Cora Coralina, poeta e pasticciera

Qualche anno fa Mondadori pubblicò un libro dal titolo Storie della buonanotte per bambine ribelli: 100 vite di donne straordinarie. Era un testo consigliato per le bambine in sostituzione delle fiabe in cui le principesse aspettano di essere risvegliate dai principi. Secondo il giudizio dell’“Huffington Post” «queste favole sostituiscono le principesse con donne che hanno cambiato il mondo». Riflettendo per un momento mi sono resa conto che raccontare un altro tipo di storia tra uomo e donna significa educare entrambi i generi a uscire fuori da schemi e stereotipi che un certo tipo di educazione inculca fin da bambini. Insegnando in un istituto tecnico frequentato quasi solo da maschi ho pensato di fare un piccolo esperimento. Ho portato il libro in classe ed ho chiesto di aprirlo a caso e, prendendo spunto dalla donna che la sorte aveva scelto, studiarne la biografia e farsi ispirare da quella storia poiché, ad oggi, nei manuali di letteratura le donne sembrano quasi inesistenti, quasi non avessero mai pensato o scritto nulla. Cosi tra scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, anche io ho fatto lo stesso esercizio e, coincidenza, mi imbatto nella storia di Cora Coralina la poeta pasticciera che adesso vi racconto.
«C’era una volta, in una casa costruita su un ponte, una bambina che sapeva di essere una poeta. Si chiamava Cora. La sua famiglia però non la pensava come lei. Non voleva che leggesse e non volle mandarla alle scuole superiori. Pensava che il suo compito fosse di trovarsi un buon marito e mettere su famiglia. Quando la bambina crebbe, si innamorò di un uomo e lo sposò. Marito e moglie si trasferirono in una grande città ed ebbero quattro figli. Cora fece ogni genere di lavoro per riuscire a mandarli tutti a scuola. La sua era una vita molto piena, ma non dimenticò di essere una poeta».
Cora Coralina, pseudonimo di Ana Lins dos Guimarães Peixoto Bretas, nacque il 20 agosto del 1889 ed è considerata una delle più grandi scrittrici brasiliane del XX secolo. Ma come ha fatto una bambina povera, con pochi mezzi per studiare, a fare di sé stessa quello che lei sapeva di essere, cioè una poeta? Ce lo dice lei stessa con i suoi versi: «sono colei che ha scalato la montagna della vita, rimuovendo i sassi e piantando fiori».
Intorno ai sessant’anni Cora rimase vedova e con i figli ormai grandi decise di ritornare a vivere nella sua casa sul ponte e avendo sempre bisogno di soldi preparava e vendeva i suoi dolci sicché la sua casa profumava di versi, torte alla cannella, biscotti e crostate. La poesia di Cora Coralina è di una struggente semplicità, buona come il pane, dolce come una carezza, sapiente come sanno essere le donne silenziose e con la vista aguzza dell’anima:

«Non lasciarti distruggere…
Aggiungi nuove pietre
E costruisci nuove poesie.
Reinventa la tua vita sempre, sempre.
Rimuovi pietre e piante di rose e fai dolci. Ricomincia.
Fai della tua vita meschina
Un poema.
E vivrai nel cuore dei giovani
E nella memoria delle generazioni che verranno.
Questa fonte è per l’uso di tutti gli assetati.
Prendi la tua parte.
Avvicinati a queste pagine
E non impedirne l’uso
A quelli che hanno sete».

Pubblicò il suo primo libro Poemas dos Becos de Goiás e Estórias Mais a 75 anni dopo aver vinto premi e medaglie ed essere stata definita, in una lettera, da Carlos Drummond de Andrade “moneta d’oro”.
«Mia cara amica Cora Coralina, scrive De Andrade, il tuo Vintem de Cobre è, per me, moneta d’oro e di un oro che non soffre le oscillazioni di mercato. È una poesia delle più comunicative e dirette che abbia mai letto ed amato. Che ricchezza di esperienza umana, che sensibilità speciale e che lirismo identificato con fonti di vita! Aninha oggi non è solo nostro. È patrimonio di tutti noi che siamo nati in Brasile e amiamo la poesia».
I giornalisti che andavano a trovarla restavano incantati da questa anziana signora che, preparando prelibatezze, discuteva di poesia. Nelle foto che, facilmente, si possono trovare in rete, si osserva una donna riservata abitare una casa modesta, in una cucina popolata da stoviglie antiche, con la testa china a mescolare il contenuto di un grande pentolone di rame oppure seduta su una sedia impagliata ticchettare su una macchina da scrivere.
La storia e la poesia di Cora stupiscono per l’assoluta mancanza di intellettualismo e per una inclinazione naturale di essere dentro la vita e saperla trascrivere con tutti i suoi ingredienti, proprio come quando si prepara un piatto in cucina. Scrive in Umiltà:

«Signore, fa’ in modo che accetti
La mia povertà come ho fatto sempre.
Che non risenta di ciò che non ho.
Che non mi lamenti di ciò che avrei potuto avere
E si è perso lungo cammini errati
E non è ritornato mai più.
Fa’ in modo, Signore, che la mia umiltà
Sia come la pioggia desiderata
Che cade leggera
Su una terra assetata
E su un vecchio tetto.
Che possa ringraziarti,
Per il mio letto stretto,
Per le mie cosine povere,
Per la mia casa di terra,
Di pietre e di tavole sopraelevate.
E che possa avere sempre un fascio di legna
Sotto il mio camino d’ argilla,
E che possa accendere, io stessa,
Il fuoco allegro della mia casa
Nella mattina di un nuovo giorno che inizia».

Questa donna non ha mai rimpianto i giorni, le cose mai avute o perse, ha farcito la vita di una crema squisita e di sillabe affinché «sia intensa, Vera, pura…Fino a quando dura».
In questo periodo di emergenza sanitaria, i versi di Cora Coralina ci esortano e ci aiutano ad abitare il tempo in maniera nuova, a trovare soluzioni creative, a togliere sabbia dagli occhi perché la vita esiste e continua sempre, a prescindere da noi.
A volte diamo tutto per scontato. La scuola, gli affetti, la nostra quotidianità senza renderci conto che essa è un privilegio fragile e sempre da conquistare. Tutto può cambiare e non è certo di poter trovare ogni cosa al suo posto esattamente così come è nostra abitudine.
Questo tempo ci consegna il privilegio della lentezza. Riflettiamoci. Siamo pressati/e ogni giorno da tanti impegni e talvolta vorremmo duplicare le giornate ed essere in più luoghi. Poi accade che tutto rallenta indipendentemente dalla nostra volontà. E allora che si fa? Nulla. Si aspetta che l’acqua torni limpida. Nel frattempo si possono affinare i sensi e fare cose a cui non si pensa, imparare ad osservare ciò che non si vede pur avendolo sotto gli occhi, si può guardare il mare, leggere un libro, fare gesti di gentilezza, ripensare ai propri obiettivi e priorità. Chi saprà fare di questa pausa una risorsa e una risonanza troverà grandi stimoli.
Dice di sé stessa la poeta brasiliana: «L’importante è seminare, produrre milioni di sorrisi di solidarietà e amicizia. Cerco di seminare ottimismo e piantare semi di pace e giustizia. Dico quello che penso, con speranza. Penso a quello che faccio con fede. Faccio quello che devo fare, con amore. Mi sforzo di essere ogni giorno migliore, poiché anche la bontà si apprende».
Che sia di buon auspicio per tutti!

 

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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