La maestra Ivana

La pietra di marmo bianco posta davanti al loculo della maestra Ivana le si addice molto. Era così, lei: semplice, serena, piena di quel candore che solo una saggezza mite, non sbandierata, può dare. Le nostre strade si erano incontrate nel settembre del 1984, quando avevo iniziato la prima elementare alla scuola Edmondo De Amicis, ultimo baluardo di civiltà urbana prima degli sconfinati campi aperti sulla campagna lodigiana. Un’unica sezione, un bel cortile per giocare, una spaziosa palestra, la mensa in fondo al corridoio e, tutto attorno, verde a perdita d’occhio, fatta eccezione per l’imponente campanile della chiesa di San Gualtiero, col suo orologio in numeri romani a scandire le ore. Noi bambine/i del tempo pieno aspettavamo con ansia i rintocchi ritmati dell’Ave Maria, che anticipavano di un’ora la campanella di fine giornata. La nostra classe, del tutto simile alle altre della scuola del resto, era estremamente varia, composta da alunne ed alunni di ogni condizione familiare e sociale: c’era chi viveva in cascina, chi in case popolari, chi in ville appena firmate dall’architetto di turno, chi, come me, in condominio. A farci da guida in quello che si sarebbe rivelato un grande ed entusiasmante viaggio alle basi del sapere, c’erano due maestre che non esito a definire meravigliose: Ivana Mayocchi, per l’area linguistica, e Rita Rosi, per matematica e scienze. Si rideva tanto, in classe, si stava bene. Eravamo trattati tutti allo stesso modo, senza distinzioni: con attenzione, rigore certamente, ma sempre pieno di un palpabile calore. Imparavamo divertendoci. Poi, una mattina, all’inizio della seconda, la maestra Ivana non si presentò a scuola. E nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Mia madre mi disse che si era svegliata con le caviglie tanto gonfie da non riuscire ad alzarsi e che i dottori stavano cercando di capire quale ne fosse la causa. Arrivò una supplente. Incapace. I genitori andarono dal Direttore, così la maestra Ivana rientrò per un giorno, per la gioia di tutti noi che, ingenuamente, ci eravamo illusi che tutto sarebbe tornato alla normalità. Invece fu l’ultima volta che vedemmo in classe la nostra amata insegnante. Venne nominata una nuova supplente, brava questa volta, e rimase fino alla fine dell’anno. La maestra Ivana, intanto, aveva cominciato la sua lunghissima strada in salita fatta di dialisi, dentro e fuori dall’ospedale. Poi il trapianto, il corpo che si ribella e lotta contro quell’estraneo che gli hanno ficcato dentro e alla fine, per fortuna, si rassegna ad accettarlo. Passano gli anni, io la incontro in città, di tanto in tanto. Non perde mai il suo sorriso dolce, la sua pacata serenità, persino quando mi mostra le vene sclerotizzate, i lividi ovunque. Ivana ha il cuore coraggioso e una intelligenza (cognitiva, emotiva, umana) straordinaria. Suona il violino, legge, fa volontariato, partecipa a molte iniziative culturali, è piena di amiche ed amici, ama passeggiare sul lungo fiume, vicino al quale ha comprato casa molti anni fa. In quella abitazione accoglie anche persone che hanno bisogno di un porto sicuro, di un tetto sulla testa, quando non ce l’hanno. Lo fa così, senza chiedere niente in cambio, con la stessa naturale dolcezza con cui ci accarezzava la testa, quando andavamo alla cattedra a chiederle qualcosa. Una donna grande, maestra fino in fondo, che mi ha insegnato a vivere e ad amare, oltre che a scrivere. Questa, a proposito, è una cosa che merita di essere raccontata. Come ci ha insegnato a scrivere, dico. Una mattina di primavera, dalla cattedra, chiese se qualcuno di noi avesse a casa qualche animaletto che potesse essere trasportato comodamente. Il giorno dopo, sul pavimento della classe, c’erano una tartaruga di terra, una boccia con dentro due pesci rossi e una scatola da scarpe foderata di cicoria che ospitava due lumache raccolte in uno dei tanti campi davanti alla scuola. Osservammo gli animali per gran parte della mattina. Ricordo che la tartaruga, in barba ai pregiudizi che abbiamo su queste affascinanti bestiole dall’aspetto preistorico, schizzava come un razzo sotto i banchi, dietro il calorifero, sotto la cattedra, dietro la lavagna, cercando disperatamente una via di fuga. Alla fine la frustrazione o forse l’agitazione ebbero la meglio e la poverina lasciò una lunga strisciolina bagnata sul pavimento. Sulla parete della classe, da quella mattina e per tutto l’anno scolastico, troneggiarono due lunghe strisce di carta con altrettante scritte rosse a caratteri cubitali che recitavano: Le lumache, nella scatola, mangiano l’insalata e La tartaruga ha fatto la pipì in classe. Altro che metodo sillabico e noiose lezioni sui libri di grammatica! Noi bambini/e della prima A, alunne e alunni della maestra Ivana abbiamo imparato a scrivere così: osservando, traducendo in lettere e parole ciò che avevamo visto, secondo il modello intuitivo e la partecipazione attiva. C’è già tantissimo, in quelle due frasi appese al muro: le sillabe capricciose ca e ga; il plurale in che; apostrofi, accenti, virgole, i tempi verbali…Soprattutto c’è dentro un’esperienza concreta e divertente, fatta insieme dall’intera scolaresca, con la maestra Ivana. Nessuno le ha mai detto che fosse una grandissima pedagogista, ma lo era. Nessuno di noi, forse, ha mai più avuto l’occasione di dirle grazie per averci insegnato con competenza, pazienza e originalità una cosa importante come la letto-scrittura, per averci fatto amare la scuola. Penso, e sono infinitamente grata, alla maestra Rita, che ha continuato da sola e con coraggio nell’impresa di portare avanti lo stile educativo e didattico che in tandem, lei e Ivana, avevano inventato e collaudato. Perché, anche se le maestre arrivate negli anni successivi sono state brave, Rita e Ivana, insieme, erano di un’altra categoria.
Al funerale, qualche settimana fa, la chiesa era stracolma. Non tutti sono riusciti ad entrare, qualcuno si è accontentato di restare sul marciapiede, in silenzio, a dire il suo grazie composto e muto a questa donna piena di bellezza e talento, capace di dare senza risparmiarsi, in mille forme diverse, fino alla fine. Così spesso se ne vanno le grandi anime, senza fanfare, senza applausi, ma lasciando nel cuore di chi le ha incrociate una luce profonda.   

 

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

      

3 commenti

  1. Conosco l’autrice, conoscevo Ivana : un ritratto perfetto,autentico,permeato di affetto sincero e di sapienza pedagogica. Merce rara ai giorni nostri.
    Pennellate delicate,suadenti,convinte com’era lei,come sei tu,piccola amica mia,appassionata intenditrice dell’umano educere.

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  2. Grazie Chiara. Un ricordo splendido. Ho conosciuto Ivana all’Unitre, quando eravamo già felici pensionate, e ci siamo capite al volo. Avevamo ricordi e conoscenze comuni, scelte di vita uguali (lei insegnante alle elementari e io alle medie). Impossibile dimenticarla.

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