Guerra Fredda. Seconda fase. La decolonizzazione e il “terzo mondo“

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Prima della Seconda guerra mondiale, i Paesi extraeuropei indipendenti sono soltanto tre in Africa (Egitto, Etiopia e Liberia) e quattro in Asia (Giappone, Cina, Turchia e Persia). Tutto il resto del mondo è spartito tra le potenze europee. Finita la guerra, l’Onu si impegna a restituire all’Etiopia l’indipendenza interrotta con la conquista italiana, ma non interviene a modificare il dominio europeo sul resto del continente.

1.IMPERO BRITANNICO
L’impero britannico

Il primo esempio di decolonizzazione è il modello inglese. La prima importante rottura del sistema coloniale inizia in India, appartenente all’impero britannico. L’indipendenza del subcontinente indiano era stata promessa prima della guerra in cambio della partecipazione al conflitto. Dunque il Partito del Congresso preme perché tale promessa divenga ora effettiva. L’India costituisce il più significativo esempio di “via inglese alla decolonizzazione”. Prevedendo che l’impero non sarebbe durato in eterno, Londra aveva già da tempo iniziato a preparare una strategia per non perderlo del tutto: il ceto coloniale inglese era stato affiancato e via via sostituito da un gruppo dirigente locale, benestante ma non ricco, radicato alla cultura locale ma educato nelle scuole e università europee, attento a mediare tra i bisogni locali e gli interessi della madrepatria. Il Partito del Congresso è di fatto portavoce di questo gruppo di transizione. Già nel 1920 arriva alla guida del Partito del Congresso Gandhi, un uomo che ha studiato in Inghilterra ma il cui radicamento nella tradizione induista contribuisce rendere popolare nella società indiana. Gandhi  è un leader che crede fermamente nell’uso di strumenti diversi da quelli militari per il raggiungimento dell’indipendenza. Seguendolo e rifiutando ogni forma di violenza fisica, la popolazione indiana riesce a mettere in ginocchio l’economia imperiale britannica tramite il boicottaggio di tutte le merci inglesi e l’autoproduzione manuale dei beni di consumo, e impedisce così all’occupante di ricorrere a un inasprimento della repressione.

2. India 1947 copia
India, 1947

Nel 1947 un negoziato conduce l’India all’indipendenza. Ma proprio in questo momento si infrange tragicamente il sogno gandhiano di un unico Stato laico e pluralista in cui le diverse religioni possano convivere: dall’Unione indiana (repubblica federale a maggioranza induista che occupa la parte peninsulare a Sud) si separa il Pakistan (Stato islamico che occupa l’area continentale a Nord), in seguito ulteriormente suddiviso con la nascita del Bangladesh. L’anno successivo Gandhi, considerato responsabile della spaccatura, viene ucciso da un integralista induista.
L’altro elemento importante che caratterizza l’ex impero britannico è il Commonwealth, organismo che raccoglie tutte le ex colonie di Londra in un commercio comune. Facendo entrare nel Commonwealth tutti gli ex possedimenti, Londra si assicura di fatto un controllo, indiretto ma non per questo meno intenso, delle economie africane e asiatiche e della gestione delle loro risorse.

3.Impero coloniale francese copia
L’impero coloniale francese

Totalmente diverso è il modello francese di decolonizzazione. La politica francese verso i territori d’oltremare consiste in una totale assimilazione culturale e nella “francesizzazione” forzata di tutti i popoli. Come Londra con l’India, anche Parigi aveva promesso l’indipendenza a Tunisia e Marocco in cambio della collaborazione militare contro la Germania nazista; ma poi la Francia era stata sconfitta e occupata, mentre l’occupazione tedesca non aveva raggiunto il Nord Africa, le cui truppe avevano combattuto a fianco di quelle angloamericane in l’Europa, garantendosi così l’appoggio inglese e statunitense alla causa indipendentista.
Nel 1956, sotto il controllo dell’Onu, viene sancita l’indipendenza per Tunisia e Marocco, fatta eccezione per Ceuta e Melilla, che rimangono territori spagnoli. Contemporaneamente, la Francia è impegnata nella guerra d’Indocina (attuali Viet Nam, Laos e Cambogia), dove già nel 1945, all’indomani immediato della fine della guerra mondiale, era stata proclamata una repubblica comunista. Dunque quello francese è un intervento di riconquista contro un movimento indipendentista già forte e radicato. Ma la presenza di un blocco comunista contro un esercito liberale costringe tutte le potenze a trattare per evitare lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale mentre è ancora in corso la guerra di Corea. Davanti alla guerriglia praticata in un territorio ostile e poco conosciuto, l’esercito francese viene costretto alla resa.
Tra il 1953 e il 1954 si tiene la Conferenza di Ginevra: qui viene concessa l’indipendenza a Laos e Cambogia e diviso il Viet Nam in due Stati, uno comunista a Nord e uno filoamericano a Sud. Ma nello stesso 1954 scoppia la guerra d’Algeria, colonia francese fin dal 1830.
La situazione algerina è più delicata delle altre proprio in quanto meno recente: il dominio francese si è insediato da tempo e il 10% della popolazione locale è bianca e discendente dai coloni. La Francia non può quindi rinunciare all’Algeria perché perderebbe un gran numero di francesi. Inizia così una fortissima repressione contro il movimento indipendentista locale, che di conseguenza si spinge su posizioni nazionaliste radicali e intransigenti. In Algeria nasce il Fronte nazionale di liberazione, la repressione si fa sempre più dura, la città di Algeri viene fortemente militarizzata e la polizia francese apre la strada all’uso sistematico della tortura. Ma la resistenza resta forte e inizia a compiere attentati anche in Francia e nella stessa Parigi. L’opinione pubblica francese si divide e, nonostante l’ambiguità del Partito comunista, gli intellettuali francesi (tra cui lo scrittore Albert Camus) prendono posizione in favore dell’indipendenza.

4. Manifesto francese. La pace in Algeria
Manifesto francese per la pace in Algeria

Dopo anni di guerra, le ingenti truppe francesi non riescono a piegare la resistenza. Nel 1962 il generale-presidente Charles De Gaulle è costretto a cedere e a riconoscere l’indipendenza algerina. Ma resta radicata nella polizia francese l’abitudine di trattare in modi notevolmente diversi le persone fermate a seconda del colore della loro pelle, nonostante la maggioranza degli stessi poliziotti appartenga a minoranze etniche.

5. L'andamento delle spese militari portoghesi dal 1960 al 1974. In rosso gli stanziamenti per le operazioni oltremare, in bianco le altre spese militari
L’andamento delle spese militari portoghesi dal 1960 al 1974. In rosso gli stanziamenti per le operazioni oltremare, in bianco le altre spese militari

Il modello portoghese di decolonizzazione è molto tardivo rispetto agli altri. Dopo la II Guerra mondiale in Portogallo è rimasta in piedi una dittatura simile a quella spagnola, che ha puntato all’accentramento del potere amministrativo contro ogni forma di autonomia. Il Brasile è già indipendente dal 1822.
Verso le popolazioni indigene di Angola, Mozambico e Guinea Bissau, negli anni Sessanta del Novecento viene applicata una politica assimilatrice: portoghesi e indigeni hanno la stessa cittadinanza e gli stessi diritti, ma questo porta a negare l’esistenza di un’identità africana, suscitando l’opposizione delle élite culturali indigene. In questi anni le sinistre europee stanno prendendo posizione a favore della decolonizzazione e del principio di autodeterminazione di tutti i popoli. Nel 1974 in Portogallo la Rivoluzione dei garofani rovescia la dittatura; al suo posto vince le elezioni una coalizione di sinistra, il cui primo atto è proprio la concessione dell’indipendenza alle colonie portoghesi, che a partire dal 1975 vengono tutte riconosciute come nuovi Stati autonomi.

6. Le atrocità coloniali in Congo
Le atrocità coloniali in Congo

Disastroso è stato il modello belga. Dopo aver sfruttato le risorse minerarie del Congo, nel 1960 il Belgio concede l’indipendenza al Paese lasciando bassissimo il livello di istruzione e nessun gruppo dirigente in grado di gestire la situazione interna. Il risultato è l’alternarsi per decenni di sanguinosissime guerre civili e lunghe dittature militari, situazione difficile da cui hanno tratto profitto soltanto le multinazionali minerarie. Tante regioni africane hanno condiviso questa sorte: appetibili alle multinazionali per la ricchezza del sottosuolo, la decolonizzazione le ha di fatto lasciate allo sbando senza averle minimamente preparate ad autogovernarsi.
È emblematico il caso del Sudafrica, ex colonia olandese poi entrata a far parte del Commonwealth britannico. Fin dal 1948 la vita politica e sociale del Paese è stata segnata dalla vittoria elettorale del National Party, espressione degli afrikaaner, bianchi eredi dei coloni olandesi: tale vittoria è stata resa possibile da un suffragio elettorale ristretto in cui il diritto di voto spetta soltanto a uomini e donne bianche, escludendo tutte le componenti indigene. Il sistema sociale in vigore in Sudafrica è quello dell’apartheid, ovvero la concentrazione delle ricchezze esclusivamente nelle mani dell’élite bianca e la segregazione della popolazione di pelle nera in ghetti senza diritti né accesso ai servizi. Ogni opposizione al regime di apartheid è tacciata di comunismo. Tutti i partiti formati da persone di pelle nera sono illegali: il più importante di questi è l’African National Congress, partito clandestino sotto la guida di Nelson Mandela, che rimarrà in carcere fino al 1990. In Sudafrica le donne bianche hanno ottenuto il diritto di voto fin dal 1930, quelle nere lo otterranno soltanto nel 1994.
In generale la decolonizzazione, per quanto giusta e necessaria sul piano teorico, ha avuto di fatto conseguenze disastrose: le ex potenze coloniali hanno lasciato i Paesi liberati nel caos totale, senza aiuti e in preda alle lotte interne, che molto spesso sono sfociate in guerre civili per motivi a volte economici ma più spesso etnico-religiosi-identitari (si pensi ad esempio a Bangladesh e Pakistan nell’India ex britannica o a Hutu e Tutsi nel Congo ex belga). Di questi conflitti interni si sono approfittate le multinazionali, provenienti dagli Usa e dalle vecchie potenze coloniali per imporre i propri interessi commerciali e mantenere di fatto una forma indiretta di colonizzazione: questo sistema di nuovo dominio ha preso il nome di neocolonialismo.
L’Angola è l’unico Paese in cui la lotta contro il colonialismo ha ricevuto aiuti sovietici e soprattutto cubani. In generale la decolonizzazione è nata anche sulla base di un rifiuto ideologico del dualismo Usa-Urss e del dover scegliere uno dei due schieramenti. Nel 1955 si tiene la Conferenza di Bandung (in Indonesia, ex colonia olandese liberatasi nel 1949, foto di copertina). Qui nasce il movimento dei Paesi non allineati, non schierati né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica. È da qui che i Paesi meno sviluppati e di riconoscimento più recente prendono il nome di “terzo mondo”, dove per “primo mondo” si intende quello capitalista e per “secondo mondo” quello socialista. I principali partecipanti alla conferenza di Bandung sono Nasser, presidente egiziano di simpatie socialiste ma non legato a Mosca, Nehru, presidente indiano successore di Gandhi, e Tito, presidente della Jugoslavia comunista cacciato dal Cominform.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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