Maria Pezzi, giornalista di moda

Quale libro volete recensire?
La domanda arriva da Toponomastica femminile e riguarda una serie di pubblicazioni dell’Enciclopedia delle donne. Scorro i titoli e tac, ho subito un flash, il ricordo del cappotto di casentino dell’amica Roberta ai tempi dell’università, un double face arancio-verde, molto ammirato (tant’è che mi è rimasto ben impresso nella mente), fin troppo elegante per studenti moderne e informali come noi. Mi balena l’immagine di sua madre Elsa Valeria Bruschi, che aveva sfilato come mannequin alla fine degli anni Quaranta a Firenze. Allora aveva già più di 30 anni, ma che classe! Divenne una delle indossatrici preferite di Gucci e Ferragamo, di cui conservava borse e scarpe ricevute in omaggio. Elsa era apparsa sulle copertine delle riviste di moda (“Annabella” etc…) con ritratti a tutta pagina e nei primi anni Cinquanta aveva partecipato con altre modelle famose alle settimane della moda italiana in Inghilterra (come ebbe a dire «trattate da regine, ospitate in grandi alberghi») e in Brasile, a San Paolo. A Firenze aveva conosciuto Teo Ducci, direttore della Mostra dell’Artigianato, un sopravvissuto di Auschwitz. Con lui, a Milano, alla fine degli anni Cinquanta frequentava un ambiente di architetti, intellettuali, artisti – lo stesso Montale era nel loro giro. Passò poi a lavorare come vendeuse per la casa di mode di Selia Fornasetti. Dalla sartoria “Selia” proveniva quel famoso cappotto di Roberta, fatto cucire su misura per lei dalla madre, una maniera per esprimerle il suo amore con qualcosa di bello.
Ecco, è deciso; la scelta cade sul libro di Enrica Morini intitolato Maria Pezzi, giornalista di moda «L’Europeo» 1947-1958.

Foto1. Pezzi.Boaretto

Fin dall’inizio si apprende che “L’Europeo” non era un periodico femminile sicché gli articoli sulla moda dovevano avere un taglio che piacesse alle donne, ma che potesse richiamare anche l’attenzione degli uomini.
Cito dal testo:
«La Pezzi non considerava la moda un fatto frivolo, ma un sistema economico complesso composto di sartorie, artigiani, industriali, compratori e venditori […] Nel 1937 decise di andare a Parigi a conoscere René Gruau, un grande e affermato disegnatore di moda […] L’incontro con il disegnatore dovette essere folgorante. Gruau la spronò a trasformare il suo hobby del disegno in una professione […] Fra il 1937 e il 1938 cominciò a pubblicare disegni e didascalie sulla prestigiosa rivista della Snia Viscosa […] Maria si rese conto che gli atelier e il mondo dell’haute couture avevano un peso ben maggiore di quello che aveva intuito nel suo primo approccio e imparò presto che le sfilate di Parigi, che iniziò a frequentare come pubblicista alle prime armi e grazie all’aiuto di Gruau, non erano solo riti frivoli, ma il motore di un sistema produttivo».
Nel 1941, in piena era fascista, il gusto si orientò su ispirazioni autarchiche e Pezzi ebbe l’incarico di eseguire una serie di doppie pagine a colori dedicate ai costumi popolari delle regioni italiane. Due anni dopo cominciarono i bombardamenti su Milano e gli uffici furono spostati cosicché Maria dovette recarsi in bicicletta ogni settimana a consegnare i suoi figurini alla Domus che, sfollata a Bergamo, pubblicava le riviste “Fili Moda” e “Fili Ricamo”. Era il suo primo lavoro importante e non consisteva soltanto nell’illustrare le novità della moda, ma anche nel contribuire con idee originali e consigli su come riadattare il guardaroba appeso negli armadi di casa. A ciò si aggiunse la collaborazione con la rivista “La Donnadi Rizzoli e la creazione di disegni pubblicitari per diverse aziende.
Erano tempi duri, condivisi con amiche e amici come Camilla Cederna, Emilio Radius, Crespi, che si riunivano per ascoltare Radio Londra.
Al termine della parentesi bellica la moda si riprese la scena e Maria Pezzi si affrettò ad abbandonare il linguaggio del nazionalismo autarchico per ripristinare il francese, da sempre il lessico della haute couture. Ricomparvero termini come gros-grain, fumé, mauve, mordoré, tailleur, guêpière, redingote, toque.
«Parigi era stata liberata nell’estate del 1944 e, nonostante qualche polemica relativa ai rapporti fra le case di moda e gli invasori tedeschi, il rilancio dell’haute couture iniziò immediatamente [e] ricominciò il rito del giro degli atelier per le presentazioni stagionali».
Alle sfilate ricomparve il pubblico dell’anteguerra; soprattutto compratori e giornalisti giunti dall’America, con contorno di attrici in voga che ne sottolineavano il successo.
Il 12 febbraio 1947 decretò la rivoluzione Dior e la sua invenzione del New Look. Un vero trionfo che sanciva la fine dell’abbigliamento di guerra in favore di lunghe gonne a corolla e vitini di vespa.
L’altra novità che fece scalpore è descritta nella corrispondenza da Parigi del 22 febbraio 1948: riguardava la prima ripresa televisiva di una sfilata, a cura della società di produzione World Video Inc. fondata nel dicembre 1947 da John Steinbeck, dal produttore televisivo Henry S. White, dal fotografo Robert Capa e dal vicepresidente della Rko, Phil Reisman. Si trattava di filmare i modelli di otto grandi sartorie da mostrare ai telespettatori statunitensi. Ciò avvenne in due giornate rivolte a una doppia tipologia di pubblico. «“Il primo giorno furono ripresi i giornalisti. Le redattrici di moda e le disegnatrici avevano indossato per l’occasione i loro abiti più eleganti, quasi tutte avevano i capelli pettinati all’insù e un trucco perfetto, e reggevano in mano taccuini d’appunti o rotoli di carta da disegno […] Il giorno dopo è stata la volta della società. Erano presenti duecento signore, tra le più belle, le più nobili di Parigi […] Le signore del pubblico non erano distratte solo dalle macchine da presa […] più che a guardare la sfilata erano impegnate a osservarsi tra di loro giudicando l’abito, l’acconciatura, il trucco che ognuna aveva scelto per comparire sul telone” (un termine che da solo denuncia la scarsa dimestichezza della Pezzi con il mezzo televisivo)».
Il 3 agosto 1955 altro colpo di scena: Dior tiene una lezione alla Sorbona! «Nessuno più oserà dire che la moda non è una cosa importante» chiosa Maria Pezzi.
L’11 agosto 1957 Dior muore a Montecatini e nella maison gli subentra Yves Saint Laurent, «magro, pallido, stupito, il bel viso da adolescente, un piccolo ramo di mughetto al risvolto della giacca, come una decorazione […] non aveva neppure la forza di sorridere, rimaneva immobile fra il delirio delle donne che lo baciavano, complimentavano, elogiavano». Maria ne rimase affascinata. «Da allora l’ho seguito costantemente con crescente ammirazione, e per tanti anni il mio guardaroba non ebbe che due forme: Saint Laurent e Missoni». Il suo ultimo articolo, nel 2002, riguardava la chiusura della maison di Avenue Marceau, oggi Musée Yves Saint Laurent.
Innumerevoli sono le collaborazioni da freelance, sia come disegnatrice che come giornalista, senza dimenticare la pubblicità. La sua firma compariva nelle testate più diverse: “L’Europeo”, “Settimo giorno”, “Bellezza”, “Illustrazione italiana”, “Novità”, “La Domenica del Corriere”…
Era un periodo fecondo di opportunità perché l’Italia si stava facendo strada con successo in un settore da sempre considerato dominio della Francia. A Maria ciò offrì l’occasione di passare dai settimanali ai quotidiani.
«Nel 1951 accadde un fatto che avrebbe dato un ruolo all’Italia nel panorama della moda internazionale e avrebbe cambiato gli itinerari stagionali delle giornaliste: nel febbraio, Giovanni Battista Giorgini organizzò a Firenze la prima sfilata di moda italiana per i compratori americani […] A Palazzo Pitti, nella mitica Sala Bianca, di fronte a un centinaio di sarti, confezionisti, acquirenti americani e europei e ai rappresentanti della stampa internazionale (e ovviamente italiana), ogni casa di moda aveva fatto sfilare solo 30 modelli» per incuriosire senza stancare il pubblico.
Si segnalarono un giovanissimo Roberto Capucci, Emilio Pucci, Ferragamo, e la novità fu il collegamento diretto fra industria tessile e atelier.
Nel 1954 Roma controbatte con otto sartorie consorziate Siam (Sindacato Italiano Alta Moda): Simonetta, Fabiani, Fontana, Ferdinandi, Schuberth, Mingolini-Guggenheim, Giovanelli Sciarra, Garnet. Nel parterre brillano le dive del cinema, con nomi come Ingrid Bergman, Eleonora Rossi Drago, Ava Gardner. L’anno prima il film Vacanze romane aveva messo a confronto lo stile paludato della moda in pompa magna e il disinvolto abbigliamento di Audrey Hepburn che girava con i capelli al vento seduta sulla Vespa di Gregory Peck.
Le indossatrici assurgono al ruolo di star e sono inseguite in via Veneto dai paparazzi che movimentano la vita mondana. A breve, nel 1960, Fellini immortalerà quel periodo nel film La dolce vita.
«Roma è un vivaio, un trampolino di lancio per le mannequin e nello stesso tempo una stazione di smistamento. Ci sono scambi internazionali continui: è una merce d’esportazione e d’importazione delle più ricercate».
Non era l’unica novità. Mentre un tempo «si facevano salti mortali e ridicoli, perché la ferrea legge del giornale era di non citare marchi di fabbrica» per non offrire pubblicità gratuita, finalmente la cosiddetta réclame diventava una risorsa e la pubblicità patinata entrava a pieno titolo nell’attrattiva dell’offerta.
Per Maria Pezzi col passare del tempo si era ampliato il giro di amicizie in ambito giornalistico e intellettuale, forse La Banda Pezzi a cui è dedicato il libro. «Il venerdì si riuniva ‘l’intelligenza e la mondanità milanese’, incontri in cui si parlava degli argomenti di attualità più diversi e che finivano immancabilmente con una cena al ristorante, il Bagutta o Le Colline Pistoiesi. Erano invitati l’imprevedibile Dino Buzzati, Giorgio Bocca, Emilio Radius, Silvio Bertoldi, Alberto Cavallari, Alfio Russo, Gaetano Afeltra, Arrigo Benedetti, Raul Radice, ma anche Carlo Giulini… Giorgio Scerbanenco, Alexander Ramek, Mariana Recca, Elisa Massai e, ovviamente, Camilla Cederna».
Nel 1960 Maria entrò nella redazione del “Giorno”. Erano anni di eventi importanti, come la nascita del prêt à porter, la gara tra Firenze e Milano per emergere come capitale della moda, il fiorire di mille piccole boutique fantasiose e trendy.
«Gli articoli erano normalmente illustrati con grandi tavole sempre più complesse, spesso pubblicate a doppia pagina e a colori. Maria usava una tecnica personale ed elaborata che richiedeva moltissimo tempo: partiva dal disegno, passava attraverso il collage, per arrivare infine alla colorazione del figurino». Si strinsero vari rapporti, principalmente con i Missoni, con “Vogue Italia”, con Guido Vergani che la volle come consulente per entrambe le edizioni del Dizionario della moda da lui curato.
Nel 2001 Maria Pezzi ricevette l’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana.
Morì a Milano il 10 aprile del 2006, all’età di 97 anni.
Esemplari alcuni titoli ed espressioni lapidarie di suoi articoli:
Attente signore, perché cambia tutto, Il mauve Vedova Allegra sarà presto di moda, C’era una volta un castello presso Parigi che si chiamava Corbeville, Linea Natascia, Le straniere vogliono vestire come le belle italiane, La Donna Vestita Da Albero, Le donne 1956 saranno statuette etrusche, Sono nate negli zoo le acconciature del 1961.
Importante rimase sempre la lezione di Arrigo Benedetti sugli incipit.
«L’idea di iniziare con una frase icastica che attirasse l’attenzione su qualcosa di particolare si affinò nel corso del tempo diventando sempre più efficace. Nel 1951, parlando per la prima volta della moda italiana, puntò l’attenzione sui compratori stranieri: “Dal 18 al 22 luglio Firenze è stata la succursale di New York”; l’anno successivo, sempre da Firenze, aprì con un’immagine curiosa: “Chi entrava nel salone del Grand Hotel di Firenze alle dieci di venerdì 18 gennaio, aveva l’impressione di trovarsi in mezzo a gente che facesse la cura del sole”. Nel 1953, segnalò il trasferimento a Roma delle sfilate di alta moda con uno stile notarile: “La moda italiana per l’inverno 1954 è nata a Roma domenica 19 luglio alle nove precise, in piazza di Spagna 32”».
Maria Pezzi non intendeva il giornalismo di moda come un bocconcino prelibato che solleticasse le papille con pettegolezzi e vita privata di protagonisti da tabloid, anche se decise ogni tanto di fornire qualche dato che connotasse i personaggi. Così «Hubert de Givenchy, “ventiquattro anni, due metri d’altezza”; Pierre Cardin, “pallido, biondo, serio (lo chiamano Chopin per una cert’aria fragile e romantica)”; Yves Saint Laurent, “magro, pallido, stupito, il bel viso da adolescente”».
Assai diverso fu lo stile delle colleghe Camilla Cederna e Oriana Fallaci.
Cederna «dal 1945 si occupava di servizi leggeri, faceva didascalie e parlava di mondanità e di costumi, irridendo i vezzi della nuova borghesia… L’industria della moda non rientrava, però, tra i suoi obiettivi di giornalista e soprattutto della moda la incuriosivano solo gli aspetti che potevano fare colore. Un certo tono salottiero fu la sua cifra anche a L’Espresso, dove tenne per anni la rubrica Il lato debole. Era il contrario di quello che attirava Maria Pezzi e che si leggeva nei suoi articoli. È abbastanza interessante verificare come due penne così diverse affrontassero l’argomento, mettendo a confronto il modo in cui trattare uno stesso tema, il pubblico delle sfilate, a proposito del quale Camilla Cederna nel 1955 scriveva da Parigi: “il 30 gennaio sono cominciati a Parigi quei singolari spettacoli che somigliano tanto ai balletti e che, per amore del documento pittoresco, è consigliabile vedere almeno una volta nella vita. Ecco le file serrate delle seggiole di legno nero o dorato nelle sale stupendamente fiorite e percorse dagli amari profumi distillati dalle sartorie, ecco sedute sulle sedie, sotto berretti di pelo, cappelloni di feltro e baschetti rossi, le straordinarie croniste di moda di tutto il mondo (in prima fila le più importanti, le americane, corrispondenti di celebri riviste patinate o di catene di giornali) e le francesi importanti per autorità e censo, meravigliose befane screpolate e nodose per l’artrite, quasi tutte vecchie, alcune quasi cieche, tutte sedute a gambe larghe con la sigaretta in bocca e una scatoletta d’argento in mano per raccogliere la cenere. Accanto a loro qualche uomo che si occupa di moda, uno orrido, gli altri barbuti; ecco i compratori stranieri, e tra loro il bellissimo americano biondo in giacca di lana corallo del quale tutti sanno che sta così dritto perché ha un tumore alla spina dorsale. Arcigne e vecchie vendeuse vestite di nero stanno in piedi tra le quinte a formare un coro malevolo, una barriera tra il pubblico e i segreti dell’atelier; piccole lavoranti corrono nei corridoi trascinandosi dietro enormi e flaccidi fantocci che sono le fodere di cotonina in cui sono avvolti i modelli”. Era una visione grottesca e un po’ gotica».
Oriana Fallaci così malignava su giornaliste e buyer: «“Quelle adorabili streghe si sono gettate su di lui strillando come cinciallegre spennate, lo hanno coperto di baci e di abbracci, se lo sono passato di pelliccia in pelliccia, stringendoselo al seno sorretto da dolorose guêpière, e infine l’hanno lasciato inebetito e felice nelle mani di Madame Raymonde, la première. La faccia di Monsieur era tutta sporca di rossetto, e alla giacchetta gli mancava un bottone”. L’articolo proseguiva con una intervista a Dior palesemente immaginaria […] Quelle notizie erano già state scritte e pubblicate da tanti, molto più famosi e influenti dell’esordiente giornalista italiana, ma soprattutto erano già state scritte e pubblicate dallo stesso Dior. Non era la prima volta che la Fallaci si occupava di lui, l’aveva fatto nel 1948 per Il mattino dell’Italia Centrale e anche allora con una molto sospetta “intervista lampo”. Pure in quel caso le risposte del couturier alle sue domande sembrano solo una sintesi di tutto quello che su di lui stavano scrivendo i giornali di mezzo mondo».
Commenta l’autrice, Enrica Morini: «Maria Pezzi non si sarebbe mai prestata né al gioco del crudele snobismo di Camilla Cederna, né a quello delle grossolane invenzioni di Oriana Fallaci. E non avrebbe mai pensato di poter definire una sfilata un “documento pittoresco”. Se Camilla Cederna e Oriana Fallaci consideravano la moda solo un obbligato rito di passaggio verso un giornalismo di tutt’altro genere (a cui approdarono entrambe, anche se con modalità molto diverse), Maria Pezzi vedeva nella moda il proprio mestiere […] Nelle corrispondenze francesi [ciò] si coglie soprattutto nei pochi riferimenti in cui accennò alla crisi che si nascondeva dietro ai sontuosi ricami e agli abiti da favola. Cominciò associando l’idea di crisi ai costi eccessivi degli ingressi e dei modelli. Già nell’estate del 1951 scrisse: “La moda è moribonda, se per un vestito ci vogliono 400.000 franchi. Ma come tutte le persone gracili e inutili, certo vivrà a lungo”».
Nel frattempo cambia il mercato della moda parigina e «alla fantasia, al granello di pazzia, che creava ‘atmosfera’; alle parole: lusso, eccentricità, fuori classe, si contrappongono parole pratiche come: economia, esportazione, prezzi contenuti, espansione».
Nell’elencare i giovani stilisti emergenti Maria dice che «ammirano le donne, ma non si direbbe che le amino. Le vogliono estremamente eleganti, ma non sensuali. Perciò nulla di aggressivo, di opulento: essi preferiscono accennare, velare e soprattutto stilizzare. ‘Il corpo è fuori moda’, scrive Pierre Cardin nel suo programma, ‘ora il corpo prenderà la forma del vestito e non viceversa’».
Lo sguardo si sposta sulla moda indossata, «quella che, scesa dalle passerelle, comincia a camminare per le strade e nei salotti, quella che aveva catturato il gusto delle donne». Con le lettrici si stabiliva un dialogo «fatto di suggerimenti, idee, notizie e soprattutto meravigliosi disegni sempre attenti alle novità della moda e ai cambiamenti del mondo femminile».

2. Maria Pezzi
Maria Pezzi

Questo universo di Maria Pezzi si colloca a metà strada fra il fashion glamour dei moderni stilisti e il primo made in Italy di Rosa Genoni, trionfatrice alla Esposizione Internazionale di Milano del 1906dove propose abiti di grande pregio ispirati alla tradizione dell’arte pittorica italiana rinascimentale, esclusivamente in tessuti italiani – e fondatrice nel 1909 del Comitato per una moda di pura arte italiana cui aderirono importanti imprenditori legati al tessile e all’abbigliamento. Rosa Genoni aveva dichiarato: «il nostro patrimonio artistico potrebbe servire di modello alle nuove forme di vesti e di acconciature, che così assumerebbero un certo sapore di ricordo classico ed una vaga nobiltà di stile […] Come mai nel nostro Paese da più di trent’anni assurto a regime di libertà, in questo rinnovellarsi di vita industriale ed artistica, come mai una moda italiana non esiste ancora?».
Tutte le strade portano a Roma, ma quelle della moda hanno spostato i riflettori su Milano, oggi al centro di grossi interessi economici oltre che di alto artigianato con la sua fashion week da delirio. Parafrasando Humphrey Bogart nel film L’ultima minaccia: «That’s the smart city, baby, there’s nothing you can do about it». È la moda, bellezza!

 

 

Recensione di Nadia Boaretto

0_9e7goFNadia Boaretto, residente fra Milano e Nizza (Francia). Laureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura, nella fattispecie di una importante compagnia marionettistica. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano. E’ attualmente attiva nel movimento a tutela dell’acqua pubblica, contro la privatizzazione

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