa?
Le esperienze, il vissuto, sono sempre il trucco, il discrimine, il banco di prova per verificare se quanto diciamo si mantiene su un piano teorico o incide sulla pagina un sentire vero, autentico che raggiunge l’ascoltatore o il lettore, gli o le comunica un’emozione.
Avevo pensato a tante esperienze, piccole e grandi, per rispondere alle questioni che il tema posto proponeva. Perché le ragazze e i ragazzi che attraversano i luoghi del mio quotidiano, che crescono dinanzi ai miei occhi, mi hanno fatto capire come ognuno/a di loro sia un unicum, che non può essere uniformato in numeri statistici amorfi, massificanti, totalmente inutili per le loro vite e le nostre. Dove trovare quindi nuovi sguardi che possano rendere conto di come anche la categoria della disabilità è un universo che ci appartiene perché parte delle nostre vite? Questa soglia sottile che separa la normalità da ciò che non lo è e che si sposta continuamente costringendoci ad una fatica inutile per riposizionarla.
Poi vado a trovare mio figlio a Roma, quella città, mare infinito di bellezza, abbandonata e piangente per la nostra incuria e volgare trascuratezza. Scopro storie illuminanti, esistenze dure e forti che ci insegnano come giovani vite possano essere guida certa per vecchie insegnanti desiderose di imparare.
E così mi rendo conto che sono gli incroci di occhi tra le persone che ci cambiano, illuminano strade, aprono orizzonti, permettono nuovi sguardi.
Ecco l’incontro: Canì, in realtà Abdullai, ha occhi dolci e profondi, il suo sguardo è giovane. La scorza dura nasconde un ventiduenne senegalese che, sotto il corpo forte e sognante di un pugile, è l’uomo della “cura”, è “casa” nutriente, accogliente, profumo di cose buone e sane. Vive insieme a mio figlio e a Luca, un romano impacciato e sincero, desideroso di sperimentarsi fuori casa.
E mi chiedo qual è stato il percorso formativo di questo giovane uomo. Arrivato con il barcone a 16 anni, con il suo lavoro mantiene mamma e sorelline rimaste nella sua terra, sogna di diventare un pugile e rende quella casa provvisoria, abitata da altri giovani in formazione, luogo di attenzione per le persone. Perché Canì impasta, inforna, cucina e ti offre con il suo sorriso naturalmente dolce quanto ha creato con le sue mani. E non può essere standardizzato, né burocratizzato, per fortuna qualsiasi tentativo di posizionarlo negli schemi della normalità risulta vano.
Voi direte: che c’entra tutto questo? E invece è questa la chiave che mette in relazione il Sé con l’Altro, il riconoscimento dell’umano sentire che supera barriere, differenze, stupidi schemi o incasellamenti tra normalità e anomalie: la bellezza dell’essere comunità, nelle scuole e fuori dalle scuole.

 

 

 

Articolo di Vera Parisi

CLWqknay.jpegInsegna Filosofia e Storia al Liceo Scientifico Dell’IIS Matteo Raeli di Noto. È referente dei progetti PTOF Toponomastica femminile – Sulle vie della parità ed Educazione relazionale-affettiva e C.I.C. Parte del gruppo Noto/Avola di T.f, è attualmente interessata alle tematiche relative alla comunicazione relazionale, alla cittadinanza attiva e alle pari opportunità, sulle quali svolge il ruolo di formatrice.

 

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