Zero waste

Nel 2016 è stata pubblicata una foto incredibile di Lauren Singer – donna newyorkese di 25 anni – con in mano un barattolo da mezzo chilo, contenente i rifiuti non riciclabili da lei prodotti negli ultimi quattro anni.
Come può sembrare ovvio, produrre “zero rifiuti” è lo stile di vita più sostenibile. Significherebbe non spedire più scarti alle discariche – spesso sature, non avere isole di plastica che navigano negli oceani – visibili addirittura dallo spazio – e conseguenti microplastiche che vengono ingerite da animali marini ed esseri umani. Secondo uno studio pubblicato su “Frontiers in Chemistry”, il 93% delle bottiglie analizzate conteneva piccolissime particelle di plastica.
Ovviamente gli scarti devono essere smaltiti in modo legale, ma sfortunatamente ci sono pure modi impropri di smaltimento, che non solo portano ad inquinare di più, ma anche a danneggiare terra, acque e animali.

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Ci sono cinque principi indicati da esperti/e di “zero rifiuti”, che sono elencati in ordine di importanza: rifiutare, ridurre, riparare-riusare, compostare e riciclare.
Rifiutare è probabilmente la parte più difficile: consiste nel non comprare prodotti impacchettati eccessivamente, non accettare buste quando si fanno compere – portandone da casa la propria – applicando così il terzo punto. Ciò che può aiutare ad essere efficienti è acquistare verdura e frutta al mercato o al banco del supermercato dove i prodotti sono sfusi. Mentre in alcuni negozi, si possono acquistare i prodotti che poi vengono pesati direttamente in cassa. Inoltre, avere sempre con sé una o più borse capaci per portare a casa la spesa aiuta a non essere colti di sorpresa se volessimo comprare qualcosa di non preventivato.
La riduzione consiste nell’evitare di comprare prodotti non necessari e sostituirli con alternative più sostenibili. Per esempio, spesso quando andiamo al supermercato per acquistare nuovi prodotti per la pulizia della casa, veniamo attirati dalla pubblicità o da flaconi sgargianti. Infatti ormai esiste un prodotto per ogni utilizzo, ma la realtà è che potremmo limitarci a molto meno. Soprattutto ci dovremmo affidare di più ai benefici del semplice aceto bianco, che mischiato ad acqua e ad aromi “fai da te” può pulire ogni cosa e sostituisce egregiamente il nocivo brillantante delle lavastoviglie. Per ridurre la plastica, poi, è sufficiente servirsi di prodotti “alla spina”: cereali, cibo per animali, ammorbidente, detersivi, ormai si trova quasi tutto.
Il terzo principio è la riparazione e il riuso, il che può essere riferito al riutilizzo di buste e contenitori che si hanno a casa, o anche incentivare il mercato di seconda mano, dove possono essere acquistati vestiti, mobili e oggetti di ogni genere. Questo punto si riferisce anche alla riparazione di ciò che si è rotto o consumato nel tempo: internet può essere un mezzo di aiuto per trovare consigli e lezioni su come aggiustare e rinnovare il proprio guardaroba, ma anche giochi, suppellettili, piccoli elettrodomestici che acquisteranno nuova vita. In alcuni Paesi viene incoraggiato lo scambio di vestiti nei  mercatini e in eventi organizzati per fare compere consapevoli nel rispetto dell’ambiente. Gli incontri con scambi di vestiti sono totalmente gratuiti e i capi vengono letteralmente barattati. Mentre per quanto riguarda i mercatini – in genere  frequentatissimi – sono principalmente le giovani che li organizzano, dove ognuno può affittare il proprio spazio e vendere capi d’abbigliamento e tanto altro. Spesso chi aderisce ad iniziative del genere intende rinnovare il proprio guardaroba, quindi ciò che è in vendita/scambio appartiene a mode attuali.
Gli scarti alimentari vegetali possono essere indirizzati al compostabile, in modo che una volta decomposti possono essere riusati per il nutrimento di piante. Generalmente, le persone che adottano questo stile di vita hanno un contenitore per il compost domestico, il quale può raggiungere l’altezza di una persona. Se se ne ha possibilità viene in genere tenuto in giardino, nell’orto o sul balcone. Per avviare il processo di decomposizione, si inizia aggiungendo uno strato di terra e vermi nel bidone, poi gli scarti alimentari vegetali vengono aggiunti, mischiati con gli strati inferiori ed annaffiati. Quando la decomposizione sarà avvenuta è possibile usare la miscela per fertilizzare le piante. Secondo alcuni calcoli l’umido è l’80% in peso dei rifiuti che produciamo (considerando anche erba, ramaglie, fiori secchi di giardini e orti). Quindi poter indirizzarlo al compostabile è non solo più sostenibile – perché si decompone – ma anche più comodo e costituisce un risparmio (molte aziende che attuano il servizio “porta a porta” ne tengono conto, con sconti nella bolletta).
L’ultimo punto è riciclare. “Zero rifiuti” non significa non riciclare più, ma ridurlo al minimo. Questo avviene perché processare nuovamente i materiali richiede energia, induce inquinamento e non sempre è possibile. Inoltre, spesso l’attività di riciclo non è svolta correttamente, mischiando materiali che non possono essere reintrodotti nella catena del processo. Per esempio, la plastica può essere riciclata solamente una o due volte, a seconda della tipologia, quindi riciclare non è la soluzione al problema dell’inquinamento. La maggior parte dei comuni utilizza da tempo la raccolta “porta a porta” dei rifiuti differenziati con risultati di circa il 60% contro una media nazionale del 31.7% secondo i dati Istat 2010. Esempi virtuosi sono i comuni della provincia di Macerata, con picchi di 84% e le regioni del Nord.
Secondo la rivista “National Geographic” gli Usa sono in cima alla lista dei produttori di rifiuti con 250 milioni di tonnellate per anno, due chili per una persona in un solo giorno. Ciò dovrebbe far riflettere sulla portata del risultato delle nostre azioni riguardo ciò che compriamo e ciò che scartiamo. Bisogna anche ricordare che dietro alla produzione di qualcosa c’è un rifiuto che non si può vedere, ma che viene generato come l’emissione di anidride carbonica.
Gittemary è una danese che in ottobre è stata invitata all’evento Why going zero waste is more sustainable than recycling per parlare della sua esperienza. Nel 2015 ha deciso di cambiare vita, respingendo il consumismo, riducendo i rifiuti e non usando più la plastica. Ha ammesso che è stata spesso etichettata come figlia dei fiori per il suo stile di vita e per la volontà di non accettare la soluzione più semplice, ma quella consapevole per l’ambiente. Da un altro punto di vista potrebbe essere definita come esempio di vita minimalista, senza l’inutile, meno spazzatura prodotta e casa libera da oggetti superflui, con solo l’indispensabile. Ha evidenziato come incentivare l’economia circolare sia importante per ridurre al minimo gli sprechi.
Per tale motivo ha suggerito come si possa iniziare questo percorso in cui non c’è una vittoria finale né una competizione, se non per l’ambiente e per la propria coscienza.
Se si guarda alla questione nella sua globalità sembra quasi impossibile produrre zero rifiuti, pertanto bisogna andare passo passo. Iniziando dall’analizzare i rifiuti accumulati nei vari contenitori per capire con quale prodotto inquiniamo di più. A questo dobbiamo cercare alternative possibili, per esempio frutta e verdura – come già consigliato precedentemente – possono essere comprate sfuse, ai cotton fioc di plastica si debbono sostituire quelli di legno o carta, a succhi di frutta confezionati si preferirà il vetro o il tetrapak, allo shampoo/bagnoschiuma in flaconi esiste l’alternativa della saponetta o il dispensatore alla spina, al dentifricio nella plastica si possono preferire le pasticche che si sciolgono in bocca con un po’ di acqua, le cannucce da usare saranno di materiali biodegradabili, piatti e posate usa e  getta ormai sono quasi tutti – per legge – compostabili.
Il cambiamento climatico risente del nostro stile di vita. Secondo “Zero waste Europe”, lo stile “zero rifiuti” è una traduzione pratica di economia circolare perché l’idea fondante segue gli stessi principi, ma in una scala più piccola. L’aspetto più importante in tema climatico è la riduzione di emissioni. I momenti cruciali in cui le emissioni vengono liberate riguardano il processo di estrazione di risorse naturali, il processo industriale di trasformazione a cui sono sottoposte, la manifattura, il rifornimento tramite trasporto a servizi e negozi, gli allevamenti intensivi, l’uso sfrenato dei trasporti privati, la fine di utilizzo. Secondo la stessa fonte, solo il 9.1% del materiale totale usato in Europa rientra nel circolo.
Attualmente la pressione sulle tematiche dell’ambiente è così alta che alcune attività si stanno reindirizzando verso scelte più sostenibili. Ad esempio da tempo in Francia (ma sempre più anche da noi) sono stati reintrodotti i distributori per alimenti come pasta, riso, cereali, yogurt, latte etc. Quindi al negozio si può portare direttamente un contenitore idoneo da casa, riempirlo e pagare a peso, come si faceva un tempo, andando alla bottega sotto casa. Ovviamente non tutti i negozi offrono tale servizio, quindi una piccola ricerca e dedizione sono indispensabili.
Inquinare è sempre più semplice, ma con uno sforzo si possono cambiare le nostre abitudini per migliorare l’ambiente.

 

 

 

Articolo di Marta Grasso

Marta Grasso2

Nata a Roma nel 1993, ha iniziato i suoi studi universitari in Scienze dell’Architettura a RomaTre per poi conseguire la laurea magistrale in Architettura sostenibile in Danimarca, in un percorso di studi sull’orientamento ambientalista.
Suoi interessi sono l’arte, il disegno e soprattutto la ceramica.

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