«Liquidazione del Monastero di Debre Libanos». Il più grave crimine di guerra dell’Italia fascista

«ESCURSIONE A DEBRÀ LIBANÒS in c. ore 2.30. — Per mulattiera diretta ovvero proseguendo per c. 10 km. sulla pista camionabile per Áddis Abéba, poi prendendo un sentiero verso E, fiancheggiato da due chiesette, si va a Debrà Libanòs, uno dei più celebri conventi abissini, che ha conservato grande importanza e gran numero di monaci (sarebbero stati un tempo oltre 5000). Fondato dall’Abuna Teclà Haimanòt (morto verso il 1312), a cui la leggenda attribuisce la restaurazione della dinastia salomonide, ebbe per secoli influenza politica preponderante; tra i suoi monaci viene per tradizione scelto l’Ecceghiè, capo del clero regolare di tutta l’Abissinia.

1. Il convento di Debre Libanos nel 1934
Il convento di Debre Libanos nel 1934

Il convento, che capeggia una specie di ordine in opposizione a quello di Euostateuòs, tenne nelle contese teologiche la credenza detta “dei coltelli” o degli “ualda chebè”. È un intero villaggio, situato su un ripiano della valle e ombreggiato da begli alberi, oleastri, ginepri ed eucalipti. La chiesa principale è quella ottagonale di Teclà Haimanòt, con galleria esterna e interno ornato da pitture del solito tipo. Il convento non ha biblioteca; le chiese hanno però preziosi manoscritti antichi. Nei pressi è una sorgente termale, frequentata anche dai Galla pagani».
La Guida dell’Africa Orientale Italiana – da cui è tratta la scheda — è stampata dalla Consociazione Turistica Italiana nel 1938, anno in cui la storica denominazione Touring Club Italiano cede alla campagna fascista di messa al bando dei vocaboli stranieri.

2. carta
Particolare della carta dell’Africa Orientale Italiana tratta da Guida dell’Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano 1938 (la località di Debre Libanos è cerchiata in rosso)

Pure, il viaggiatore che avesse voluto seguirne le indicazioni percorrendo mulattiera, pista camionabile e sentiero non avrebbe trovato né villaggio, né convento, né monaci: soltanto rovina, distruzione, morte. Tra il 20 e il 29 maggio 1937, un anno prima, a Debre Libanos si consuma il più grave massacro di cristiani compiuto in Africa: sono passati per le armi un numero compreso tra 1400 e 2000 monaci, sacerdoti, diaconi, insegnanti, pellegrini, convenuti in questo centro monastico suggestivo e simbolico, la cui fondazione è attribuita al monaco Takla Hymanot nel XIII secolo, ma la cui memoria risale forse al V secolo.
Un massacro di cristiani (copti) pianificato ed eseguito da altri cristiani (cattolici), gli occupanti italiani, che tuttavia si servono anche delle cosiddette “truppe coloniali” costituite da libici, somali ed eritrei, di religione islamica. Un massacro a lungo rimosso dalla storia nazionale, in nome del “mito del bravo italiano” (un mito duro a morire, come afferma lo storico del colonialismo Angelo Del Boca), almeno fino alla visita di Sergio Mattarella ad Addis Abeba, il 15 marzo 2016, quando il Presidente della Repubblica ha reso omaggio alla resistenza etiopica contro l’occupazione fascista.
Per comprendere le ragioni di questa “soluzione finale” all’italiana (la definizione è ancora di Angelo Del Boca) è necessario ripercorrere gli eventi a partire dalla proclamazione dell’Impero da parte di Benito Mussolini, il 9 maggio 1936, al termine dei sette mesi della guerra d’Etiopia, nella quale le truppe del Paese africano sono sconfitte sul campo dall’aggressione fascista, forte di uomini e mezzi.
Il 5 maggio Pietro Badoglio era entrato nella capitale Addis Abeba, che il negus neghesti Haile Selassie aveva lasciato pochi giorni prima, prendendo la via dell’esilio e della ferma denuncia nella sede della Società delle Nazioni (alla quale l’Etiopia era stata ammessa nel 1923) della feroce occupazione operata dagli italiani. Il maresciallo occupa la carica di viceré d’Etiopia per poco più di un mese, dal maggio al giugno 1936; è poi sostituito da Rodolfo Graziani, fedelissimo del duce, già “pacificatore” della Cirenaica (regione orientale della Libia), ovvero massacratore dei patrioti guidati dal leggendario Omar al-Mukhtar.
La conquista dell’Etiopia è dichiaratamente razzista: a dispetto della canzone Faccetta Nera (che celebra il mito del maschio italiano, ponendosi nella linea che Ann McClintock definisce porno-tropic tradition), il RDL 1019 — Ordinamento e amministrazione dell’Africa Orientale Italiana – emanato il 1° giugno 1936 pone le basi di una rigida separazione tra italiani ed etiopi; e il successivo 19 aprile 1937 (un mese prima del massacro di Debre Libanos) il RDL 880 — Sanzioni per i rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi – stabilisce pene severissime per chi mette a rischio l’integrità e la purezza della ‘razza’ italica (L’impero fascista non può essere un impero di mulatti, titola significativamente “La Gazzetta del Popolo” il 21 maggio 1936).

3. Il maresciallo Rodolfo Graziani, al centro, poco prima dell’attentato del 19 febbraio 1937, all’interno del Piccolo Ghebì (corte del palazzo imperiale) in Addis Abeba
Il maresciallo Rodolfo Graziani, al centro, poco prima dell’attentato del 19 febbraio 1937, all’interno del Piccolo Ghebì (corte del palazzo imperiale) in Addis Abeba

È l’attentato a Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, a inasprire la repressione, già violenta, nei confronti della popolazione etiopica. Per celebrare la nascita del figlio maschio del principe Umberto di Savoia, avvenuta pochi giorni prima, e in occasione della festività di Yekatit 12, della Purificazione della Vergine, il viceré decide di distribuire ai poveri della capitale, alla presenza dei notabili locali, cinquemila talleri d’argento (la moneta in uso nel Paese). Poco prima di mezzogiorno, nel corso della cerimonia che si tiene all’interno del recinto del Piccolo Ghebì (corte del palazzo imperiale), due giovani eritrei mescolati tra la folla dei mendicanti lanciano alcune granate: la terza investe in pieno Graziani e altri militari in prima fila. L’attentato costa la vita a sette persone, i feriti sono una cinquantina: tra questi lo stesso viceré, colpito da centinaia di schegge, costretto a una lunga degenza in ospedale, ma non in pericolo di vita.
La rappresaglia inizia immediatamente, nello stesso pomeriggio del 19 febbraio: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba – scrive il giornalista del “Corriere della Sera” Ciro Poggiali nel suo Diario – hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganello e di barre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada». Squadre di camicie nere e ascari libici, nella più assoluta impunità, danno fuoco ai tucul (abitazioni indigene) e uccidono con le modalità più disparate la popolazione inerme. Dopo tre giorni, il 21 febbraio, preoccupato per la presenza di giornalisti e diplomatici stranieri che testimoniano la brutalità italiana con fotografie e relazioni, Graziani (che, pur essendo ricoverato, non rinuncia al comando) dà ordine di cessare «ogni e qualsiasi atto di rappresaglia». La stima dei morti del viceré è certamente riduttiva (sarebbero state «passate per le armi un migliaio di persone», scrive a Mussolini il 22 febbraio): secondo gli studiosi Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, invece, furono almeno 3000, «senza contare le esecuzioni sommarie praticate nei mesi successivi in base alle informazioni giunte al comando militare» (così Paolo Borruso, autore del recente, documentatissimo saggio Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia).
Nei giorni successivi alla macelleria del 19-21 febbraio, tra il 26 febbraio e il 2 marzo, Rodolfo Graziani dà ordine di passare per le armi 71 «notabili abissini», in particolare di origine amhara (una delle quattro regioni costitutive del paese, a nord di Addis Abeba), «gli elementi più giovani e aperti alla cultura europea» (così Angelo Del Boca) e di deportarne altri 187 (da marzo a novembre gli esponenti dell’aristocrazia etiopica trasferiti a forza in Italia saranno oltre 400). È poi effettuata una prima rappresaglia a Debre Libanos, il 22 febbraio: la maggior parte dei monaci sfugge al rastrellamento delle truppe italiane guidate dal generale Pietro Maletti, che – formalmente alla ricerca dei due attentatori eritrei,
Abraham Deboch e Mogus Asghedom – non esitano a effettuare una cinquantina di esecuzioni nella località ove si trova la chiesa di Kateba Maryam. La scelta di Debre Libanos, luogo sacro alla religiosità etiopica, non è dovuta al carattere ossessivo e crudele di Rodolfo Graziani (non soltanto, almeno), ma alla precisa volontà di colpire un obiettivo politico considerato strategico e dal valore fortemente simbolico: la nazione aggredita aveva infatti «il suo punto di forza nella connessione tra una monarchia consacrata religiosamente e la Chiesa etiopica: il monastero di Debre Libanos rappresentava questa connessione “sacra” con la sua storia e la sua presenza» (Andrea Riccardi); così come tra i «più pericolosi turbatori dell’ordine pubblico» sono «i cantastorie, indovini e stregoni della città e dintorni», arrestati e passati per le armi nei giorni immediatamente precedenti il 19 marzo, quando Graziani ne dà notizia a Mussolini, perché rappresentano la memoria e l’identità della nazione occupata e godono di prestigio e popolarità.
«Dia informazione al generale Maletti che deve procedere alla totale liquidazione del monastero entro il maggio 1937» annota Graziani il 23 marzo, rivolgendosi al capo comandante dei carabinieri Azolino Hazon. Una soluzione finale, all’italiana, pianificata in modo tale da provocare il maggior numero di vittime possibile: il massacro avviene il 12 Ginbot, il 20 maggio, per Debre Libanos «la festa più sacra dell’anno, particolarmente attesa non solo tra i monaci del monastero, ma da tutti i cristiani etiopici provenienti da ogni parte del Paese» (Paolo Borruso), nella quale si ricorda la traslazione dei resti del fondatore della comunità conventuale, nel 1370, e si celebra san Michael, l’arcangelo guerriero della tradizione cristiana. Ai primi di maggio, reparti di carabinieri italiani giungono nel monastero, con il pretesto di difendere la comunità da eventuali azioni di guerriglia e di garantirne l’approvvigionamento alimentare; il 19 maggio, per giustificare l’eccidio prossimo venturo, Graziani scrive a Maletti: «Questo avvocato militare [Giuseppe Franceschino] mi comunica proprio in questo momento che habet raggiunto prova assoluta correità dei monaci del convento di Debre Libanòs con gli autori dello attentato. Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore. Prego darmi assicurazione comunicandomi numero di essi. Dia pubblicità at ragioni determinanti provvedimento». La «prova assoluta», in realtà, è fondata su dicerie.
La cronaca del massacro è puntualmente ricostruita da Paolo Borruso, che a sua volta si avvale dell’inchiesta condotta in loco nonché della ricerca documentaria degli storici Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik. Il 13 maggio il generale Maletti – con carabinieri italiani, ascari libici, somali ed eritrei – ordina la distruzione del convento di Gultenié Ghedem Micael e la fucilazione dei suoi monaci; il 18 si dirige alla volta di Debre Libanos; il 19 procede alla schedatura di monaci, sacerdoti, pellegrini, ammassati all’interno della chiesa di San Takla Haymanot, poi condotti in un campo di prigionia, in località Chagel; il 21 un primo gruppo di ecclesiastici, compreso il vice-priore, è fucilato sulla riva del fiume Fincha Wenz. Sono, per il momento, risparmiati i diaconi, che tuttavia vanno incontro alla stessa sorte il 24 maggio (tranne 31 «giovanissimi», deportati nel campo di internamento di Danane, nella Somalia italiana); il 25 è la volta di un altro gruppo di prigionieri – ecclesiastici, diaconi ma anche laici – fucilati sul bordo di fossati scavati appositamente e poi ricoperti di terra.
«Le cifre totali del massacro di Debre Libanos sostenute da Campbell e Gabre-Tsadik superano di gran lunga quelle dichiarate da Graziani e Maletti: – scrive Paolo Borruso — 20-30 invalidi (Debre Libanos, 20 maggio), 1.000-1.600 preti e monaci contro i 320 dichiarati (Laga Wolde, 21 maggio), 124 diaconi e 276 insegnanti e personale vario contro i soli 129 diaconi (Guassa-Debre Berhan, 25 maggio); infine, coincidono le sole 3 esecuzioni ad Addis Abeba (29 maggio). Gli autori stimano, dunque, un totale compreso tra 1.400 e 2.033 vittime, contro il dato ufficiale di 452, quale emerge dai rapporti militari».

4. Nei dintorni di Debre Libanos, prigionieri in attesa di essere fucilati (esclusiva TV2000).
Nei dintorni di Debre Libanos, prigionieri in attesa di essere fucilati (esclusiva TV2000)

A Debre Libanos i militari italiani si danno alla profanazione e al saccheggio: sono trafugati dal monastero tappeti persiani, libri sacri, ornamenti ecclesiastici di alta qualità, croci d’oro, migliaia di talleri d’argento e le corone d’oro che erano appartenute a imperatori etiopici del passato…Il 21 dicembre dello stesso 1937, per volontà di Mussolini, Graziani lascia l’incarico di viceré d’Etiopia ad Amedeo duca d’Aosta, che darà ordine di ricostruire il monastero devastato, nel segno di una politica meno brutale, comunque tardiva, nei confronti della popolazione etiopica. Graziani rientra in Italia l’anno successivo, con non meno di 79 casse di oggetti, dei quali, dopo l’esposizione nelle sale del Museo coloniale del Ministero dell’Africa italiana, si perde traccia e memoria.
Non è perduta la memoria, no, di Rodolfo Graziani. Ministro della guerra della Repubblica Sociale Italiana, si consegna agli Alleati il 29 aprile 1945; incarcerato ma non processato per i crimini commessi in Etiopia, è condannato per collaborazionismo a 19 anni di carcere, ne sconta poco più di cinque; è nominato presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Nel 2012 il comune di Affile, nel Lazio, gli dedica un sacrario, suscitando l’indignazione della comunità etiope e di tutte le donne e gli uomini democratici.

In copertina. Opera di Matteo De Domenico, alias Ras Dedo.

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

Un commento

  1. Vorrei dire molto interessante, perche’ l’ho letto con grande interesse non conoscendo assolutamente niente di quanto riportato. Ma difronte a questa storia tinta in sangue e riportata al presente mi sembra irrispettoso tale aggettivo. Forse, dovrei dire una lettura necessaria? Credo che la cosa piu’ importante sia stata riportarlo alla luce per renderlo noto e soprattutto, una volta letto, il lettore dovra’ assumersi il compito di non dimenticare.

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