Guerra Fredda. Terza fase. Gli anni Sessanta in America

Capitolo15_indice01_VitamineGli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Canada sono un periodo di grande fermento culturale. L’America è uscita trionfante dalla II Guerra mondiale e ha un ruolo di dominio quasi sul mondo intero. Gli anni Cinquanta sono stati caratterizzati dall’anticomunismo e dalla ricchezza ostentata nel consumismo. A questa moda e all’omologazione della società risponde una generazione nuova, che non ha vissuto la guerra e che rifiuta il mito americano e la paranoia generata dalla guerra fredda.
Andy Warhol inventa la Pop Art come presa in giro verso la società dei consumi e trasforma icone famose e prodotti commerciali in opere d’arte: è la prima morbida provocazione verso una città-supermercato che vive ostentando il lusso, rappresentata nella letteratura del dopoguerra da Francis Scott Fitzgerald.

FOTO 1.ANDY W
Andy Warhol

Nel 1957 Jack Kerouac pubblica il suo libro più famoso, On the Road, che racconta un viaggio in autostop da una sponda all’altra del continente: per la prima volta si parla apertamente di droghe e di sesso, anche omosessuale. Per la società moralista e perbenista è uno scandalo senza precedenti.
Nello stesso anno vede la luce Howl, poema surreale di Allen Ginsberg, pieno di espressioni volgari e di descrizioni di una generazione che non lavora, che fa uso abituale di droghe, che pratica il sesso libero senza vergogna e parla del corpo senza alcun tabù. Il libro viene pubblicato dalla piccola casa editrice newyorkese City Lights Books e letto gratuitamente in pubblico, senza finalità di profitto. È un testo tanto scandaloso da costare all’editore Lawrence Ferlinghetti un processo per l’accusa di pornografia e oscenità.

FOTO 2Allen Ginsberg in un parco di washington. Dan Farrell NY daily News Getty
Allen Ginsberg

Questi ragazzi che rifiutano l’America tradizionale prendono il nome di Beat generation. Non è chiaro da cosa derivi questo termine: probabilmente Beat sta per beatific, visto l’uso di sostanze allucinogene e il frequente richiamo alle religioni orientali, ma potrebbe anche indicare il battere il tempo, termine derivante dalla musica jazz, da cui la contestazione è partita. Altre fonti indicano l’etimologia di Beat generation in generazione battuta, sconfitta, senza valori, un po’ come nel 1919 in Europa il movimento artistico noto come Dada aveva mostrato la crisi culturale tra le due guerre.
Un esponente anomalo della Beat generation è il cantautore e polistrumentista Bob Dylan, che aggiunge al fermento culturale una chiave politica pacifista e antimperialista, dissacrante per il mito americano di star combattendo sempre dalla parte giusta in tutte le guerre.
Con lui Joan Baez:
https://vitaminevaganti.com/2020/01/04/joan-baez-la-voce-della-liberta/

FOTO 3. Joan Baez e Bob Dylan
Joan Baez e Bob Dylan

«Quando andai in America, nel 1956, trovai letterati e giornalisti in subbuglio: erano i tempi di Urlo e dei cosiddetti Beat. Da allora, per una ragione o per l’altra, in subbuglio ci sono sempre rimasti»: con queste parole Fernanda Pivano, nel suo libro Beat, Hippie, Yippie, descrive il fermento della società statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta. E in effetti, per l’America e per il mondo, sono anni di grande subbuglio sia culturale che politico. Gli Stati Uniti vedono il proprio dominio politico e militare continuamente minacciato.

Foto4. Pivano e Kerouac
Fernanda Pivano e Jack Kerouac

Un altro grande problema della società Usa è quello della segregazione razziale. La civiltà statunitense è nata dallo sterminio e sfruttamento delle popolazioni indigene, ha tratto la manodopera dagli schiavi deportati dall’Africa, è sempre stata alla ricerca di un capro espiatorio o di un nemico pubblico, ha vinto una guerra contro il nazismo in nome di democrazia e libertà ma non ha mai imparato a rispettare i diritti di tutti i gruppi etnici. La “razza negra” è formalmente considerata inferiore rispetto a quella bianca, non solo dalla mentalità comune ma anche da una sentenza della Corte Suprema. Persone di colore diverso della pelle frequentano scuole e chiese separate e abitano in quartieri separati; alle persone dalla pelle nera è imposto di occupare soltanto il fondo degli autobus e cedere il posto a sedere a chi ha la pelle bianca; la grande maggioranza della popolazione carceraria è nera.

Foto5.Tommie Smith
Tommie Smith

Una situazione del genere è inevitabilmente destinata ad esplodere. Una mattina di agosto del 1963 una donna nera di nome Rosa Parks viene arrestata per essersi rifiutata di alzarsi per far sedere un uomo bianco su un autobus di New York.

Foto 6.Rosa Parks
Rosa Parks

È la goccia che fa traboccare il vaso, la scintilla che colpisce una polveriera che già da tempo era pronta ad esplodere. Con una marcia pacifica la popolazione nera riempie il Lincoln Memorial di Washington, dove Martin Luther King pronuncia il famoso discorso «I have a dream». Nel 1968 l’atleta nero statunitense Tommie Smith, vincitore delle Olimpiadi di Città del Messico, volta le spalle all’inno nazionale Usa e alza il pugno destro ricoperto da un guanto nero, simbolo delle Black Panthers, movimento per il riconoscimento dei diritti della popolazione afroamericana.

Foto 7.Martin Luther King pronuncia I have a dream
Martin Luther King. I have a dream

L’altro elemento duramente contestato dalla generazione che non si riconosce nell’imperialismo è l’intervento militare Usa in Viet Nam per impedire un tentativo di rivoluzione comunista. Washington arruola obbligatoriamente i giovani cittadini per andare a combattere in un territorio lontano, sconosciuto e impossibile da domare. Ma la nuova cultura giovanile pone la guerra, esaltata pochi decenni prima, come il più grande dei mali dell’umanità. Molti di questi giovani rifiutano la chiamata alle armi, rischiando lunghe pene detentive in quanto disertori. Chi rifiuta di imbracciare il fucile contro l’autodeterminazione del popolo vietnamita trova rifugio in Europa o in Canada, Paese neutrale e molto tollerante rispetto agli stili di vita diversi da quello tradizionale. Contro la guerra gli studenti occupano le università di Harvard e Berkley. Non cercano solo la fine della guerra ma una cultura e uno stile di vita totalmente nuovi, radicalmente libertari.
Le contestazioni contro la cultura tradizionale e contro la guerra in Viet Nam raggiungono il loro apice nell’agosto del 1969 nella piana di Woodstock con tre giorni spesi in nome dell’utopia Peace, Love and Music, sotto le note dei principali gruppi musicali del momento (Ten Years After, Jefferson Airplane, Canned Heat, The Who, Jimi Hendrix…).

Foto 8.Jimi Hendrix a Woodstock
Jimi Hendrix a Woodstock

Qui si nota un’interessante differenza fra l’utopismo britannico e quello americano: gli inglesi, con improbabili vestiti eleganti d’altri tempi, sognano con gentilezza un idilliaco mondo fatato pieno d’amore e di speranza; gli americani, con aperte provocazioni e fortemente anticonformisti, lottano per un mondo realmente migliore. L’esempio più classico di contestazione americana è Jimi Henrdix, che, a Woodstock, oltre ai suoi pezzi, suona come sfida l’inno americano e riproduce con la chitarra il suono delle bombe che cadono sul Viet Nam.
Nel 1975 la guerra del Viet Nam si conclude con il ritiro delle truppe americane senza che abbiano ottenuto nulla: è la prima sconfitta degli Stati Uniti, che hanno perso buona parte di credito nell’opinione pubblica internazionale.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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