Nilde Iotti, delle “Italiane” la numero due

Nella Collana “Italiane” Nilde Iotti, la prima presidente della Camera, è la numero due ma nella consapevolezza collettiva è stata e resterà la numero uno. Perché?
Perché è stata e resta un simbolo, è stata e resta un punto di riferimento per generazioni di donne che hanno costruito l’Italia con lei, dopo di lei.
Quest’anno di Nilde, Leonilde Iotti, si celebrano i cento anni dalla nascita ma la sua vicenda politica sembra fatta di ieri e di oggi tanto attuale resta il suo insegnamento. «Ci siamo incontrate la prima volta all’alba degli anni ’70 del secolo scorso – scrive Luisa Cavaliere, autrice della biografia di Iotti per le “Italiane” -, alla scuola di Partito. La chiusura del corso era affidata a lei, Nilde. Leonilde era il suo nome intero inflittole in ricordo di una zia paterna morta prima che lei nascesse. Deputata da più di vent’anni (continuerà a esserlo per tanti altri ancora), componente della direzione comunista. Una signora non esile che, da ragazza, aveva fatto innamorare Palmiro Togliatti detto da ironici avversari, “il migliore” con un soprannome che alludeva ad un tratto naturalmente…modesto, vivendo una storia d’amore che, riletta, restituisce in tutte le sue pieghe, nelle sue sfumature, lo spessore, la cultura politica, le contraddizioni, le ipocrisie, i silenzi, l’etica, la doppia (qualche volta anche…tripla) morale di quella straordinaria esperienza italiana che è stato il P.C.I. Un vestito di seta blu con minuscoli disegni di colore contrastante, una giacca appoggiata sulle spalle (era d’estate), le scarpe comode senza l’ardire dei tacchi alti, un filo di perle  e una pettinatura perfetta. Quasi una scultura che faceva tutt’uno con la testa. […] Austera, non rinunciava ad accenti retorici che, però, non faceva degenerare in compiacimento. Ricostruiva le tappe della rottura con la Democrazia Cristiana, della inaspettata sconfitta elettorale del 1948, del sofferto rapporto con i cattolici e con le gerarchie ecclesiastiche». Figlia di una lavandaia, Alberta Vezzani, e di un ferroviere e sindacalista socialista, Egidio, Nilde conobbe il sacrificio, l’indigenza e la rettitudine. Sperimentò sulla sua pelle il coraggio delle idee. «La famiglia di Nilde – scrive Luisa Cavaliere – padre e madre uniti solo da un rito civile, e, lei unica figlia nata nel 1920 e battezzata di lì a poco, aveva pagato il duro prezzo del licenziamento del capofamiglia ferroviere per la sua attività sindacale e politica. Una dignitosa povertà sulla quale indugerà spesso nei suoi racconti Nilde, un’austerità feroce come la definì Gianni Corbi nel libro forse più bello scritto sulla Iotti. La famiglia Iotti abitava in un condominio popolare nella periferia di Reggio Emilia con un’unica fontana in cortile dove tutti i giorni in pesanti secchi di ferro si faceva la provvista di acqua. La madre, Alberta Vezzani, lavandaia, spaccalegna, stiratrice, casalinga parsimoniosa, lettrice vorace. La sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, leggeva “I miserabili” o i “Promessi sposi” offrendone una personalissima edizione, modulata con il tono di voce alla figlia e al marito seduti accanto alla stufa. Se i personaggi non le piacevano, saltava le pagine e li censurava alla buona. Da ragazzina Nilde si iscrisse all’Azione Cattolica e si tesserò all’Opera Nazionale Balilla indossando la camicia nera solo nelle grandi occasioni civili e religiose e sempre sfuggendo al controllo paterno. A difenderla dal freddo emiliano, un cappotto rivoltato del padre. Diplomata, si iscrisse all’Università Cattolica di Milano, severa creatura di padre Gemelli, grazie ad un’avarissima borsa di studio delle Ferrovie dello Stato. Anni di fatica e studio, di lezioni private, di sacrifici e determinazione con cinque lire per mangiare in una latteria due uova o, a scelta, un piatto di riso al burro. Infine la laurea e, subito, il lavoro in un
istituto tecnico alle porte della città. Poi l’incontro con l’opposizione clandestina mentre il Paese si disgregava e il nazi-fascismo viveva la sua ultima terribile stagione. Il discorso di Togliatti alla radio che annunciava la disponibilità dei comunisti a partecipare a un governo con l’obiettivo primario e condiviso di liberare il Paese. Badoglio era stato riconosciuto da Stalin e questo era il mai accertato retroscena della capriola strategica del “migliore” che convinse, a suo dire, Nilde a ribellarsi e a partecipare alla lotta partigiana. Indumenti, viveri, documenti, notizie, ordini: le staffette garantivano collegamenti e sostentamenti a quella resistenza che a Reggio, come in tante altre parti, non fu un giro di valzer. Poi, a guerra finita l’elezione a marzo del ’46 a consigliera comunale e a giugno nell’Assemblea Costituente. Questa è Nilde, la ragazza emiliana che arriva a Roma a ventisei anni per scrivere la Costituzione. Avrà un appannaggio mensile di 25 mila lire e tanti privilegi ai quali dopo un iniziale disagio si abituerà. Ad ospitarla una pensioncina modesta dalle parti del Pantheon. Una vita austera molto diversa da quella di Palmiro che si snoda, soprattutto la sera tra Campo dei fiori e la via Flaminia. Trattorie e compagnie intellettuali non solo maschili e non sempre caste». Della storia pubblica e privata della donna che contribuì a fare l’Italia repubblicana tanto è stato scritto, di lei tanto sappiamo. Fece notizia e scalpore la sua storia d’amore con Palmiro Togliatti, segretario nazionale del Pci, sposato con Rita Montagnana, anche lei deputata e madre costituente, di 27 anni più grande di lei; fece notizia l’adozione di Marisa Malagoli, sorella minore di uno dei sei operai uccisi da agenti della Celere il 9 gennaio 1950, a Modena, nel corso di una manifestazione operaia. Nella collana “Italiane”, edita da Pacini Fazzi di Lucca, da me diretta, la Presidente per antonomasia vive attraverso i ricordi diretti di Luisa che al partito comunista ha dato parte della sua vita. «A casa – diceva Nilde – si parlava d’altro, si ascoltava musica, si aiutava la bambina a fare i compiti, si cenava con gli amici più cari, si leggeva. Così Nilde Iotti descriveva la sua vita familiare con Togliatti e la figlia Marisa. Un tranquillo interno piccolo borghese lontano dalle tempeste della politica che soffiavano spesso violente su quella coppia di comunisti diversi, molto diversi, dall’immagine di divoratori di bambini che una malefica propaganda disegnava. Erano finalmente sotto lo stesso tetto in una villa nel quartiere di Montesacro uniti da un amore che aveva suscitato scandalo, ostilità e pettegolezzi. Non c’era il divorzio e lui non poteva sciogliere l’indissolubile matrimonio che lo legava alla sua prima (e, poi per sempre) unica moglie legittima. Nilde, invece, che era nata quando lui aveva 27 anni, viveva il grande amore della sua vita con il compagno, potentissimo segretario del P.C.I. che ne seguirà la “progressione”. Così lei, graziosamente, chiamava la sua inarrestabile lineare carriera censurandone competizione, inimicizia, desiderio di primeggiare e di non indulgere all’avversario che pure ci furono». Una carriera politica intensa, testimone e protagonista di una stagione che resterà di esempio per tutte, Nilde fu eletta presidente della Camera per tre legislature tra il 1979 e il 1992: «Io stessa – così disse nel suo Discorso di insediamento alla Presidenza della Camera – non ve lo nascondo, vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione». Il 18 novembre 1999 rinunciò a tutti gli incarichi politici e istituzionali perché gravemente malata. Morì a Roma, pochi giorni dopo le sue dimissioni, il 4 dicembre 1999, per un infarto. I funerali di Stato, con rito civile, videro una partecipazione straordinaria di gente. Le sue spoglie mortali sono sepolte nel cimitero del Verano. Di Nilde restano per sempre le azioni, le scelte, gli insegnamenti; restano le idee, le parole coerenti, i gesti pacati e incisivi. Di Nilde Iotti resta il ricordo imperituro di una donna che ha attraversato un secolo, tra tutti quelli passati il più veloce e il più difficile, indossando il coraggio delle idee e la coerenza delle scelte. 

Luisa Cavaliere, Nilde Iotti, Collana “Italiane”, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2016

 

 

 

Articolo di Nadia Verdile

nnlP8zSiNadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

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