La fragilità di noi stessi

Una situazione surreale, l’ambientazione di un futuro che potevamo immaginare solo nei film fantascientifici più riusciti. Il mondo sta attraversando qualcosa di epocale, una fase di incertezza che ci chiude l’orizzonte all’oggi, al qui e ora. Il sistema non era pronto per questo virus, non lo era la sanità, non lo era la comunità e non lo erano le istituzioni. Ma ancor di più non lo eravamo noi.
Questa pandemia ha portato alla luce tutte le nostre fragilità, fisiche ed emotive: siamo malati e malate, “soggetti a rischio” che lottano contro la paura. I comportamenti della popolazione lo sottolineano senza lasciare molti dubbi: accanto a chi si è ammalato o ha perso la vita, ci sono individui in preda a comportamenti irrazionali, eccessivi, ansiosi.
La paura più grande, però, pare non essere il virus o la malattia in sé, bensì qualcosa di più intimo: il vuoto.
Siamo una società di individui vuoti, di ego gonfi di apparenza ma col cuore di burro. Siamo egoisti che hanno bisogno degli altri. La paura più grande, paradossalmente, pare essere quella di noi stessi: abbiamo il terrore degli spazi vuoti, del tempo morto, della noia. Non scappiamo da una parte all’altra del Paese perché ci sentiamo soli, non riempiamo bar e piazze per cercare l’altro ma solo per fuggire da una casa che non siamo mai stati abituati ad arredare, a vivere: la nostra profondità.
Siamo così egoisti da fregarcene del rischio contagio, dei parenti anziani, delle persone fragili e più soggette a patologie. Lo facciamo, paradossalmente, per scappare da quel buco interno che potrebbe aprirsi: noi. Il problema non è stare in casa, quante volte l’abbiamo scelto? Il problema è avere l’ansia di sapere che non si potrà fuggire quando, prima o dopo, arriveranno a bussare la nostra coscienza, la nostra anima, i nostri desideri, i rimorsi, le fragilità. Siamo così pieni di tutto da non avere mai avuto il coraggio di affrontarle. Le riempiamo di persone, di contatti consumati superficialmente, di alcol, di “apparenze”, così da tenerle buone. È un po’ come in quei rapporti in cui sappiamo già che è finita, che l’altro o l’altra, di fatto, non è più accanto a noi. Eppure fingiamo che tutto vada bene perché il solo pensiero di perderlo o perderla ci paralizza, ci toglie il respiro, ci chiude l’orizzonte. È questo l’atteggiamento che abbiamo con noi stessi.
Ma i rapporti, prima o dopo, crollano, le apparenze vengono squarciate dalla vita, perché, per tenere insieme le anime, servono l’amore e la cura.
Dopo la quarantena tornerà il tempo degli abbracci, delle mani che si toccano e della vicinanza fisica ma tutto sarà inevitabilmente cambiato.
E allora speriamo che questo virus ci lasci in eredità la cura per noi stessi, che scavi nella nostra profondità per riempirla di umanità. Solo questo ci permetterà di donare vero amore agli altri e alle altre e, soprattutto, ad una Terra che continuiamo ogni giorno a contagiare col virus dell’indifferenza e dell’odio.

 

 

 

Articolo di Sasy Spinelli

OWVBrE9G.jpegNato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia delle Istituzioni e dei Mercati Finanziari, con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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