Gisella Floreanini, la prima ministra

6. Gisella FloreaniniGisella Floreanini nasce a Milano nel 1906 da una famiglia non povera ma di idee socialiste. Dopo la morte prematura della madre (quando Gisella ha solo quattro anni), il padre le impartisce un’educazione laica e liberale. Da giovane studia musica diplomandosi in conservatorio. La crisi del 1929, che manda in rovina il lavoro paterno di commerciante, la costringe a mantenere la famiglia lavorando come insegnante di pianoforte. I suoi contatti con la politica iniziano nel 1934. Il primo gruppo clandestino a cui Gisella si avvicina è Giustizia e Libertà, affiliato al Partito d’Azione. Dopo aver partecipato alla diffusione di stampa clandestina, la repressione del regime fascista la costringe a rifugiarsi in Svizzera. Qui incontra Vittorio Della Porta, suo futuro marito, e insieme a lui si avvicina al Partito Comunista d’Italia (PCI), che all’estero sopravvive clandestinamente alla dittatura. Le posizioni del PCI sono simili a quelle del Partito d’Azione tranne sulla politica estera, il primo fedelissimo a Mosca, il secondo autonomo. Risale al 1942 la sua iscrizione formale al Partito fondato da Antonio Gramsci. Il 1943 vede l’Italia fortemente scossa dalle vicende belliche. A marzo Torino assiste al primo sciopero generale antifascista, a giugno le truppe angloamericane sbarcano in Sicilia, poi arriva il 25 luglio: il Gran Consiglio del Fascismo sfiducia Mussolini, il re Vittorio Emanuele III, prima complice della dittatura, lo fa arrestare e affida il governo al generale Pietro Badoglio che, in quanto comandante in capo delle forze armate, ha la responsabilità militare della guerra perduta quanto Mussolini ne ha quella politica. A settembre Badoglio firma un armistizio con le truppe angloamericane e la vendetta tedesca si abbatte sull’Italia. La fuga precipitosa del sovrano e del capo del governo e dell’esercito lasciano di fatto alla popolazione il compito di difendersi. È a questo punto che Gisella Floreanini rientra in Italia dalla Svizzera e prende parte alla lotta armata antifascista. È tra le pochissime donne a occupare ruoli di comando e non solo logistici nella Resistenza: molte sono state le partigiane o le staffette, ma lei arriva a dirigere il Comitato di liberazione nazionale (Cln) nella zona di Novara. Nell’autunno del 1944 si svolge la principale esperienza di Gisella. Abili militarmente e appoggiate dalla popolazione civile piemontese, le bande partigiane costituiscono delle piccole repubbliche autonome che si sottraggono al controllo nazista e alla Repubblica sociale italiana. La virtuosa penna di Beppe Fenoglio ha reso famosa l’esperienza della città di Alba, durata solo ventitré giorni, ma i simili esperimenti che l’arco alpino ha contato sono stati numerosi. Nel frattempo gli Alleati liberano Parigi e Bruxelles e l’Armata Rossa caccia le truppe tedesche da Bulgaria e Romania. Nella Repubblica della Val d’Ossola (durata dal 9 settembre al 23 ottobre 1944) Gisella Floreanini è parte della giunta di governo locale e le viene assegnato il ruolo di ministra dell’assistenza sociale, quando le donne italiane non hanno ancora ottenuto formalmente il diritto di voto. Collabora volentieri con i preti ma preferisce usare il termine laico “assistenza” piuttosto che quello cattolico “beneficienza”. Per vedere un’altra donna titolare di un ministero si dovrà aspettare il 1976, quando Tina Anselmi ricoprirà la carica di ministra del lavoro e della previdenza sociale del terzo governo Andreotti. Scrive lo storico Giorgio Bocca: «in quanto a democrazia, ha fatto più questa piccola repubblica in quarantacinque giorni che quella grande in tutti i decenni successivi». La Repubblica della Val d’Ossola, come le numerose altre, ha vita breve non solo per la reazione tedesca ma anche per il mancato arrivo degli aiuti promessi alle brigate partigiane dalle truppe di Londra e Washington, le quali non sono intenzionate nel permettere che formazioni comuniste prendano troppo spazio nell’Europa occidentale. Eppure, in qualità di presidente provinciale del Cln, è Gisella Floreanini a trattare la resa dei repubblichini e la ritirata dei tedeschi dal Piemonte. Una volta cacciati il fascismo e la monarchia, Gisella Floreanini rimane nel Pci, nonostante il partito di Palmiro Togliatti abbia deciso di non candidarla all’Assemblea costituente repubblicana. Partecipa alla fondazione dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) e dell’Unione delle donne italiane (Udi), organizzazioni in cui rimarrà attiva per tutta la vita. Viene eletta alla Camera nel 1948 e di nuovo nel 1953, ma, nonostante la sua medaglia d’oro per la Resistenza, il partito le nega la candidatura alle elezioni del 1958, candidandola invece come consigliera comunale a Novara (1958-1963) e poi a Milano (1963-1968). Tra il 1959 e il 1963 Gisella Floreanini è anche segretaria della delegazione italiana della Fédération démocratique international des femmes a Berlino Est. Da deputata del Pci continua a occuparsi di assistenza sociale come già aveva fatto durante la Repubblica della Val d’Ossola. La Costituzione repubblicana non lascia il lavoro sociale al caritatevole volontariato cattolico ma, con l’articolo 3, affida allo Stato il compito di rendere effettiva la parità formale e sostanziale tra le persone. Gisella Floreanini partecipa alla stesura di leggi per la tutela della maternità e dell’infanzia, per il riconoscimento della prole nata fuori dal matrimonio, per l’edilizia popolare, per l’abolizione della prostituzione e contro il licenziamento delle donne sposate. La sua militanza è narrata in Una donna al governo dell’Ossola, testo contenuto in La Repubblica dell’Ossola. Settembre-Ottobre 1944, edito nel 1959 dal Comune di Domodossola. Muore a causa di un improvviso arresto cardiaco sopraggiunto nel 1993 a Domodossola, dove è sepolta e dove tuttora una strada e una scuola media portano il suo nome. Il Pci è ormai sciolto ma il funerale della donna, tenuto davanti al palazzo del Comune di Domodossola alla presenza della cittadinanza e del gruppo dirigente dell’Anpi, di cui Gisella stessa è stata parte, riporta la memoria dei fatti che quasi mezzo secolo prima avevano segnato quei luoghi.

Novara.Floreanini.Mpe copia

Contesto storico

Con lo sbarco angloamericano in Sicilia il consenso verso il regime fascista è ai minimi storici, come dimostrato dallo sciopero operaio che scuote Torino, il primo dopo vent’anni di dittatura. Subito dopo la sfiducia a Mussolini del 25 luglio 1943 da parte del Gran consiglio del fascismo, il re lo licenzia e lo fa arrestare, affidando il governo al generale Pietro Badoglio. Quando l’8 settembre i tedeschi invadono l’Italia in seguito alla notizia dell’armistizio, l’esercito si ritrova senza capi né ordini in una situazione di totale sbandamento. Quando il 10 settembre i tedeschi arrivano a Roma, il re e Badoglio sono già scappati a Brindisi su un’imbarcazione americana senza lasciare una figura di riferimento al suo posto, tanto che duemila soldati tedeschi sono sufficienti ad annientare cinquantamila uomini del regio esercito capeggiati da Raffaele Persichetti (cui oggi è intitolata una strada nei pressi di Porta San Paolo, principale luogo della Resistenza romana). I soldati italiani catturati vengono fatti prigionieri dai tedeschi e deportati con l’accusa di tradimento. Molti di questi soldati riescono a sfuggire ai rastrellamenti, tengono le armi e si nascondono in montagna. Qui si formano le prime brigate partigiane. Sono composte da ex soldati ed ex ufficiali a cui si uniscono molti civili, quasi tutti giovanissimi. Nelle bande partigiane è fondamentale il ruolo delle donne: molte di loro combattono insieme agli uomini, altre gestiscono i rifornimenti di viveri e le comunicazioni tra i gruppi armati nel ruolo di staffette, altre ancora offrono sostegno logistico e nascondigli nei paesi e tra la popolazione civile. Alla Resistenza italiana partecipano tutte le correnti politiche antifasciste collaborando insieme. La maggior parte delle bande partigiane sono di stampo comunista o socialista, ma sono numerose anche le formazioni cattoliche, liberali e persino monarchiche e badogliane. I soldati tedeschi liberano Mussolini e lo conducono in Lombardia, dove nel settembre 1943 viene ricostituito uno Stato fascista nel Nord Italia con il nome di Repubblica sociale italiana e con capitale Salò: il fascismo è tornato a sostenere idee repubblicane come prima del 1921, ma stavolta Mussolini è solo un fantoccio della Germania e non ha più nessun effettivo potere decisionale. Nel Nord Italia vengono istituite varie repubbliche partigiane, piccoli territori che si sottraggono al dominio nazifascista formando per brevi periodi città-Stato autonome con governi propri. La più famosa di queste è la città di Alba, sulle colline piemontesi delle Langhe, la cui esperienza è narrata da Beppe Fenoglio nel racconto I ventitré giorni della città di Alba, di cui è caldamente consigliata la lettura. Nella Libera repubblica partigiana della Val d’Ossola spicca la figura di Gisella Floreanini, comunista milanese diventa ministra dell’assistenza sociale prima ancora che le donne abbiano ufficialmente ottenuto il diritto di voto in Italia. La Resistenza italiana è fatta da più guerre contemporaneamente. Anche la sinistra internazionalista prende parte a una guerra patriottica contro l’occupazione tedesca. Lo storico Claudio Pavone fa notare che si è trattato in gran parte anche di una guerra civile interna a un popolo che si combatte tra italiani fascisti e italiani antifascisti. L’altro elemento da non dimenticare è all’interno delle bande partigiane comuniste che molti uomini e donne stanno portando avanti anche una guerra anticapitalista che, una volta abbattuto il fascismo, dovrebbe poi trasformarsi in rivoluzione sociale. Ma l’alleanza tra il Pci e i partiti borghesi mette un freno definitivo alle speranze rivoluzionarie. Il 27 settembre del 1943 Napoli insorge. Nel giro di quattro giornate di lotta armata, le formazioni partigiane e la popolazione civile riescono a cacciare i tedeschi. Quando i soldati americani raggiungono la città, non c’è niente da liberare. Vista la sconfitta, la repressione nazista si fa ancora più spietata: per ogni tedesco morto saranno fucilati dieci italiani. A Venezia viene trovato un soldato annegato in un canale perché ubriaco e il comando tedesco risponde fucilando sette uomini a caso fatti uscire dalle proprie abitazioni nel luogo che tuttora si chiama Riva dei Sette martiri. A marzo del 1944 i Gap romani nascondono un ordigno esplosivo nei cassonetti della spazzatura al passaggio di una colonna tedesca presso via Rasella causando trentatré morti tra i soldati nemici: il comandante tedesco Priebke come rappresaglia ordina che trecentotrentacinque italiani, in maggioranza molto giovani, scelti a caso nelle carceri tra oppositori politici e detenuti comuni siano trucidati presso le grotte note come Fosse Ardeatine, poi i loro corpi sono nascosti facendo saltare le cave con delle mine. A Marzabotto, Chiavari, Sant’Anna di Stazzema, si ricordano altri eccidi. Il 6 giugno 1944 Roma insorge. Si combatte nelle strade di tutti i quartieri. La popolazione civile, insieme alle bande partigiane, caccia l’invasore; solo più tardi arrivano gli americani e trovano una città distrutta ma già liberata. L’avanzata verso Nord è lenta e faticosa. Mussolini travestito da soldato tedesco tenta di scappare in Svizzera ma viene riconosciuto e arrestato dai partigiani. Il 25 aprile 1945 il Cln proclama l’insurrezione generale in tutto il Nord Italia. Milano insorge e i tedeschi scappano. Tre giorni dopo si libera anche Venezia. Il duce viene fucilato e appeso per i piedi in piazzale Loreto a Milano, dove pochi giorni prima i fascisti avevano trucidato un gruppo di partigiani.

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

 

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