Lontano dagli occhi

Come tanti, ho perso il conto dei giorni di clausura. L’avevo immaginata diversa: ore di lettura e di cinema domestico, un po’ di balconaggio, un po’ di noia – ma la scuola ha preso il sopravvento.
La didattica a distanza ha colpito docenti e studenti senza darci il tempo di prepararci. Le esercitazioni fatte a scuola hanno riguardato calamità repentine e immediate: incendi, terremoti, atti di terrorismo. Da anni, a intervalli quasi regolari ma imprevedibili, la campanella suona all’impazzata tre, quattro, cinque, dieci volte, e subito le classi si allineano e scendono in cortile, l’insegnante riempie la sua scheda maledicendo l’interruzione di compiti e interrogazioni, si scherza, si gioca perfino e poi, a un altro segnale convenuto, si torna in classe, più o meno sbuffando.
Ma questa storia della pandemia è nuova. Non abbiamo mai fatto esercitazioni di reclusione casalinga né, tantomeno, di scuola senza scuola. E chi ha volontariamente seguito corsi a distanza su come tenere corsi a distanza si ritrova con classi impreparate a questa nuova didattica – per non parlare degli altri colleghi e colleghe normali, cioè che usano il computer solo per scrivere verbali di consigli di classe e spesso non riescono ad accedere alla loro posta elettronica perché hanno dimenticato la password. Quindi noi docenti ci arrabattiamo e finiamo col lavorare il triplo di prima: ci stiamo allo stesso tempo informando e formando, ci stiamo riprendendo dallo stupore della novità, cerchiamo di capire cosa fare, e come, e quando. Solo il dove è certo: dentro casa.

L’autoformazione sta avvenendo in vari modi, indicati (ma non sempre) da alcune circolari ministeriali e dirigenziali. Gli inviti a partecipare ai vari webinar, ovvero alle lezioni più o meno gratuite per imparare a gestire “piattaforme digitali” (definizione di per sé bizzarra) arrivano a ciclo continuo e producono spesso sfinimento più che chiarezza. I sistemi per la comunicazione a distanza, come il famoso Skype e il più recente Zoom, che ora va per la maggiore, fanno affari d’oro, ma la loro sicurezza non è certa: il citato Zoom, tanto per dirne una, in questi giorni è nell’occhio del ciclone perché accusato di condividere dati sensibili con Facebook. Il che, in tempi di ossessione da privacy, non è poco.
Le aziende che gestiscono i registri elettronici hanno frettolosamente cercato di implementarne le possibilità con strumenti di videoconferenza, che talvolta funzionano ma che spesso mostrano la corda a causa del sovraccarico di utenze contemporanee, o magari di funzionalità dei diversi computer. Dopo aver seguito un lungo e noioso webinar tenuto da un “esperto” (che avrebbe prima dovuto seguire un webinar per imparare a tenere efficacemente un webinar), è emerso che il sistema proposto non avrebbe funzionato con il Mac, l’unico computer che io possieda e sappia usare.
I corpi docenti delle varie scuole e i consigli di classe utilizzano massicciamente i sistemi di messaggistica (anch’essi non immuni da dubbi di lesa privacy) come Whatsapp, Telegram e Messenger per scambiarsi informazioni sull’andamento della didattica e perfino della disciplina online, ma cadono nel tipico problema di tali mezzi: la ridondanza. La messaggistica – che, va da sé, serve a scambiare messaggi – è spesso utilizzata come un sistema postale veloce ma non ha il crisma di ufficialità: non a caso le comunicazioni istituzionali avvengono via email o, meglio, posta certificata. I messaggini sono veloci, si digitano e si leggono prevalentemente con lo smartphone e quindi sono pieni zeppi di errori di battitura e di successivi «ooooops scusate volevo dire…». Le chat funzionano come scambio di notizie ma anche di polemiche, di pollici versi, di faccine sorridenti, ed è ben difficile capire chi, nel gruppo, ha letto cosa e chi ha risposto. Gli adulti, insomma, chattano come gli adolescenti ma un po’ peggio, perché hanno meno confidenza col mezzo e tendono, mutatis mutandis, a considerare chiacchiere di corridoio come verbali di riunioni ufficialmente convocate. Alla sera conto nel mio cellulare centinaia di messaggi non letti che, a questo punto, nemmeno leggerò (330 in questo momento).
Insomma, la scuola ai tempi del virus è improvvisata perché le esercitazioni anticatastrofe non hanno considerato la clausura da pandemia. Il problema non è più salvare la pelle in un solo luogo: è mantenere un’istituzione basata sul luogo quando tale luogo non c’è più. Quella che stiamo facendo è come un’esercitazione antincendio durante l’incendio.

Il problema di fondo è il divario digitale. Non solo una parte del corpo docente non ha alcuna familiarità con il mezzo tecnologico, ma anche le scuole sono generalmente poco e male attrezzate, e molte famiglie non possiedono né i mezzi né la cultura per permettere a figli e figlie di accedere con successo a questa nuova, improvvisa didattica. Massimo Mantellini, dalle pagine di Internazionale online, scrive: «Da alcune settimane la didattica scolastica si è trasformata, improvvisamente e senza che nessuno lo avesse deciso prima, in una questione interamente digitale. Lo è diventata in maniera forzosa: la scuola oggi, per colpa dell’emergenza coronavirus, ha chiuso i suoi cancelli fisici e viaggia sulle dorsali di internet, obbliga gli insegnanti a improvvisi aggiornamenti tecnologici, prova a trasformare alcuni esperimenti didattici, osservati con sospetto dai più, nella prassi quotidiana di tutti». E ricorda che una connessione veloce dovrebbe ormai essere entrata a far parte delle “infrastrutture” di ogni scuola, non diversamente dai muri e dai termosifoni. Ma quand’anche l’infrastruttura digitale fosse arrivata in ogni scuola della Repubblica, resterebbe un grosso nodo irrisolto: quello culturale. Prosegue Mantellini: «l’infrastruttura di rete è palpabile, sono cavi e router, buchi nell’asfalto, contratti e subappalti, sudore e caschi di plastica gialla in testa agli operai, la cultura digitale non somiglia a nulla di tutto questo».
Ricordo quando, nelle scuola primaria, ai miei figli e a mia figlia furono impartiti alcuni insegnamenti di “informatica”. Inizialmente pensai che, sia pure in modo morbido e adatto alla loro età, sarebbero state fornite loro cognizioni elementari di programmazione e ne fui contento. Invece impararono solo ad accendere un pc e a scrivere qualche parola utilizzando il più popolare, diffuso e venduto software di videoscrittura, come se il computer fosse una lavatrice che, scelto un programma, fa in modi diversi una cosa sola e non un sistema complesso e flessibile, che si può addestrare a compiere funzioni variabili.
Tranne rarissimi casi, la diseducazione digitale è ormai uguale per tutti. Il computer, nell’immaginario popolare, è un’entità del tutto irrazionale e magica, e non un utensile quale in realtà è.
Chi ci guadagna? Il mercato, ovviamente. Lo strumento di connessione è passato, nel giro di pochi anni, dal computer allo smartphone, non più familiare ma strettamente individuale. Ciò significa che, in una famiglia, anziché una bolletta se ne pagano tante e la partecipazione alla didattica a distanza avviene spesso “consumando i propri giga”, perché circa un quarto delle famiglie italiane non dispone di connessione a internet. Quando mi collego tramite Skype alle le mie classi, so che molte/i studenti mi vedono, mi parlano e condividono il mio schermo attraverso un monitor ridicolmente piccolo, che certamente non permetterà loro di vedere testi e immagini come le vedo io, e non sanno o non possono utilizzare un mezzo più comodo, grande e flessibile.
In Italia, 8 milioni e 300mila studenti (nel mondo sono un miliardo e mezzo) vivono questo stato anomalo, improvviso e imprevisto, ma che la politica avrebbe dovuto prevedere.

E ora veniamo alle lezioni.
L’orario scolastico è compilato dal/la dirigente, anche se in realtà in ogni scuola c’è sempre uno zoccolo duro di docenti dedicato, vecchie volpi che se ne fanno carico tutti gli anni. In tempi normali un orario definitivo è blindato e ci si deve attenere: se ho lezione in seconda G il martedì alla terza ora nessuno può entrare in classe al mio posto, a meno di preventive e motivatissime trattative e del mio assenso, in genere con la clausola «a buon rendere». Ci si lamenta delle levatacce (mi alzo quasi tutti i giorni alle 6,20, alcune/i studenti anche prima) e qualche adolescente in ritardo c’è sempre, ma tutto sommato nessuno mette in discussione l’orario.
Ma ora, ai tempi del virus, le classi sono puramente virtuali, anzi: tutto è virtuale. Quindi docenti e discenti chiedono e propongono cambiamenti, stravolgimenti, accorciamenti, allungamenti, trascinamenti e sforamenti di ore. “Dall’alto” giungono raccomandazioni all’adozione di una didattica elastica, certo, ma nel senso che le modalità nuove devono imporre un ripensamento su forme e contenuti, perché non è affatto detto che: 1) nelle case vi siano attrezzature e connessione sufficienti per alcuni figli e un paio di genitori che lavorano a distanza; 2) vi sia una situazione di tranquillità e intimità da consentire il lavoro a distanza; 3) vi siano le competenze necessarie, che la scuola non ha mai dato. Le raccomandazioni menzionano particolarmente i soggetti con “difficoltà specifiche di apprendimento” (dsa), ovvero dislessia, discalculia e altro, e con “bisogni educativi speciali” (bes), cioè che stanno attraversando un periodo particolarmente gravoso della loro vita e a cui è necessario prestare più attenzione. (La mia impressione è sempre stata che qualunque adolescente abbia sempre avuto bisogni educativi speciali: figuriamoci ora! Come fa un/a quindicenne a restare a casa settimane o mesi senza vedere altri che i familiari? Non è una situazione che comporta bes?). L’elasticità della didattica, quindi, va intesa nel senso dell’alleggerimento e della diversificazione, della proposta di temi nuovi, dell’uscita dai libri di testo in favore dell’immensità del web, nella provocazione e nella sfida a fare altro. Ma, al contempo, occorre anche dare sicurezza, garantire la presenza, offrire solidarietà a giovani che sperimentano per la prima volta – esattamente come noi – una vita nuova e difficile senza che nessuno gliel’avesse non dico insegnato, ma neppure preannunciato.
Qualche collega, come leggo nelle chat, non si arrende e insiste nell’interrogare e nel far fare compiti in classe a distanza. Ma in rete fioriscono divertenti video in cui adolescenti mostrano la loro perfetta organizzazione: pareti foderate di foglietti e fotocopie; familiari, non inquadrati dalla telecamera, che suggeriscono in sordina; cuffie “per sentire meglio il professore” collegate, in realtà, a un suggeritore; nastro adesivo trasparente appiccicato sulla telecamera per dare un effetto sfocato («Eh, prof, non so, la mia webcam ha un problema») onde poter fare quello che si vuole proprio in faccia all’insegnante. È molto più divertente che a scuola!

In questa gran confusione, tutto quello che io ho capito finora è che bisogna fare qualcosa di diverso. Che sia necessario applicare una sorta di gattopardismo positivo: se vogliamo che la scuola resti, dobbiamo cambiare tutto.

Insegno Disegno e Storia dell’arte in un liceo scientifico romano e la mia didattica, tutto sommato, è piuttosto normale. Per l’arte, solitamente lavoro sul libro di testo e spesso con immagini prese da internet (in tutte le classi c’è la lim, lavagna interattiva multimediale, che talvolta si rompe ma in genere garantisce una visione tollerabile di immagini alla classe). Quando voglio approfondire un argomento poco trattato o addirittura assente sul libro faccio una presentazione con immagini, brevi didascalie e spiegazione. Vivendo a Roma, mi concedo il lusso talvolta di portare la classi a vedere le opere che stanno studiando e affido loro il compito di andarci autonomamente e di relazionare poi alla classe, documentando la loro presenza in situ con dei selfie, e in genere funziona. Ma ora non possono andare da nessuna parte, quindi l’invito è di scorrazzare in rete, di link in link, guidando la loro ricerca e senza trascurare il libro di testo, che però deve essere considerato non più la fonte unica ma un punto di partenza. Per fortuna è possibile visitare virtualmente moltissimi musei, quindi possiamo permetterci di andare a spasso per le Gallerie dell’Accademia di Venezia, agli Uffizi e al Moma. Insomma, se ci si accontenta, si fanno un sacco di “gite”, si dimentica la clausura e magari ci si prende gusto.

Il disegno, invece, a scuola viene svolto quasi sempre con strumenti (riga, squadre, compasso…) e verificato innanzitutto nella precisione e nella pulizia. Ma è ovvio che adesso si debba cambiare procedura: come dovrebbero consegnarmi gli elaborati? Tramite scanner? Ma non tutti ce l’hanno. Una foto col telefonino? E come posso verificarne la precisione?
«Bisogna che tutto cambi». Ma non ricorrendo a una poco definibile “creatività artistica”, che non saprei neppure valutare, bensì nel senso dell’approfondimento, della comunicazione in chiave visiva di concetti precisi. Lasciamo perdere, per ora, righe e squadre, assonometrie e prospettive; cerchiamo contenuti da rappresentare, anche correndo il rischio della semplificazione e della banalizzazione. In fondo, ciò che è semplice e perfino banale è spesso comprensibile. Facciamo qualcosa che aiuti a capire.

Foto.Lontano dagli occhi

Qui Vitaminevaganti mi è venuta in aiuto. L’abbecedario di Graziella Priulla, illustrato da Marika Banci, mi è sembrato una buona palestra per lavorare sulla comunicazione e far leggere e discutere argomenti in apparenza elementari ma in realtà fondanti.
Cos’è un abbecedario? È il primissimo livello della cultura scritta, dunque è essenziale. Come è fatto? C’è una lettera, una parola, l’illustrazione della parola e quindi del concetto espresso dalla scrittura. Se l’abbecedario è normalmente considerato roba da ignoranti è perché ci si è sempre trovati di fronte a contenuti elementari ma decorativi: A come Ape, Z come zebra. Proporre invece approfondimenti che riguardano la vita reale, quella con la quale s’incominciano a scontrare gli/le adolescenti, è tutt’altra cosa.
Come si fa un’illustrazione? Di questi tempi, come si può. La tecnica è libera e il mio consiglio è di usarne tante, mischiare il digitale con la carta, tentare l’approccio a software liberi di fotoritocco e di disegno, scarabocchiare e fotografare col telefonino. L’unico vincolo è che, alla fine, gli elaborati saranno quadrati – un vincolo è essenziale al progetto – e mi verrano consegnati tramite posta elettronica, cosa mai successa prima. E la verifica? E la valutazione? Anche qui: «Bisogna che tutto cambi».

Dal prossimo numero mostrerò alcuni elaborati di studenti. Non prometto capolavori, ma esplorazioni, tentativi, esperimenti. E molti sono davvero carini.

Massimo Mantellini, “Il divario digitale è una zavorra per l’Italia”, Internazionale.it, 23 marzo 2020, https://www.internazionale.it/opinione/massimo-mantellini/2020/03/23/coronavirus-divario-digitale-scuola

Anna Franchin, “Sei insegnanti alle prese con la didattica a distanza”,  Internazionale.it, 2 aprile 2020, https://www.internazionale.it/notizie/anna-franchin/2020/04/02/scuola-coronavirus-lezioni

Abbecedario: https://vitaminevaganti.com/category/societa/stereotipi/labbecedario/?fbclid=IwAR23FUiR3RqyKxcGoYenbgKwqOZl7kSP8cJcajjcUdBhcsrvCkTf9hnwIy0

 

 

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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