Storia di uno sbarco di aquile

«Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Lo straniero dimorante tra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio». (Lv 19, 33-34). La mattina del 7 marzo 1991, come di consueto, mi preparai per recarmi a scuola, avevo 17 anni e frequentavo il terzo anno dell’Istituto Tecnico Commerciale “O. Flacco” di Brindisi. Scesi da casa con l’obiettivo di incontrare Rosanna, la mia amica; non prendevamo i mezzi pubblici, né potevano accompagnarci i nostri genitori, facevamo una lunga camminata verso la scuola e intanto ci raccontavamo la vita, i nostri primi amori, i programmi televisivi che avevamo visto la sera prima, ripassavamo le materie. Ma quella mattina sarebbe stata diversa. E da quella mattina la vita dei cittadini e delle cittadine di Brindisi sarebbe stata diversa.
Messo il naso fuori dal portone del palazzo mi resi conto che per le strade camminavano centinaia di uomini e donne, ragazzi e ragazze che sembravano venuti da un altro pianeta. Quel pianeta si chiama Albania (in albanese Shqipëria, il Paese delle Aquile), un piccolo Stato dei Balcani dall’altra parte della Puglia che noi vedevamo da lontano come un miraggio dalle spiagge, in estate, quando il cielo era limpido e senza foschia. L’Albania la conoscevo attraverso i racconti di mio nonno che c’era stato durante la guerra e aveva mantenuto l’immagine di un Paese bellissimo, ancora selvaggio, con una natura incontaminata. Il periodo storico era un po’ particolare, era da poco caduto il muro di Berlino (1989) e, ad effetto domino, in Europa dell’Est stavano cadendo piano piano tutti i regimi comunisti. Tutto però era così lontano da noi, da ragazze di 17 anni che vedevano chiudere il libro di storia alla Seconda guerra mondiale.
Ma quella volta, la realtà di quella gente in fuga, disorientata e senza niente con sé se non la propria voglia di cambiare vita e di lasciare alle spalle gli anni della crisi politica ed economica, si presentava come un pugno nello stomaco e ci interpellava fortemente. Ricordo che io e la mia amica camminavamo incredule, un po’ spaesate perché mai avevamo visto lo “straniero”. Come noi tutta la città di Brindisi apparve spiazzata, abituata da sempre a vedere solo i turisti di passaggio, in partenza per la Grecia o la Turchia. Una sensazione forte alla quale la città reagì prontamente, mobilitandosi subito con le proprie forze a disposizione, non avendo tutto l’apparato organizzativo che esiste ora per gestire le emergenze nazionali; l’accoglienza venne organizzata dalla società civile, dalla Chiesa con le parrocchie e la Caritas diocesana, dalle associazioni di volontariato, dalle forze dell’ordine e da comuni cittadini e cittadine. La gente usciva dalle proprie case per donare ai nuovi arrivati cibo e vestiario ma anche per accogliere in casa ragazzi soli, senza genitori, e famiglie intere. Furono chiuse molte scuole per dare spazio ai posti letto, le parrocchie e la Caritas predisposero la distribuzione dei pasti. Molti giovani come me abbandonarono la scuola per un paio di settimane per prestare la propria opera di volontariato. Si andava in giro per la città a fornire supporto agli altri volontari e ad assistere i migranti, a pulire gli spazi occupati, a distribuire vestiario e cibo, a giocare con i ragazzi a calcio nel cortile della chiesa.
Il fatto che ci colpì immediatamente fu che il popolo albanese conosceva la lingua italiana, l’aveva appresa guardando ogni giorno i programmi della televisione italiana e l’Italia avevano imparato a conoscerla attraverso il filtro patinato del tubo catodico. Ivano Fossati nella canzone Pane e coraggio esprime bene l’immaginario e la situazione di questa povera gente: «proprio sul filo della frontiera il commissario ci fa fermare/ su quella barca troppo piena non ci potrà più rimandare/ su quella barca troppo piena non ci possiamo ritornare/ e sì che l’Italia sembrava un sogno steso per lungo ad asciugare/ sembrava una donna fin troppo bella che stesse lì per farsi amare/ e noi cambiavamo molto in fretta il nostro sogno in illusione/ incoraggiati dalla bellezza vista per televisione/ disorientati dalla miseria e da un po’ di televisione».
Grazie alla loro conoscenza della lingua italiana fu facile entrare in relazione con le persone e ascoltare il loro racconto. Tanti uomini e tante donne erano laureati e laureate e possedevano un livello culturale abbastanza alto ma erano ben consapevoli che in Italia avrebbero dovuto ricominciare daccapo. Ricordo Ingrid, un ragazzo dagli occhi verdi, laureato in ingegneria che fu accolto in una famiglia brindisina come un figlio. Ricordo Leon, Valona (molte donne si chiamavano così come una delle città dell’Albania) ma anche Ada, una giovane laureanda, che nelle ore notturne si occupava di mia nonna da poco rimasta vedova e che approfittava del tempo a disposizione per studiare. Dopo quasi trent’anni il ricordo dei loro volti è sfocato ma non potrò mai dimenticare la speranza, la voglia di essere liberi presenti nei loro occhi profondi come il mare che avevano attraversato, stipati uno addosso all’altro ad occupare ogni angolo della nave.
Dopo quella situazione di emergenza e dopo gli altri sbarchi avvenuti a Bari nei mesi successivi (agosto 1991), molti albanesi raggiunsero altre regioni italiane e anche altri Paesi europei ma buona parte rimase nella mia città, cominciò a lavorare, a mettere su famiglia, a vivere una vita da cittadini e cittadine liberi. Ad oggi, la popolazione in Italia conta circa 400.00 albanesi (pari all’11% del totale dei cittadini non comunitari), quanto una città come Bologna e credo che, sostanzialmente, ognuno di noi abbia conosciuto almeno un albanese nella sua vita.
È evidente dalla storia passata e recente che l’Albania, nel bene e nel male, è una terra legata fortemente all’Italia. Il Paese delle Aquile è una Repubblica Parlamentare. Abitata nell’antichità da genti di stirpe illirica, fu dominio romano, poi nel sec. V bizantino. Nel XIII secolo fu occupata dagli Angioini di Napoli, e poi dai Veneziani. Nel XV secolo venne sottomessa dai Turchi nonostante la grande resistenza di Skanderberg (1444-67) e parte della popolazione migrò in Puglia, Calabria, Sicilia. Conseguita l’indipendenza nel 1913, fu governata dal principe tedesco Guglielmo di Wied, quindi, nella Prima guerra mondiale, sottoposta al protettorato dell’Italia. Tornò all’indipendenza alla fine del conflitto e nel 1920 fu ammessa alle Società delle Nazioni, come Repubblica. L’allora Presidente Zogu, esponente dell’oligarchia agraria conservatrice, si proclamò re, instaurando un regime dittatoriale sotto la tutela italiana. Nel 1939 Mussolini occupò il Paese. Coinvolta perciò nella guerra e invasa dai tedeschi nel 1943, l’Albania fu teatro di una lunga lotta di liberazione guidata dal comunista Enver Hoxha, che ristabilì l’indipendenza con l’aiuto dei sovietici nel 1944. La politica di ortodossia comunista, xenofoba e ateista, proseguì fino alla morte di Hoxha nel 1985. Sotto Ramiz Alia si avviò tra il 1989 e il 1992 il complicato processo di rinnovamento politico che travolse lo stesso regime comunista e portò alla democrazia multipartitica. Le persistenti difficoltà economiche causarono l’emigrazione di massa del mio racconto.
Nei primi anni Novanta l’Italia è stata importantissima per l’Albania, non solo perché ha accolto migliaia di persone, ma anche per gli aiuti economici e gli scambi commerciali. Nel periodo successivo al crollo del Partito comunista, l’Albania è stata descritta dai mass media come un Paese in ripresa, dove è avvenuto una sorta di miracolo economico, grazie anche agli investimenti esteri. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso, però, le condizioni di vita pare siano ancora molto difficili, la disoccupazione è altissima, i giovani continuano a lasciare la loro terra in maniera massiccia, gli stipendi medi oscillano tra i 200 e i 300 euro,  la corruzione è ancora forte e la libertà di stampa non è garantita. Il Primo Ministro Edi Rama, segretario del Partito socialista, è salito al potere, grazie al vuoto politico lasciato dalla destra e dalla sinistra il cui massimo esponente, Sali Berisha, è stato Presidente della Repubblica dal 1992 al 1997 e poi Primo Ministro dal 2005 al 2013.
Sono passati molti anni da quel 7 marzo, da quando tutto mi era sconosciuto eppure, nonostante la vicinanza geografica e sociale, nonostante la storia italiana e albanese siano fortemente intrecciate, mi sembra di non conoscere affatto il vero volto di questo Paese.
Una conoscenza sempre difficile da approfondire, figlia dei veti o dell’intimità che questo popolo continua a conservare. Come docente ho avuto delle alunne di origine albanese, mi hanno raccontato dei loro viaggi estivi in Albania per andare a trovare i parenti (per lo più nonni) rimasti lì; parlavano perfettamente la lingua e conoscevano le storie dei loro genitori ma ho sempre avuto l’impressione che mostrassero reticenza, quasi vergogna, nel parlare dello sbarco dei loro cari. Avrei voluto raccontare bene loro quello che ho percepito dalla generazione dei loro genitori, dire loro che il popolo albanese, così come si aggrappava alle navi con tanta speranza, afferrava la propria vita con lo stesso vigore dell’aquila che lo rappresenta.
Quando vedo in tv le immagini delle persone che sui barconi arrivano dall’Africa, o dei rifugiati che dalla Siria bussano alle porte dell’Europa, non posso non pensare a quello che ho vissuto poco più che adolescente nella mia città: all’accoglienza, all’ospitalità che i miei concittadini e concittadine hanno dato a quegli uomini e quelle donne che hanno messo in discussione le nostre sicurezze. Il genere umano ha sempre avvertito l’esigenza di spostarsi e, se così non fosse stato, non si sarebbe mai sviluppato in tutta la sua ricchezza e diversità fisica e culturale. Grazie alle nuove indagini antropologiche sul Dna è stato possibile stabilire che l’origine dell’Homo Sapiens Sapiens è da collocarsi nell’Africa centro-sud orientale da cui emigrò, circa 100.000 anni fa, passando prima in Medio Oriente e poi in Europa e in Asia, per raggiungere il continente australe e le Americhe.
«Popoli e civiltà hanno sempre avuto esperienza dello straniero di chi per nascita, lingua, cultura, colore della pelle, religione o altro, restava estraneo, cioè extra, fuori al di là degli usi e costumi del gruppo di appartenenza. Tra le grandi letterature che le culture hanno prodotto e tramandato, quella ebraica, presenta, oggettivandosi nell’antico Testamento, con linguaggio narrativo e sapienziale, una visione del mondo e del reale incentrata intorno allo straniero… ciò che vale per lo straniero vale ugualmente per «l’orfano» e la «vedova», le categorie con le quali il profetismo riproduce e attualizza la logica d’Israele straniero in Egitto»(teologo Carmine di Sante).
In questi giorni, in occasione del ventinovesimo anniversario, sui social network, molti albanesi hanno ringraziato i brindisini e le brindisine che li hanno accolti e ospitati, definendoli “i nostri angeli”. Penso alle parole del filosofo Lévinas quando dice: «”Non uccidere” significa fa’ di tutto perché l’altro viva…». Quel 7 marzo 1991 la popolazione di Brindisi ha provato nel suo piccolo a ridare dignità alla vita di tante persone.  

 

 

 

Articolo di Erica Leuci

Foto Erica Leuci.200x200

Si definisce una brindisina brianzola: in passato è stata educatrice in un servizio di educativa domiciliare per il Comune di Brindisi e in una comunità per donne che avevano subito violenza a Brugherio. Attualmente è docente di Scienze Umane a Melegnano. Ama l’arte, la musica e la lettura e nella sua scuola si occupa dei temi della parità di genere.

 

Un commento

  1. Tanto tanto bello. Fa andare indietro con la memoria a momenti di storia pugliese indimenticabili, che molto hanno segnato le nostre adolescenze

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