Se avessimo ascoltato meglio Mister Tobin

Il 5 marzo del 1918 nasceva a Champaign, nell’Illinois, James Tobin, economista neokeynesiano. Nel 1981 avrebbe vinto il Premio Nobel per l’economia per «la sua analisi dei mercati finanziari e le loro relazioni con le decisioni di spesa, con l’occupazione, con la produzione e con i prezzi». Tra le tante opere di questo brillante intellettuale quella più famosa, anche se forse non la più importante, è lo studio della tassa sulle transazioni finanziarie, che prende il suo nome, la Tobin tax.

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Questo prelievo forzoso fu proposto dall’economista di Harvard nel 1972 e aveva lo scopo di colpire tutte le transazioni sui mercati delle valute per contrastare la speculazione finanziaria a breve termine che tanti danni avrebbe provocato alle economie di diversi Paesi del mondo. L’originalità della proposta stava nel vincolo imposto a questa entrata: la destinazione alla comunità internazionale, per ridurre in parte le forti disuguaglianze tra Paesi poveri e Paesi ricchi. L’aliquota avrebbe dovuto oscillare tra lo 0,5% e l’1% e fu proposta dopo lo scandalo Watergate e l’abbandono del sistema monetario internazionale fondato sul dollaro, nato a Bretton Woods. Per i sostenitori di Tobin a un tasso dello 0,1% la tassa avrebbe garantito il doppio della somma annuale necessaria ad eliminare la povertà estrema nel mondo. L’idea era molto intrigante, anche perché prevedeva che la gestione di questa entrata fosse affidata alla Banca Mondiale, ma fu contrastata e rimase confinata nei Manuali universitari di Economia politica come la posizione di un economista eccentrico. Mundell e Dornbusch la criticarono aspramente, altri economisti espressero le loro perplessità. Tobin non fu ascoltato dalle istituzioni monetarie internazionali, come più tardi non lo avrebbe ascoltato la Wto. Banca Mondiale e Fondo Monetario internazionale erano troppo impegnati a concedere prestiti ai Paesi in difficoltà, strozzando le loro economie con politiche di austerity che ne avrebbero soltanto alimentato il debito. Cominciava ad affermarsi il pensiero unico neoliberista, che avrebbe affascinato per decenni i politici di destra e della cosiddetta sinistra liberal. Come avrebbe dichiarato lo stesso Tobin in un’intervista a “Der Spiegel”, la maggior parte degli economisti semplicemente aveva ignorato la sua proposta. Ma la difficoltà di essere compreso pare essere una costante della professione del grande economista. Dimenticato per vent’anni, durante i quali le speculazioni finanziarie, anziché ridursi, aumentarono a dismisura (l’uscita della lira italiana e della sterlina dal Sistema Monetario Europeo, nel 1992, ne fu un esempio eclatante), inascoltato proprio quando cominciò ad affermarsi la finanziarizzazione dell’economia, fu richiamato in causa da Ignacio Ramonet, redattore di “Le Monde Diplomatique”, che, in un editoriale dal titolo «Disarmare i mercati» propose la costituzione di un’associazione per l’introduzione della Tobin tax. L’Associazione fu creata e fu chiamata Attac, Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie per l’aiuto dei cittadini. Questa volta l’idea di Tobin fu strumentalizzata, al punto di diventare la testa d’ariete della battaglia del popolo no global, che alla Tobin tax affidò una serie di funzioni che l’economista neokeynesiano non aveva immaginato e che non avrebbe mai condiviso. Il popolo di Seattle, dal 1999, ne fece la propria bandiera e nel 2001, al Primo Forum Sociale di Porto Alegre la presentò come il mezzo più semplice per sradicare la povertà, arginare le speculazioni finanziarie, combattere lo strapotere delle banche e dei grandi investitori istituzionali. Tobin si dissociò pubblicamente da queste posizioni, ribadite in tutti i Forum sociali successivi, anche da forze new global, ma il rappresentante di Attac, in risposta all’intervista di “Der Spiegel”, sostenne che lo scopo principale della tassa restava comunque quello di gettare sabbia nel meccanismo della speculazione e del “dominio dei mercati finanziari”, così come pensato dal suo ideatore. La Tobin tax sarebbe stata solo il primo passo, poi sarebbero seguiti l’abolizione dei paradisi fiscali, la stabilizzazione delle valute deboli, il controllo del mercato dei capitali o un rafforzamento del controllo sulle banche e sulle Borse Valori. Per il popolo di Seattle affidare alle istituzioni economiche internazionali la gestione del ricavato della Tobin tax sarebbe anche stato condivisibile, se solo queste istituzioni non fossero diventate espressione dello strapotere dei Paesi forti. Sta di fatto che l’unico Stato a provare ad applicare veramente la Tobin tax nel 1992 fu la Svezia, che l’anno dopo l’abolì, perché aveva dimezzato il valore di Borsa. Questa tassa, che avrebbe lo scopo di colpire quelle speculazioni finanziarie che tanto male hanno fatto all’economia mondiale, dovrebbe essere applicata contemporaneamente in tutti i Paesi del mondo, altrimenti i capitali finanziari, nomadi per definizione e sottratti al controllo degli Stati Nazione, emigrerebbero là dove la tassa non è in vigore, come accade per i paradisi fiscali, luoghi in cui emigrano capitali guadagnati in alcuni Paesi, grazie alla virtuosa sinergia di moltissimi elementi ed operatori, senza peraltro partecipare al pagamento delle imposte in quegli stessi Paesi che li hanno generati e quindi sottraendo risorse ingenti alla costruzione di scuole, ospedali, servizi alle persone, come ci raccontano i Rapporti Oxfam da molto tempo. Da ultimo Thomas Piketty, economista troppo poco studiato nei Manuali di Economia politica delle scuole, ha dimostrato nella sua opera interessantissima Il capitale nel ventunesimo secolo, che da parecchi anni a questa parte la rendita prodotta dalla ricchezza è cresciuta molto di più dei guadagni da lavoro e che per invertire questa tendenza occorrerebbe una tassa mondiale sulla ricchezza.
Se oggi si prova a cercare in rete la Tobin tax si scopre che sotto questo nome si celano tasse sulle transazioni di alcuni titoli azionari e finanziari che nulla hanno a che vedere con l’impianto originario del provvedimento, che, non dimentichiamolo, aveva un respiro planetario e avrebbe potuto orientare in un senso molto diverso le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario internazionale. Ancora una volta del nome di Tobin si è abusato per individuare la tassa sulle transazioni finanziarie, a partire dal Governo Monti, ma con scopi assolutamente lontani da quelli che aveva in mente il suo ideatore. Alla luce dei danni che hanno prodotto la finanziarizzazione dell’economia e l’azzardo morale, favoriti da decenni di deregulation economica e finanziaria, forse avremmo dovuto ascoltare di più James Tobin, fin dagli anni Settanta. Adesso una tassa sulle transazioni finanziarie sui generis c’è in Italia, un’altra “all’acqua di rose” esiste in Francia e la Germania, favorevole a parole con “la tassa più giusta di tutte”, non l’ha ancora adottata. Da molti anni l’Unione Europea pensa di emanare una Direttiva su questa tassa, ma, dopo un confronto tra gli Stati membri, ha optato per una cooperazione rafforzata, non ancora compiuta e frenata dalla Brexit. Ricordiamoci che, anche nelle sue versioni edulcorate, quella che oggi è comunemente e impropriamente chiamata Tobin tax dovrebbe avere come scopo quello di prelevare gettito fiscale tra chi muove montagne di soldi e specula sui mercati, per compensare di fatto i costi sociali delle crisi finanziarie. Dovrebbe ridurre la volatilità dei mercati, la speculazione, le bolle e le conseguenze negative di una finanza sregolata. Tuttavia nelle varie versioni in cui è stata sperimentata non ha dato i risultati sperati e con la Brexit potrebbe avere un effetto boomerang sulla volontà di promuovere Milano come piazza per i mercati finanziari in uscita dalla Gran Bretagna, favorendo la fuga dei capitali verso piazze in cui le transazioni finanziarie non sono tassate. Insomma, nemmeno con un prelievo tanto irrisorio come quello suggerito da Tobin ci è consentito disturbare il manovratore e si preferisce lasciare mano libera agli apprendisti stregoni della speculazione finanziaria, in nome delle “conseguenze inintenzionali” che ogni intervento esterno al mercato inevitabilmente produce. A me invece piace pensare che, se la teoria di Tobin fosse stata applicata secondo le sue indicazioni e le istituzioni monetarie internazionali l’avessero seguita, forse avremmo avuto un sistema monetario più umano, anche se indubbiamente le organizzazioni monetarie mondiali nel tempo sono in parte cambiate e si sarebbero potuti risparmiare alle persone, al Pianeta e ai nostri sistemi economici molti dei danni presenti e futuri. Il suo gettito, mai come ora, sarebbe potuto servire anche a riparare i danni da inquinamento e riscaldamento globale che si riversano soprattutto sulle popolazioni povere della Terra. Ma le priorità della globalizzazione dei mercati sono state altre e ben poco è cambiato, nonostante le relativamente recenti proteste del popolo di Occupy Wall Street, che ha cercato, dal 2011, con il suo slogan “Noi siamo il 99%”, di porre all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale le storture e le ingiustizie della finanziarizzazione dell’economia.

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Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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