19 marzo ricorrenza di san Giuseppe e festa del babbo

Ognuno/a di noi potrebbe parlare a lungo del proprio padre, di quanto sia stato importante (o magari assente) nella propria vita, di quanto sia stato amorevole (o riservato), di quanto sia stato presente (o distratto), di quanto il suo ruolo sia stato formativo e determinante. Non vorrei scadere nel patetico e nostalgico, ma anch’io -ricordando il babbo – penso alla persona che più mi stimava e aveva grande fiducia in me e nelle mie capacità, che ha fatto appena in tempo a vedermi laureata e insegnante, come desideravo da sempre. Me lo ricordo, magro e scattante, in sella alla bicicletta o quando a Carnevale si travestiva da mago o da astronauta per farmi una sorpresa oppure quando si faceva prestare la Vespa da un amico per fare una improvvisata mentre ero in vacanza. Ricordo con gratitudine quanto sia stato – insieme alla mamma – un  genitore “moderno” (nei primissimi anni Settanta) lasciandomi viaggiare dai 18 anni con le amiche, o senza mai farmi mancare una gita scolastica, un cineforum, uno spettacolo teatrale organizzato dalla mia vulcanica docente di Lettere.
Ricordo di essere stata una bambina amata e coccolata, che la domenica giocava nel lettone facendo il cow-boy (o meglio la cow-girl) mentre il babbo, paziente, era il cavallo Bronco; questi e tanti altri sono doni impagabili che dovrebbero appartenere a ciascuno/a, per donarli a nostra volta a figli e figlie.
Ma la figura paterna appartiene di diritto anche alle varie forme di arte: scultura, pittura, musica, letteratura, teatro, senza trascurare il cinema. Mi limiterò dunque a fare una veloce carrellata, parziale e personale, con il solo scopo di rinnovare qualche ricordo e stimolare ulteriori ricerche in lettori e lettrici.
Se penso alla poesia mi vengono subito in mente i testi di Carducci, sofferente per la morte del figlioletto Dante, e di Ungaretti, straziato per la malattia del piccolo Antonietto; non posso dimenticare Alfonso Gatto (A mio padre) e Umberto Saba (sia in veste di padre affettuoso – Ritratto della mia bambina – sia in quella di figlio abbandonato – Mio padre era per me l'”assassino”). Quella di Pascoli è una continua assenza, un vuoto incolmabile (La cavalla storna, X agosto), mentre per Leopardi e Kafka – per fare due soli esempi – si tratta di un conflitto insanabile, non solo generazionale. Meno noto ma non meno significativo il rapporto tormentato fra Federigo Tozzi e il padre, esemplificato in maniera straordinaria in quel capolavoro che è il romanzo Con gli occhi chiusi, in cui fra Domenico e Pietro si manifesta un chiaro esempio di “castrazione”. Da rileggere Padre padrone di Gavino Ledda sull’educazione di un pastore nella Barbagia del XX secolo (che sembra medioevo) e da rivedere il bellissimo film che ne trassero i fratelli Taviani. Alessandro Manzoni, invece, che tanta sensibilità ha saputo riversare nei suoi ritratti femminili (penso a Ermengarda, a Gertrude e a Lucia) e nelle descrizioni di momenti toccanti (la notte dell’Innominato, il dialogo con il cardinale, la pestilenza), ha realizzato un grande romanzo senza vere e proprie figure paterne, se non fra Cristoforo, un padre spirituale appunto. D’altra parte lui di padri ne aveva avuti ben tre: quello naturale, quello che gli aveva dato il cognome, quello che forse gli era stato più vicino (il conte Imbonati); nel bel libro di Natalia Ginzburg La famiglia Manzoni emerge come a sua volta – nonostante la numerosa figliolanza – non abbia saputo essere un bravo padre lui stesso (penso a quando la figlia Matilde in precarie condizioni di salute lo implorava vanamente di scriverle, di mandarle qualche soldo o magari di farle visita).

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Sempre alla penna di Ginzburg si deve il ritratto straordinario del professor Levi, suo padre (in Lessico famigliare), un uomo curioso e divertente, che si ricorda per le sue manie e per il linguaggio originalissimo, creato da lui per definire persone e situazioni: le babe, le negrigure, gli sbrodeghezzi, i potacci.

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Nella drammaturgia settecentesca si rintracciano esempi contrapposti: da un lato la tragedia alfieriana Mirra, che vede la giovane suicida a causa dell’amore colpevole per il padre Ciniro a cui è stata condannata dal volere maligno della dea Venere, dall’altra lo sguardo ironico di Goldoni che scandaglia con acutezza i rapporti interfamiliari, mostrando da un lato uomini all’antica e “rusteghi”, dall’altra figlie e mogli schierate per ottenere maggiore libertà. 

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Elsa Morante, attraverso il complesso legame descritto nel romanzo L’isola di Arturo, pone l’accento su altri aspetti nel rapporto fra un adolescente e un padre svagato, inadeguato, ma misterioso e affascinante. Ci sono però anche padri che danno la vita per la prole o si sacrificano fino all’estremo; fra tutti ho in mente il protagonista senza nome del romanzo The Road (La strada) dell’americano Cormac McCarthy, ambientato in un futuro post-apocalittico. Nel cinema l’esempio più evidente e straordinario si incontra in quello che (a mio giudizio) è uno dei più bei film in assoluto: La vita è bella, in cui il padre inventa un bellissimo gioco per il piccolo Giosuè, facendogli apparire divertente ciò che invece è una immane tragedia, fino al premio finale (e alla sua stessa morte). Roberto Benigni è riuscito persino ad essere – in due diverse pellicole – figlio e padre, quando ha interpretato il ruolo di Pinocchio, e da poco, grazie a Matteo Garrone, è diventato Geppetto: un genitore davvero speciale, che “crea” il figlio con un amore assoluto, partendo da un semplice blocco di legno.
Non è detto però che il padre sia solo chi dà la vita: pensiamo a Dante quando saluta il maestro Virgilio o rievoca l’antenato Cacciaguida; padri si può diventare, come madri del resto. Anche san Giuseppe si è trovato a fare da padre a un bambino non suo. Esempi meno illustri, certo, ma non meno significativi compaiono in due film diretti e interpretati da Clint Eastwood. In Gran Torino un anziano brontolone, scostante e razzista si trova, suo malgrado, a proteggere in modo paterno e generoso dei giovani stranieri, fino a dare la vita per loro. In Million dollar baby l’allenatore si prende cura della sua pupilla divenuta inferma, dopo un brutto incidente sul ring, e arriva ad assecondare la sua disperata voglia di farla finita, scomparendo lui stesso agli occhi del mondo, non si sa come né dove.
Sfogliando alcuni volumi di storia dell’arte, ho riflettuto sul fatto che le raffigurazioni di madri (e poi Madonne) con bambini si trovano fino dall’epoca più antica e in ogni civiltà, mentre i padri risultano praticamente assenti, almeno fino ad un certo periodo. Sono presenti nella Bibbia, è vero, e nei miti: da Zeus che “genera” Atena a Enea in fuga, da Giasone a Dedalo e Icaro, ma risultano modelli lontani e distanti, non solo nel tempo. Il celebre Laocoonte (copia romana ai Musei Vaticani) rappresenta una eccezione: qui il marmo rende eterno l’immane sforzo di salvare i figli dalle spire dei terribili serpenti marini. Il Medioevo è il trionfo delle Madonne, ma con Mantegna e Raffaello si cominciano a ritrarre intere famiglie, oppure si affiancano a Maria lo sposo Giuseppe e il Bambino appena nato. Questo sarà il soggetto delle Sacre famiglie, come l’insuperabile Tondo Doni di Michelangelo in cui l’anziano padre sorregge il piccolo, in equilibrio precario, quasi sospeso fra i due genitori. Fra Seicento e Settecento, dall’Olanda all’Europa meridionale, si diffondono i gruppi familiari: borghesi e nobili si fanno ritrarre, spesso con sfondi quotidiani e raccolti. I reali mostrano la prole schierata e i padri-sovrani assumono un ruolo di primo piano: sono alti, imponenti, non cedono alla tenerezza. Anche nei quadri successivi e più socialmente “impegnati” (penso ad esempio a Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) non ci si distacca dallo stereotipo: in primo piano è la donna ad avere fra le braccia un bambino, mentre gli uomini guardano sicuri verso i nostri occhi; si dovrà arrivare a Picasso, ai suoi Poveri in riva al mare  o alla Famiglia di acrobati, per incontrare padri affranti, magri, ma amorevolmente rivolti verso moglie e figli.
Concludo questo percorso fatto di ricordi e suggestioni richiamando alla mente la trama di alcune opere liriche in cui emerge il rapporto fra il padre e una figlia (molto raro invece il rapporto con un figlio maschio), che si può esemplificare con la dolce romanza O mio babbino caro (da Gianni Schicchi di Puccini) in cui Lauretta implora il babbo affinché la faccia sposare con il ragazzo che ama, altrimenti è pronta a gettarsi nell’Arno! Di ben altro spessore e di esiti funesti il legame fra Rigoletto e Gilda, in cui il padre – oggetto di scherno per i vili cortigiani – vuole difendere l’onore della giovane ingenua, ma finisce con scoprirla morta al posto dell’amato. Chi conosce l’opera non può dimenticare il suo grido disperato: «Gilda, mia Gilda, è morta!». Un padre assente e vile è quello che ci mostra Puccini in Madama Butterfly (ma alla fine, tardivamente, si pente e rimedia ai propri errori), mentre la musica di Verdi accompagna le scelte difficili di un uomo, Germont, che deve chiedere a Violetta di rinunciare all’amore per salvaguardare però l’onore della figlia innocente: Pura siccome un angelo…
Prima di finire la breve carrellata cito un’opera che amo particolarmente: I racconti di Hoffmann di Offenbach in cui si trova una sorta di nucleo familiare fuori dal comune. La “figlia” infatti è una bambola meccanica, Olimpia, creata dallo scienziato-padre Spallanzani insieme a Coppelio e spacciata per ragazza in carne ed ossa, finché la realtà irrompe nella fantasia, quando l’automa finisce in mille pezzi. Ma qui siamo proprio ai limiti della fantascienza…
Gioie e dolori, alternanza di sentimenti come in tutti i rapporti umani, ancor più forti quelli in seno alla famiglia dove i legami sono così saldi che non si spezzano mai.
Come degna conclusione non potevano mancare i versi di Camillo Sbarbaro, poeta di grande sensibilità meritevole di rinnovata attenzione, forse i più toccanti, sinceri, rasserenanti fra quelli dedicati alla figura paterna:

A mio padre

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi un uomo estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

 

 

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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