Guerra Fredda. Un “cortile di casa” in subbuglio: l’America Latina tra conquiste e repressione (parte I)

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La Dottrina Monroe del 1823 ha segnato la sorte dell’America Latina: «L’America agli Americani», recitava la dichiarazione. In un primo momento questa frase, pronunciata mezzo secolo dopo l’indipendenza degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna e durante le lotte per ottenere quella sudamericana dalla Spagna, intendeva tenere lontane le potenze coloniali europee della Santa Alleanza dagli affari d’oltreoceano; con il passare del tempo però, il messaggio della dottrina cambia di significato e «L’America (tutta) agli Americani (gli Usa)» passa ad indicare il diritto di Washington di difendere a qualunque costo i propri interessi e di trattare i Paesi meridionali come il proprio cortile di casa in nome di una presunta “legittima difesa”. Dunque, a partire dal 1823, gli Stati Uniti non fanno che stabilire, direttamente o indirettamente, chi e come debba governare i Paesi sottomessi e intervenire anche militarmente qualora l’egemonia statunitense venga messa in discussione. L’unico breve periodo che ha visto allentare la repressione di Washington sull’America Latina è stato quello segnato dalla presidenza di Franklin Delano Roosevelt (1933-1945), che sospende le ingerenze negli affari interni degli Stati confinanti in nome di quella che è stata definita «politica di buon vicinato»: impegnati a fronteggiare il nazifascismo su un lato e il socialismo sull’altro, gli Usa non possono tenere conflitti aperti anche con i Paesi più vicini.
Ad accomunare la struttura sociale di tutti gli Stati latinoamericani è la diffusissima povertà e l’abissale divario tra ricchi e poveri. Le immense terre agricole sono in mano a pochi latifondisti, mentre la maggior parte della popolazione che vive nella miseria si concentra nelle favelas delle grandi città, enormi periferie urbane costituite da baracche ricavate con mezzi di fortuna. L’America Latina è costantemente sfruttata dai Paesi industrializzati per produrre beni alimentari (principalmente zucchero, banane e caffè) e materie prime (legname, petrolio e metalli). Ne consegue che anche le principali rivolte contro i Paesi sfruttatori e le loro multinazionali saranno principalmente rivolte agrarie e non operaie.
Anche dal punto di vista politico, l’America Latina, saccheggiata dalle multinazionali e dagli interessi nordamericani, è sempre stata preda di dittature e colpi di Stato. La forma istituzionale più diffusa è il presidenzialismo, ovvero l’elezione diretta di un presidente della repubblica con ampi poteri, che riduce i conflitti non a dibattiti politici ma a semplici rivalità tra diversi leader. Ma fino agli anni Sessanta il suffragio elettorale è rimasto censitario (legato cioè alla ricchezza) e non universale; anche nei casi in cui il suffragio veniva esteso, l’estensione rimaneva comunque subordinata al livello di istruzione, quando l’analfabetismo sfiorava punte del 90% della popolazione sia urbana che rurale. Il sistema politico storicamente più diffuso in America Latina e che è emblematico del continente è il populismo: in assenza dei partiti che in Europa si fanno portatori di diverse culture politiche, il populismo instaura un rapporto diretto tra le masse e una figura carismatica che raccoglie su di sé un vasto consenso lanciando slogan generici e poco chiari, spesso puntando anche sul nazionalismo e sull’orgoglio e concedendo politiche di parziale attenuazione del divario economico in modo da ammansire le fasce sociali più disagiate pur non eliminando mai davvero la povertà. Mentre l’Europa ha sempre assistito a dibattiti parlamentari tra culture politiche divergenti con numerosi ruoli di delega tra potere e popolazione, la gente americana è abituata a confrontarsi con un potere forte e a un rapporto diretto tra massa e leader in cui intermediari come partiti o parlamenti hanno un ruolo marginale. I più significativi esempi di populismo nell’America meridionale sono Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina (in riferimento a questa figura il populismo argentino porta il nome di peronismo), entrambi con aperte e mai celate simpatie verso il fascismo europeo di cui sono contemporanei: sia Vargas che Perón hanno governato in modo rigidamente autoritario con l’appoggio della borghesia e dell’esercito e al tempo stesso con un enorme consenso popolare mai calato per decenni.

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Juan Domingo Perón (a sinistra) e Getulio Vargas (a destra)“

 Con la morte di Lenin in Russia e l’entrata in vigore della dottrina staliniana del «comunismo in un solo Paese», alla situazione latinoamericana è impedito qualunque cambiamento: ogni rivoluzione anticapitalista in Occidente troverà non solo la repressione statunitense ma anche l’ostilità sovietica. Nel 1929 il cubano Julio Antonio Mella viene ucciso da un agente del Comintern a Città del Messico, dove è in cerca di armi e finanziamenti per tentare una rivoluzione a Cuba contro lo sfruttamento che gli Stati Uniti perpetrano sull’isola fin dal 1898, quando è stata cacciata la Spagna. La rivoluzione tentata da Augusto César Sandino in Nicaragua contro la dittatura della famiglia Somoza al servizio degli interessi della multinazionale statunitense United Fruit Company fallisce per il mancato appoggio della III Internazionale e quando nel 1934 Sandino viene assassinato da agenti addestrati e pagati da Washington nessuno reagisce.
Identica sorte tocca a Farabundo Martí in El Salvador.

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Augusto César Sandino
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Farabundo Martí

 Lo stesso Lev Trozkij, già da tempo espulso da Mosca, viene assassinato nel 1940 a Città del Messico per mano di un sicario di Stalin con la tacita copertura del governo locale. Negli anni Trenta e Quaranta il Messico è un contesto molto particolare: approfittando della politica di buon vicinato” portata avanti dal governo Roosevelt, il presidente messicano Lázaro Cárdenas nazionalizza le ferrovie e il petrolio, istituisce una scuola laica pubblica e obbligatoria e vara una riforma agraria con cui viene (solo formalmente) abolito il latifondo per dare spazio a proprietà minori. In questi anni Città del Messico è un ricchissimo polo culturale e sede di numerosi artisti di fama internazionale come Frida Kahlo, Diego Rivera, Rafael Alberti, Tina Modotti, Edward Weston e Álvaro Siqueiros. Il governo Cárdenas è di fatto più vicino all’Urss che agli Usa: oltre a coprire gli omicidi di Trozkij e di Mella il Messico, quando nel 1936 scoppia la guerra di Spagna, è l’unico Stato esterno al Comintern a non rimanere neutrale e a mandare armi e soldi alla Repubblica spagnola per combattere contro Franco.
Nel 1945 Roosevelt muore e viene succeduto da Harry Truman, un uomo spietatamente anticomunista. Con la fine della II guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda, l’anticomunismo diventa la dottrina ufficiale Usa e di conseguenza quella di tutto il continente. È finita la politica di buon vicinato e ricomincia quella del cortile di casa. Nel 1954 in Guatemala, sotto il governo Truman, le truppe locali, addestrate e finanziate dalla Cia, rovesciano il governo democratico di Jácobo Arbenz, responsabile di aver varato una riforma agraria a vantaggio della popolazione contadina che ostacola gli interessi della compagnia multinazionale United Fruit Company.

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Jácobo Arbenz

 Il Paese più colpito dalla linea di Washington è Cuba. L’isola caraibica ricca di canna da zucchero e sfruttata per il turismo sessuale (tanto da essere soprannominata il bordello d’America”), protettorato statunitense fin dalla guerra ispano-americana del 1898, nel 1952 viene affidata al dittatore-fantoccio Fulgencio Batista, il cui unico compito è amministrare lo sfruttamento agricolo e umano dell’isola e reprimere eventuali tentativi di rivolte antiyankee (yankee o yanqui  o gringos è il termine dispregiativo con cui la popolazione latinoamericana ha sempre chiamato gli statunitensi). Con la morte di Stalin nel marzo del 1953 ritornano le speranze rivoluzionarie. A Cuba un primo tentativo di rivolta contro Batista scoppia il 26 luglio dello stesso anno, ma viene repressa dalle truppe locali. Fidel Castro, che ha guidato la rivolta, si reca in esilio in Messico, dove incontra Ernesto Guevara de la Serna. Fidel Castro, cubano, fa riferimento alla tradizione sudamericana dei caudillos e dei libertadores (uomini carismatici che nel secolo precedente hanno guidato la liberazione del Sud del continente dalla Spagna), entusiasmato in particolare dalla figura di José Martí, eroe della guerra ispano-americana (in cui nel 1898 Cuba ottenne l’indipendenza dalla Spagna), non punta ai massimi sistemi ma al riscatto dell’isola dal dominio Usa e soprattutto dalla povertà. Ernesto Guevara, argentino di nascita e cosmopolita di sentimenti, è laureato in medicina ma ha studiato la teoria marxista dell’economia politica e viaggiato per tutta l’America Latina, andando a conoscere di persona le zone e le popolazioni più povere e sfruttate. In generale si può dire che il vasto seguito dato alle figure forti di caudillos e libertadores costituisca una sorta di via latinoamericana alla democrazia e alla liberazione dall’imperalismo.
In Messico nasce ufficialmente un movimento cubano di liberazione, quello che non era riuscito a costruire Julio Antonio Mella nel 1929: ricordando il precedente tentativo di rovesciare il regime di Batista, il movimento prende nome M-26J (che indica la data del 26 luglio 1953). Con poche centinaia di uomini al seguito, Fidel Castro insieme al fratello minore Raul, a Camilo Cienfuegos e ad Ernesto Guevara, noto come «el Che» per il suo accento (che è un tipico intercalare argentino, e la parlata argentina è la più particolare e riconoscibile per chi parla spagnolo), salpano dal Messico a bordo del Granma e sbarcano sulla costa meridionale di Cuba. Tutta la gente delle principali città dell’isola vede in loro la possibilità di scacciare Batista e li accoglie come libertadores. Tantissime persone si uniscono all’insurrezione, che diventa in breve tempo una vera e propria guerriglia, combattuta nei boschi e sui monti e supportata dalla popolazione civile (come la Resistenza partigiana in Europa). Partecipa alla rivoluzione anche un battaglione di donne capeggiato da Celia Sánchez Manduley, futura deputata e prima segretaria del governo rivoluzionario cubano.

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Celia Sánchez Manduley

Batista tenta di rispondere con le armi ma non ha nessun consenso: sfruttamento, miseria, violenze quotidiane, analfabetismo, malattie e altissima mortalità infantile hanno determinato una diffusa ostilità verso il regime. Il 2 gennaio 1959 l’esercito rivoluzionario entra a La Habana, dove il dittatore è fuggito. È la prima Rivoluzione riuscita che vede la luce nel mondo occidentale, peraltro a pochi chilometri dagli Stati Uniti. Poco dopo, in circostanze misteriose, muore Camilo Cienfuegos, una delle figure guida della rivoluzione dei barbudos. Il nuovo governo rivoluzionario inizia subito una campagna di alfabetizzazione delle famiglie contadine con lo slogan «Un pueblo sin cultura es un pueblo fácil de engañar» (Un popolo senza cultura è facile da manipolare). Con Ernesto Guevara al Ministero dell’Economia vengono nazionalizzate le (poche) industrie e le compagnie telefoniche, ed espropriate le terre dei latifondi per distribuirle a cooperative agricole. I cubani ricchi, vedendosi sottrarre i privilegi di cui godevano, fuggono negli Stati Uniti.
Il governo Eisenhower istituisce quello che a Cuba è chiamato «el bloqueo», un embargo commerciale: gli Usa interrompono tutti gli scambi con l’isola e impediscono a tutti gli altri Stati e persino alle organizzazioni umanitarie internazionali di acquistare prodotti cubani, violando così il libero mercato, principio alla base del mondo occidentale. Questo gesto spinge il governo cubano ad avvicinarsi al blocco socialista: tagliata fuori dal mercato occidentale, Cuba è costretta a sopravvivere con gli aiuti sovietici. Il parlamento dell’isola dichiara Cuba Stato socialista, cosa che non rientrava nelle intenzioni originarie della Rivoluzione. Tutti gli aiuti ricevuti vengono investiti nella medicina e nella sanità, facendo di Cuba l’eccellenza ospedaliera d’America. I mezzi d’informazione statunitensi accusano il governo rivoluzionario cubano di violazioni dei diritti umani (quando sono palesi l’ampio uso della pena di morte negli Stati Uniti e la differenza di trattamento che gli Usa riservano alla popolazione bianca e a quella afroamericana o ispanica, per non parlare della totale impunità di cui gode indisturbato il gruppo razzista e violento Ku Klux Klan: lo Stato nato dello sterminio dei pellerossa vuole ora dare lezioni di diritti umani a chi cerca la giustizia sociale).
Nell’aprile del 1961, mercenari cubani addestrati dalla Cia sbarcano presso Playa Girón, una spiaggia nel Sud dell’isola meglio nota in Europa come Baia dei Porci, con l’intenzione di rovesciare il governo rivoluzionario e ripristinare il protettorato statunitense.
Ma l’operazione non ha l’appoggio del neoeletto presidente John Fitzgerald Kennedy in quanto rischiosa, disorganizzata e dannosa per la reputazione statunitense nel continente, e quindi non è supportata da tutto l’esercito: così le forze armate cubane, sotto il comando diretto di Ernesto Guevara e Raul Castro, riescono in breve tempo a fermare l’invasione.

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I partecipanti all’attacco, arrestati  e processati a Cuba, vengono riconosciuti dagli abitanti dell’isola come alcuni dei responsabili della dittatura di Batista. Oltre alla sconfitta militare delle forze imperialiste, la conseguenza diretta dell’attacco è la crescita alle stelle del consenso verso il governo cubano in tutto il continente.
Come risposta all’attacco, il governo cubano concorda con quello sovietico l’installazione di missili nucleari russi sull’isola. Gli Stati Uniti rispondono inasprendo l’embargo con un blocco navale, vietato dal diritto internazionale, per impedire alle navi sovietiche di raggiungere Cuba. Le due superpotenze sono pronte a dar vita a una guerra nucleare.
La crisi dei missili è in assoluto il momento di massima tensione durante la guerra fredda. Dopo una lunga mediazione dell’Onu, Kruscëv ritira i missili da Cuba in cambio dell’impegno di Kennedy a non tentare nuovamente di invadere l’isola e a ritirare a sua volta i missili della Nato installati in Turchia, a ridosso della Cortina di ferro. La rivoluzione cubana è salva, ma ora ha un debito con Mosca, perdendo così gran parte della propria sovranità.
Nel 1965 Ernesto Guevara rinuncia alla carica di ministro e lascia definitivamente Cuba. La sua aspirazione non è fare il politico ma diffondere la rivoluzione nel mondo, «creare due, tre, molti Viet Nam», come dice lui. Va in Africa, dove cerca di far nascere un movimento antimperialista in Congo (indipendente dal 1960 ma preda delle multinazionali) e in Angola, ma manca l’appoggio sovietico e la popolazione tribale è spaccata e non riesce a organizzarsi. Al ritorno in patria (dove per «patria» non si intende Cuba o l’Argentina o qualche altro luogo specifico ma l’intera America Latina) tenta di fomentare un’insurrezione in Bolivia. Ma a Mosca non conviene inasprire ulteriormente il conflitto con la più imponente potenza mondiale: così il partito comunista boliviano nega l’appoggio all’impresa di Guevara, non supportata nemmeno dalla popolazione ignorante rurale e montana della Bolivia. E l’appoggio cubano non può bastare da solo. È proprio una soffiata da parte di una contadina a tradire i guerriglieri, rimasti in poche decine a fronteggiare l’esercito boliviano regolare aiutato dalla Cia. Circondato e ferito, Guevara viene catturato e il 9 ottobre 1967 viene fucilato presso la cittadina di La Higuera, tra le montagne boliviane.
Sbandierando la paura che il comunismo si diffonda nel mondo occidentale, sotto il Presidente Johnson nel 1965 i marines rovesciano il governo democratico di Juan Bosch, nazionalista e antimperialista, nella Repubblica Dominicana.

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Juan Bosch

È il primo intervento armato diretto da dopo la fine della politica di buon vicinato” portata avanti da Roosevelt: in Guatemala e a Cuba l’attacco era stato pilotato dalla Cia ma compiuto da uomini locali. E a fare la differenza è la paura data dal trionfo della rivoluzione cubana e dal fallimento del tentativo controrivoluzionario presso la Baia dei Porci.
Nel 1968 si tiene a Medellín (in Colombia) la Conferenza episcopale latinoamericana, riunione di tutti i vescovi del continente, che vedono da vicino la povertà e hanno posizioni in materia diverse rispetto a quelle della Chiesa di Roma. La Chiesa cattolica vive tra la gente e non può considerarsi estranea ai problemi sociali. Peraltro il Vangelo impone a chi vuole dirsi cristiano di prendere posizione a fianco dei poveri e degli ultimi, degli emarginati e dei bisognosi, non certo dei ricchi e dei governanti. È a partire da questa consapevolezza che nasce la Teologia della Liberazione: parte del clero sudamericano approva e addirittura teorizza il ricorso alla lotta armata per il riscatto dei poveri a partire non da Marx e dai testi classici del socialismo ma dal Vangelo stesso. La frase «Beati gli ultimi» pronunciata da Gesù e scritta nel Nuovo Testamento acquisisce un reale valore politico volto all’azione sociale. I sacerdoti protagonisti di questo movimento sono Gustavo Gutiérrez (Perù), Camilo Torres (Colombia), Helder Camâra e Leonard Boff (Brasile). La Teologia della Liberazione è una delle conseguenze indirette dell’apertura della Chiesa cattolica iniziata con il Concilio Vaticano II, e la sua eco si ripercuoterà anche su alcuni preti e teologi europei.

In copertina “Ernesto Guevara, più noto come el Che

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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