Dal giorno all’anno di Dante

Il 25 marzo si sarebbe dovuta celebrare – secondo le intenzioni del ministro Franceschini e le istituzioni partner – una data importantissima per la nostra cultura: l’inizio del viaggio di Dante nell’Aldilà. Questa giornata, detta “Dantedì”, è invece passata sotto silenzio perché manifestazioni ed eventi sono stati limitati alla Toscana, per non dire alla sola Firenze, e sono stati diffusi solo on-line, per ovvi motivi. Ma noi vogliamo riprendere il discorso, anticipando quelle che – speriamo – saranno degne celebrazioni l’anno prossimo per la morte del poeta avvenuta a Ravenna il 14 settembre 1321.
Ma perché proprio il 25 marzo? Perché corrisponde, anche se in modo un po’ approssimativo, all’equinozio di primavera sotto la costellazione dell’Ariete, giorno in cui – all’alba – Dante si trova nella selva oscura e inizia il suo percorso di purificazione. Secondo altre teorie, il viaggio – che dura sette giorni – inizia fra il 7 e l’8 aprile (Venerdì santo) per concludersi il 13 dell’anno 1300 in cui si celebrò il primo Giubileo, l’anno santo in cui i fedeli possono ottenere il perdono per i propri peccati.

Quando si affrontano personaggi e opere che tutti e tutte pensano di conoscere, è facile cadere nella banalità, ma è poi comune riscontrare che tanti ricordi sono confusi, scolastici, parziali e imprecisi. Mi limiterò ad alcuni aspetti relativi alla Commedia dantesca, tralasciando gli altri scritti. Intanto vorrei ricordare che Dante, a differenza di Petrarca, utilizza una pluralità di stili e di lessico che vanno dal basso al sublime, adeguati alla materia trattata, ecco perché l’opera è chiamata “commedia”: si inizia nel dolore e si finisce nella gioia (l’aggettivo “divina”-come si sa- fu attribuito da altri e compare per la prima volta in una edizione cinquecentesca).
Qualche esempio: «ed elli avea del cul fatto trombetta» (c. XXI Inf.), «se fossi morto/anzi che tu lasciassi il “pappo” e ‘l “dindi”» (c. XI Purg.), «lascia pur grattar dov’è la rogna »(c. XVII Par.), «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende/ prese costui della bella persona/che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.» (c.V Inf.), «Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto/di bella verità m’avea scoverto,/provando e riprovando, il dolce aspetto» (sole= Beatrice- c. III Par.), «In te misericordia, in te pietate,/in te magnificenza, in te s’aduna/ quantunque in creatura è di bontate» (esaltazione della Vergine-c. XXXIII Par.).

Dante da uomo del suo tempo utilizza una serie di simboli, allora evidenti: mi riferisco in particolare alla numerologia. Tre sono le cantiche e i regni ultraterreni (con i multipli: 99 sono infatti i canti a cui si somma il primo, arrivando a 100, e nove sono i Cieli) ma il tre rappresenta soprattutto la Trinità e le virtù teologali, e poi saranno tre le fiere (lonza, leone, lupa) a spaventare il poeta, all’inizio del cammino. Il metro scelto è l’endecasillabo in terzine incatenate, dette dantesche, e ogni verso finisce con una rima piana, tranne rarissime eccezioni. Il 10 rappresenta i comandamenti e il 7 la settimana della Creazione e i vizi capitali, su cui si basano le colpe e le pene. Sappiamo che Dante ha una missione che si svolge sì in una dimensione allegorica, ma il viaggio viene compiuto con il corpo, non solo con lo spirito: è un dono praticamente unico quello che gli viene concesso, per redimere sé stesso e l’umanità, dato prima di lui solo a Enea e a San Paolo, entrambi con un nobile compito da assolvere. Dante, di volta in volta, inciampa, piange, cade, sviene, si sporca il volto, infatti per entrare nel regno successivo all’Inferno si deve lavare, simbolicamente ma anche concretamente. Le sue guide sono Virgilio, il maestro di sapienza, e poi Beatrice, quando al poeta pagano non potrà essere più dato accesso. Sarà Beatrice a condurlo al cospetto di Dio, attraverso la forza del suo sguardo, e lì Dante avrà di fronte altre due donne: la Madonna e santa Lucia, che completano quel trittico di protettrici celesti. La visione divina non può tuttavia essere riferita perché supera i limiti umani della parola e della poesia, quindi l’opera si conclude con la stessa parola (stelle) con cui si erano concluse le due cantiche precedenti.

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Pistoia. Foto di Laura Candiani
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Santa Teresa di Gallura (SS). Foto di Laura Candiani

Ma perché la Commedia è sempre così attuale e straordinariamente moderna? Io l’ho insegnata per tanti e tanti anni, in un istituto tecnico, e ho sempre riscontrato un interesse vivo nelle mie classi, forse perché leggevo passi e li commentavo con grande partecipazione, ma forse perché si riuscivano a percepire la vena polemica, la critica, i continui riferimenti alla sua epoca e alla sua condizione di esule, la forza dei personaggi, grandiosi nel male come nel bene. Non si dimenticano Caron dimonio, il traghettatore, e poi Ulisse, Farinata, Ugolino, divenuti rispettivamente simbolo della voglia di conoscenza, del rispetto verso il nemico, del dolore straziante dell’ingiustizia. Come non si dimenticheranno mai i due amanti, uniti nella morte come lo furono in vita: Paolo e Francesca (ricorderete che solo Francesca parla, mentre Paolo -lì vicino mentre il loro eterno volo, per poco, si placa- sta piangendo). Dante talvolta sa essere spietato (come nell’immaginare le terribili pene), ma più spesso, anche nell’Inferno, cede alla umana pietà, non per nulla nel procedere verso il fondo della voragine si inizia con i lussuriosi per arrivare ai più colpevoli di tutti: i traditori. E nelle sue tre bocche chi viene divorato da Lucifero? Giuda, Bruto, Cassio, i più ripugnanti fra i peccatori perché hanno tradito il loro amico e benefattore. Non è vero poi che solo l’Inferno meriti maggiore attenzione, in realtà momenti straordinari e incontri indimenticabili si trovano anche nel Purgatorio: provate a rileggere l’inizio, con la metafora della navicella, e poi i primi tre bellissimi canti, con Catone, Casella, Manfredi, uno dei personaggi più commoventi: biondo, bello, di gentile aspetto, grande peccatore, oltraggiato dopo la morte dagli ecclesiastici del tempo, ma perdonato e accolto fra le «gran braccia» della «bontà infinita» di Dio. E poi Sordello e Oderisi da Gubbio, mentre tornano ripetutamente i temi della poesia, della musica e dell’arte, immortali ma al tempo stesso effimere e caduche. Non si dimentica la figura di Pia de’ Tolomei nonostante sia tratteggiata in soli sei versi: «Deh, quando tu sarai tornato al mondo,/e riposato della lunga via-/seguitò il terzo spirito al secondo,- /ricorditi di me che son la Pia:/Siena mi fe’; disfecemi Maremma:/ salsi colui che ‘nnanellata pria,/ disposando m’avea con la sua gemma.» Con l’amico Forese Donati si tocca forse il vertice della partecipazione umana: questa figura rimanda ad altre due, il fratello Corso, meritatamente all’Inferno, e la sublime sorella Piccarda, che infatti Dante vedrà in Paradiso. Ma soprattutto serve a Dante per rievocare il periodo dello Stil novo e puntualizzare la sua poetica:«I’ mi son un, che quando/Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’e’ ditta dentro vo significando».
Il Paradiso, è vero, ha un’atmosfera rarefatta, luminosa, tutta spiritualità e musica celeste, tuttavia anche qui si incontrano figure grandiose, prima fra tutte metterei quella Piccarda di cui Forese chiedeva notizie. Nel terzo canto, dominato dalla Luna, sono le anime che hanno mancato ai voti, ma l’essere apparentemente più lontane da Dio non vuol dire non godere della giusta beatitudine, che è infatti proporzionata ai meriti («E ‘n la sua volontade è nostra pace») e Piccarda non può avere parole di rammarico o di risentimento: come il Manzoni -secoli dopo- scriverà di Gertrude: «La sventurata rispose», Dante fa dire alla dolce creatura, costretta con la forza a lasciare il chiostro: «Iddio si sa qual poi mia vita fusi». La grande arte non sempre ha bisogno di parole, e alludere alla sofferenza lascia spazio all’immaginazione di chi legge.
Significativi i due canti in cui gli ordini mendicanti si scambiano le lodi rispettive del loro fondatore: san Tommaso (c.XI) tesse l’elogio bellissimo di san Francesco, mentre Bonaventura da Bagnoregio riepiloga la vita e le virtù di san Domenico. Il culmine della cantica tuttavia arriva con i canti XV-XVII in cui Dante incontra il suo avo Cacciaguida, beato in eterno perché morto in Terrasanta durante una crociata. Con un poetare estremamente colto, con un lessico raffinato e latineggiante, con metafore e paragoni si arriva alla descrizione dell’epoca felice in cui Firenze viveva nella pace e nell’armonia, quando Cacciaguida fu battezzato «nell’antico vostro Battistero» (lo splendido edificio altrove definito «il mio bel San Giovanni»). E poi arriva il climax nel momento in cui viene profetizzato l’esilio (che Dante ovviamente già conosceva, trovandosi lontano dalla sua patria, a rischio della vita se vi fosse tornato): «Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Straordinario, nella sua semplicità, il riferimento al pane, il cibo per eccellenza che si mangia in compagnia (come si comprende dall’etimologia di compagno e companatico) e che ci ricorda la casa, la famiglia, le cose più amate.
Altri momenti sono significativi, come ad esempio il canto dedicato alla nobile figura dell’imperatore Giustiniano e, nel XXXIII canto, la preghiera di san Bernardo alla «Vergine madre, figlia del tuo figlio», finché si arriva alla visione, ma «all’alta fantasia qui mancò possa»: di nuovo chi legge ha il compito di supplire all’assenza delle parole.

Parlare della Commedia vuol dire confrontarsi con un capolavoro universale e senza tempo, ma la cosa che continua a stupirmi è il fatto -che non ha uguali in nessun’altra letteratura- che noi oggi – nell’ Italia del 2020 – continuiamo a usare quella stessa lingua, dopo settecento anni; si sono aggiunti prestiti linguistici e naturalmente tutte le le parole via via legate a scoperte, invenzioni e tecnologia, ma la base fondante rimane la stessa. Se volete divertirvi, cercate ad esempio i bellissimi paragoni, relativi alla vita quotidiana, agli animali, agli elementi atmosferici, o ripensate a certe espressioni ancora abituali: «Ahi Pisa, vituperio delle genti/del bel paese là dove il sì sona», «libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta», «conobbi il tremolar della marina», «lo bel pianeto che d’amar conforta» (Venere), «era già l’ora che volge il disio/ai naviganti e ‘ntenerisce il core…», «Cesare fui e son Giustiniano» (chiasmo), «Ahi serva Italia, di dolore ostello, /nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!».
Si potrebbe proseguire all’infinito perché, di fronte a un’opera del genere, non si finisce mai di imparare e di scoprire elementi sempre nuovi, su cui la critica si è misurata e continua a indagare. Ritornando al “Dantedì”, varie sono state le iniziative, come dicevamo, pur limitate al canale Youtube dell’Accademia della Crusca, agli hashtag ufficiali e a un flashmob dalle finestre da cui cittadini e cittadine sono stati chiamati a leggere, tutti insieme, l’incipit della Commedia. Anche il Teatro della Toscana, diretto da Stefano Accorsi, ha coinvolto attori e attrici per una edizione speciale di letture sul proprio canale Youtube. La galleria degli Uffizi offre un viaggio virtuale fra le opere che raccontano l’immaginario dantesco, mentre su Facebook il pubblico viene accompagnato nei sotterranei della chiesa di San Pier Scheraggio, dove un tempo si riuniva il Consiglio del popolo di cui Dante faceva parte. Gli e le studenti sono stati coinvolti in letture on line, mentre il concorso indetto per loro dal Miur subirà un necessario ritardo nella presentazione dei lavori.
Per il momento dobbiamo accontentarci, e, visto che il tempo non ci manca, riprendiamo in mano i testi (magari proprio quelle vecchie edizioni che ci hanno accompagnato durante gli studi e che ci riportano con un po’ di nostalgia al passato) in attesa di poter omaggiare degnamente il “divino poeta”, quando cadrà l’anniversario di 700 anni dalla morte.                                                

In copertina: Urna dove furono ritrovate le ossa di Dante nel 1865

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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