I doppi standard nella vita quotidiana

Spesso in tv i programmi di intrattenimento sfruttano il giudizio del pubblico per creare servizi scandalistici che certamente garantiranno una buona dose di indignazione e audience. Uno in particolare mi colpì per la sua semplicità e anche perché mi resi conto che, in una situazione analoga, mi sarei comportata allo stesso modo delle persone in tv. L’idea era creare due scenette: la prima con una bambina pulita e ben vestita, l’altra con la stessa bambina ma stavolta vestita di stracci e visibilmente trasandata. A questa bambina veniva poi chiesto di aggirarsi fra i tavoli all’aperto di un ristorante dove si trovavano delle persone a mangiare. Il seguito del servizio si deduce facilmente. Quando la bambina “pulita” gira tra i tavoli le persone vicine si interessano a lei e cercano di aiutarla a ritrovare i genitori; quando a girare fra i tavoli è la bambina trasandata, le persone la ignorano e gli unici indizi che ci fanno capire che l’hanno notata è che si avvicinano le borse, si tengono in mano i cellulari. Il servizio mi è sembrato l’esempio ideale per cominciare ad introdurre il concetto di doppio standard: una stessa persona di fronte ad una situazione simile si comporta in modo diverso a seconda di chi si trova davanti. I clienti del ristorante nella prima parte del servizio si sono interessati alla bambina perché la credono italiana o comunque “non pericolosa”, ma la stessa dinamica attuata da una bambina presunta rom raccoglie reazioni completamente diverse. I doppi standard possono essere di tutti i tipi e applicabili a qualsiasi situazione: il colore della pelle, l’età, la religione. Quello che verrà affrontato in questo articolo è molto diffuso e particolarmente deviante:  i doppi standard di genere. In questo caso la differenza che porta ineguaglianza non è la nazione di appartenenza ma il corpo con il quale nasciamo. Maschi e femmine vengono giudicati in modo diverso pur compiendo la stessa azione, dicendo le stesse cose o comportandosi allo stesso modo. I doppi standard di genere investono tutta la vita di uomini e donne, nella loro sfera privata e pubblica e influiscono sulle loro relazioni interpersonali e intersessuali. Ad esempio, cambia il modo in cui si percepiscono certi sentimenti ed emozioni quando sono vissute da un uomo piuttosto che da una donna: l’esternazione della rabbia è un campo totalmente maschile, il risentimento è femminile. Non c’è niente di strano in un uomo che alza la voce o sbatte il pugno sul tavolo, anzi sono considerati gesti virili, poderosi; per il medesimo comportamento una donna viene giudicata negativamente. Al contrario, la tristezza, la depressione e il pianto, così come il chiedere aiuto, sono prerogative femminili che un vero uomo non può permettersi. Un altro doppio standard di genere riguarda la cura della persona, ossia il modo in cui a uomini e donne è permesso prendersi cura di sé. La prima grande distinzione riguarda proprio l’obbligo di curarsi che una donna ha da sempre e di cui l’uomo risente molto meno: anche crescendo per l’uomo ci sono dei luoghi che obbligatoriamente richiedono un certo abbigliamento, un certo riguardo per il proprio aspetto (il posto di lavoro, ad esempio) ma altri molto più rilassati. Una donna deve essere tiratissima anche in palestra, perché è sempre sotto i riflettori. Pensiamo anche alle creme viso e corpo, alla depilazione, alla chirurgia plastica. Quello maschile e quello femminile sono due mondi totalmente separati, persino nei colori o sugli scaffali al supermercato. Un campo dove i doppi standard proliferano è proprio quello del lavoro. Ai colloqui, per esempio, a una donna potrebbero essere poste domande sulla vita privata che agli uomini non sembra necessario fare: vuoi diventare una mamma? Hai dei figli? Che lavoro fa tuo marito? Queste domande, oltre ad essere discriminatorie, vanno contro l’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori che recita: «è fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore». Ma la discriminazione comincia anche da prima, durante la scelta dei curricula: a parità di meriti e titoli è molto più facile che venga scartato il curriculum di una donna piuttosto che quello di un uomo. Ci sono stati vari studi a riguardo (tutti stranieri) e ormai alcune aziende preferiscono che i curricula vengano “ritoccati” prima di arrivare a chi fa le selezioni così da eliminare provenienza geografica, età e genere. Per spezzare una lancia a favore dell’Italia ricordiamo che, nel 2016, la Commissione Affari generali del Comune di Bologna ha approvato all’unanimità la proposta di richiedere curriculum anonimi per valutare le candidature che si sarebbero presentanti per la formazione del Comitato dei Garanti. Che è poco, ma è un inizio. L’ultimo tipo di doppio standard che viene preso in analisi in questo articolo parla di violenza, violenza agita e subita. Senza cadere in stereotipi piatti e fuorvianti, sappiamo che chiunque può fare violenza e che chiunque la può subire. Nella nostra testa non dovrebbero esserci dubbi o distinzioni di genere, ma purtroppo eccoci qui a parlarne. Nessuno mette in dubbio che una donna possa essere picchiata, e in effetti nessuno mette in dubbio neanche che una donna possa picchiare; ma il minimo comune multiplo fra queste due frasi è che la donna è considerata debole. Quindi non c’è niente di strano sul fatto che subisce violenza, ma quanto a praticarla, che male può fare? Non solo, nel caso di lotta fra due donne l’evento viene inevitabilmente trasformato in qualcosa di erotico con la conseguenza di privarlo dell’aspetto cruento e cruciale: due persone che si fanno del male a vicenda. Ed ora l’uomo. Cosa succede quando un uomo picchia una donna? Se lei lo denuncia forse qualcosa succede, ma dipende da tanti fattori. Se non lo denuncia, lui continuerà a picchiarla finché sarà troppo tardi per denunciare. Nella maggior parte dei Paesi del mondo c’è ancora molta omertà riguardo a questo tipo di violenza. Ma che succede se è una donna a picchiare un uomo? La cosa viene percepita come poco credibile; quando la violenza è attuata di fronte a testimoni l’idea generale è che quell’uomo la violenza l’abbia meritata. Negli Stati Uniti sono stati girati dei servizi simili a quello della bambina realizzato qui in Italia: in un primo scenario un uomo maltratta una donna, in un secondo scenario è la donna che maltratta l’uomo. Nel primo caso ci sono dei tentativi di intervento a favore della ragazza, nel secondo scenario i passanti o non intervengono o in qualche caso intervengono di nuovo a favore della parte femminile. I doppi standard sono dannosi per tutti e tutte. Un dato interessante è venuto fuori dallo studio condotto da Joris Lammers e Diederik A. Stapel della Tilburg University e da Adam Galinsky della Kellogg School of Management della Northwestern University poi pubblicato sulla rivista “Psychological Science”. Secondo questi studiosi lo sviluppo di una doppia morale (e quindi di doppi standard) è tanto più probabile quanto più potere sociale e politico si detiene. Questo vuol dire che una persona socialmente o politicamente rilevante ha molta più probabilità di sviluppare una personalità moralmente ipocrita di una meno importante. Il che fa riflettere parecchio sul modo in cui la parità (di qualsiasi tipo) possa essere trattata nei luoghi di potere come governi o CdA. Ad ogni modo, più o meno preponderanti che siano nella nostra personalità, noi viviamo di doppi standard, come viviamo di pregiudizi. In sé non c’è niente di male, è solo il modo in cui ragiona il nostro cervello per salvaguardarsi. Il male arriva nel momento in cui non si è preparati/e all’eventualità di cambiare il proprio pensiero che si scontra con la realtà, o quantomeno con una realtà diversa. Il danno c’è quando non si è abbastanza flessibili e ci si barrica dietro le proprie convinzioni attaccando con violenza chiunque provi a metterle in discussione. Per poter cambiare c’è bisogno di riconoscere quando il nostro atteggiamento può essere discriminatorio verso l’Altro e questo è possibile solo ascoltandoci, interessandoci  alle voci altrui, fermando il giudizio e la condanna in favore di una apertura al dialogo.

 

Articolo di Greta Dominici

foto GRETA  400x400.jpgSono nata a Roma, laureata in Lingue e Letterature Europee e Americane a Tor Vergata. Sto frequentando un master a Venezia in Studi di Genere e Gestione del Cambiamento Sociale. Adoro viaggiare e sono appassionata di letteratura, cinema, serie tv e cosmesi naturale.

 

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