Ludopatia, la tela del ragno. Quando il gioco diventa malattia

La Ludopatia – o Gioco D’Azzardo Patologico (GAP) -, secondo la definizione ufficiale data dal manuale diagnostico-terapeutico delle malattie psichiatriche dell’American Psychiatric Association, è un disturbo del controllo degli impulsi, che consiste in un comportamento di gioco persistente, ricorrente e maladattivo che compromette le attività personali, familiari o lavorative. Ma facciamo un passo indietro: in che modo la ludopatia si differenzia dall’originale concetto di ludus? Se vi chiedessero “cos’è per te, il gioco?”, rispondereste semplicemente che il gioco è “qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive” [Enciclopedia Treccani]. O Anche “Un’azione libera, conscia di non essere presa sul serio e situata al di fuori della vita consueta, azione a cui, in sé, non è legato un interesse materiale e che si compie entro uno spazio ed un tempo definiti di proposito, secondo un ordine e delle regole” [Johan Huizinga, linguista olandese]. Il gioco puro e semplice perciò, a cui ci dedichiamo fin da piccoli nel parco vicino casa con gli amici, o quelli che pratichiamo da adulti seduti attorno ad un tavolo, è definito da regole e da capacità. L’unico comune denominatore che lo caratterizza è l’abilità, oltre al puro divertimento che ne consegue. Se invece alla parola gioco si aggiunge il termine azzardo, ecco che il significato cambia considerevolmente. Le sue caratteristiche sono tre: si scommette denaro o un oggetto di valore; la scommessa è irreversibile (cioè, una volta fatta la puntata non è più possibile ritirarla); il risultato del gioco dipende principalmente dal Caso, per il quale è necessario chiarire che tutti gli eventi hanno uguale probabilità di accadere e che non c’è alcuna possibilità di prevederne o influenzarne l’esito. Negli ultimi anni il gioco d’azzardo è divenuto una vera e propria piaga sociale ed è stato necessario l’intervento delle Istituzioni per regolamentare i requisiti di chi può accedere al gioco e in che modo. Gli standard da garantire per far sì che un operatore ottenga la licenza nel suo esercizio sono: l’obbligo della maggiore età del giocatore, limiti sugli importi di gioco per l’online, e chiarezza sulle probabilità di vincita da fornire a chi gioca. Dagli ultimi dati disponibili nel “Libro Blu”, testo che riporta i dati principali sul mercato del gioco d’azzardo legale in Italia, i dati sono preoccupanti: oltre 1,3 milioni di italiani risulta malato patologico di dipendenza da gioco. Solo poco meno del 10% è in cura. Le somme giocate si aggirano attorno ai 101,8 miliardi di euro. È un po’ come se ogni italiano scommettesse 1.780 euro all’anno. Sicuramente oltre ai patologici, c’è un sottobosco di giocatori occasionali (o semplici appassionati), che però potrebbero diventare dipendenti in pochissimo tempo.

Quali sono le caratteristiche patologiche del giocatore d’azzardo?

  • Bisogno impellente di giocare ingenti somme di denaro per soddisfare l’eccitazione desiderata.
  • Grande irrequietezza e irritabilità quando si smette di giocare, il pensiero persistente al gioco che lo porta a pianificare quando potrà giocare di nuovo,
  • Tendenza a giocare quando si sente a disagio all’interno di una situazione.
  • La richiesta di denaro ad amici e parenti per scommettere e continuare ad alimentare la sua dipendenza.

Poco per volta, tutto ciò che lo circonda perde valore, ed è visto come possibile minaccia. Il giocatore d’azzardo patologico è un vero e proprio drogato e come tale fa della bugia un’arma per nascondere la sua dipendenza o per sfuggire ai famigliari. La famiglia, le amicizie e le relazioni vengono viste in maniera distorta, diventando marginali. Questo contribuisce all’isolamento del malato, che parallelamente all’aumento della sua dipendenza, crea vuoto attorno a sé. C’è anche un’altra sfumatura della ludopatia, che riguarda la dipendenza da videogame, considerata dall’Oms una vera e propria malattia mentale. Per poter parlare di malattia mentale ci devono essere delle condizioni specifiche: perdita di controllo sul gioco (in termini di frequenza, durata, intensità); la crescente priorità che viene data a questa attività a discapito di altre attività quotidiane; il continuare a giocare con le stesse modalità nonostante inizino ad esserci dei segnali evidenti di compromissione della salute del giocatore. Si può parlare di malattia mentale però, solo se questo schema di comportamento dura per almeno un anno. Il “gaming disorder”, al pari delle altre modalità di gioco legate alla ludopatia, è di una gravità sufficiente a causare una compromissione significativa nelle aree di funzionamento personali, familiari, sociali, educative, professionali. Una volta individuati i segnali collegabili alla ludopatia, la parte più complicata è proprio aiutare il malato: purtroppo, spesso, il giocatore patologico rifiuta la sua condizione e ignora l’invito di familiari e amici a intraprendere una terapia, fino a quando le perdite economiche e il deterioramento dei rapporti interpersonali non fanno sì che entri in un vicolo cieco da cui si esce soltanto affidandosi a specialisti esperti nel trattamento di questo tipo di dipendenza. La terapia psicologica in alcuni casi (i più gravi), può essere associata ad una farmacologica, e il paziente dovrà comunque essere seguito per un lungo lasso di tempo, prima di poter uscire da quel tunnel nero che si è costruito da solo, fatto di vuoti, credenze sbagliate e solitudine.

 

 

 

Articolo di Elisa Mariella

Foto Vitamine per leggere

Giornalista professionista dal luglio 2016, appassionata e cultrice della lettura e della letteratura in ogni sua sfumatura. Moderatrice presso l’Aurelia Books.

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