“Walking Stories for Walking Women”. Due sportive su ruote

Sono ormai passate due settimane dall’inizio del viaggio: ci siamo lasciate alle spalle già molti chilometri, sempre armate di curiosità e voglia di camminare.
Ciò che conta è non perdere mai di vista l’obiettivo della nostra lunga passeggiata virtuale, che prende vita ogni settimana sul profilo Instagram di Wher, grazie anche al prezioso contributo di Toponomastica femminile: andare alla scoperta delle storie di donne straordinarie, soprattutto di quelle che, nonostante i loro meriti, non vengono ricordate nelle strade e nelle piazze italiane.
I nostri primi passi ci hanno portato a scoprire le storie di due scienziate – Laura Conti e Margherita Traube – e di due scrittrici – Sibilla Aleramo e Fernanda Pivano.
Questa settimana però c’è una novità, ed è che non ci spostiamo a piedi: a darci un passaggio saranno infatti la bicicletta da corsa di Alfonsina Strada e la mitica Packard 299 di Maria Antonietta Avanzo. Due grandi sportive, per le quali la parità non era faccenda da discutersi a parole: i fatti, la loro perseveranza e i loro risultati bastano a dimostrare che non esistono sport da uomini o da donne.
Il nome da coniugata di Alfonsina Strada – che nasce Alfonsina Morini nel 1891 – suona come un destino che si compie: Alfonsina infatti il ciclismo su strada ce l’ha nel sangue. La sua passione nasce quando è ancora una bambina e, per la prima volta, salta in sella ad una bicicletta che il padre ha comprato dal dottore di Castenaso, paesino in provincia di Bologna dove tutta la sua numerosa e poverissima famiglia si è trasferita nel 1895: è una bici distrutta, praticamente destinata alla rottamazione, ma per la piccola Alfonsina è l’inizio di una pedalata lunga tutta una vita.
Una pedalata ostinata, che va dritta verso il traguardo nonostante gli ostacoli non siano pochi: la famiglia di Alfonsina per prima è contraria a questa sua passione, per cui da adolescente lei partecipa alle prime gare di nascosto, con la scusa di recarsi alla Messa domenicale, mostrando un carattere deciso che le vale ben presto il soprannome di “diavolo in gonnella”.
Quando ha 24 anni, Alfonsina sposa Luigi Strada, meccanico e cesellatore: la bicicletta che Luigi regala alla moglie come dono di nozze è il simbolo materiale del supporto che le offrirà negli anni insieme, comprendendone e incoraggiandone la passione, che intanto è cresciuta e ha già portato Alfonsina a stabilire, nel 1911, il record mondiale di velocità femminile.
Ma la strada è ancora lunga e Alfonsina ha un obiettivo ben preciso: quello di gareggiare al fianco dei più grandi campioni dell’epoca nel Giro d’Italia, la competizione ciclistica più famosa del Paese.
Dopo aver partecipato per due volte al Giro di Lombardia, il suo sogno diventa realtà nel 1924: si iscrive alla gara, nonostante il malcontento di alcuni atleti e organizzatori, che temono che la presenza di una donna possa inficiare il valore della competizione, facendola risultare una pagliacciata. La sua partecipazione viene annunciata pubblicamente solo tre giorni prima della partenza e il suo nome figura sulla “Gazzetta” come “Alfonsin Strada di Milano”: non sarebbe strano se quella mancata “a” finale fosse un tentativo di nascondere sino all’ultimo una notizia che già prometteva di fare scalpore.
La gara ha inizio e ciò che Alfonsina consegna alla storia è la sua tenacia: anche quando, all’ottava tappa, viene eliminata perché arrivata al traguardo fuori tempo massimo, continua comunque a pedalare nelle successive tappe, anche per 21 ore consecutive, come avviene in occasione della Bologna-Fiume, lunga oltre 400 chilometri.
E questa tenacia la porta a tagliare il traguardo: insieme a lei, solo pochi atleti ci riescono, tra i 90 presenti sulla linea di partenza.
Forse anche per via di questo affronto, l’anno successivo ad Alfonsina è impedito di iscriversi nuovamente al Giro d’Italia: lei continua però a correre comunque alcune delle tappe del percorso, conquistando la solidarietà di molti campioni e del grande pubblico, che già durante la sua prima partecipazione aveva fatto sentire il suo affetto e la sua ammirazione verso chi, pedalata dopo pedalata, stava scrivendo la storia, dando a tutti una grande lezione di parità.
Ad Alfonsina sono dedicate diverse strade in tutta Italia, tra cui una via a Milano, intitolata solo nel 2017, a quasi 60 anni dalla sua scomparsa, e una pista ciclabile collocata tra Melegnano e Cerro al Lambro. Anche una palestra porta il suo nome, ad Alfonsine.
Nessuna via ha invece il nome di Maria Antonietta Avanzo: eppure anche lei ha scritto pagine importanti di storia, al volante delle auto da corsa e sui circuiti più importanti d’Italia.
Classe 1889, Maria Antonietta – nata Bellan – impara a guidare mettendosi al volante dell’auto del padre – un triciclo De Dion-Bouton e, come racconta nella sua autobiografia La mia vita a 100 all’ora, lanciandola a folle velocità per le campagne attorno alla villa di famiglia, mietendo vittime tra “cani, gatti, galline e segretari comunali”. Una frase che basta, da sola, a definire il quadro di una donna esuberante, sopra le righe, che vuole dimostrare a tutti che nulla ha da invidiare a un uomo.
La sua carriera inizia nel 1920, quando, a 31 anni, partecipa al Giro del Lazio. Elegantemente vestita — si racconta che portasse sempre le scarpe con il tacco — Maria Antonietta è pronta a farsi strada all’interno di un contesto dominato dagli uomini e in cui la presenza femminile è motivo di non poca curiosità e spesso di scherno.
Non passa neanche un anno e si trova a gareggiare sulle piste danesi, sulle spiagge dell’isola di Fan
ø: la sua auto prende fuoco a causa di un ritorno di fiamma e lei, dando prova di un coraggio che l’accompagnerà in molti episodi della sua vita, si lancia in mare, ancora a bordo della vettura.
Questo episodio, come molti altri della sua vita e della sua carriera, sono attorniati da un alone di leggenda: si racconta ad esempio che, in segno di ammirazione, il pilota Antonio Ascari le abbia regalato una Fiat rossa, prendendo per sé la Packard andata in fiamme, per rimetterla a nuovo.
Al limite tra mito e verità, si tratta in ogni caso di aneddoti che restituiscono il ritratto di una donna ironica, eccentrica, indomita, che a bordo di Maserati, Alfa Romeo e dell’iconica Packard 299 è stata la prima a correre sulle piste della Mille Miglia e della Targa Florio, arrivando anche a competere nelle qualificazioni per la 500 Miglia di Indianapolis.
Ma Maria Antonietta non si ferma solo agli Stati Uniti: per un breve periodo, dopo la separazione dal marito, vive in Australia, avvia una fattoria, partecipa ad esibizioni automobilistiche, per poi tornare alle piste nel 1926, quando partecipa alla Coppa Perugina.
Anche la Seconda guerra mondiale la vede al volante: questa volta però non guida un’auto da corsa, ma presta il proprio servizio sui camion e, dimostrando ancora una volta tutto il suo coraggio, riesce a salvare numerose persone ebree dalla deportazione.
La leggenda vuole che, al termine della seconda tappa del Giro del Lazio, dopo una gara in cui alla sua auto era stata allentata una ruota, Maria Antonietta abbia cercato di incoraggiarsi, dicendo a sé stessa: «Maria Antonietta, tu sei un grand’uomo». Ciò che invece vogliamo dirle noi è che è stata una grande donna e che la naturalezza con cui ha provato ad abbattere stereotipi e pregiudizi è un immenso regalo, per cui non possiamo che esserle grate e sperare che presto anche per lei ci sia un riconoscimento, nelle strade che tanto fieramente ha percorso a bordo delle sue quattro ruote.
Alla prossima settimana con le emozionanti storie di grandi…rivoluzionarie!

 

 

 

Articolo di Giorgia Cino

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Nata a Lecce, studia Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione al Politecnico di Torino. Da sempre appassionata di comunicazione, in ogni sua forma, collabora con l’Ortometraggi Film Festival e con la web radio OndeQuadre.

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