Il matrimonio dell’anno

L’organizzazione di un matrimonio, si sa, richiede impegno, tempo e denaro.
I futuri sposi e le loro famiglie vi si dedicano con amore al fine di rendere indimenticabile quello che diventerà “il giorno più bello”, quello che non si dimentica.
Ma quando gli sposi si chiamano Maria Antonia Giuseppina Giovanna d’Asburgo-Lorena e Louis Auguste de France, duca di Berry e Delfino di Francia, l’amore, la leva che muove (o dovrebbe muovere) il mondo scivola tristemente in fondo alla scala dei valori.

1. Gli sposi

Tra le dinastie regnanti, fino a tempi piuttosto recenti, le unioni erano decise sulla base di motivazioni politiche e gli sposi non erano altro che pedine sullo scacchiere internazionale, non si conoscevano personalmente se non il giorno delle nozze, ed erano costretti ad adattarsi al loro destino per sopravvivere nel difficile mondo delle corti. La ragion di stato che decise le nozze della quindicesima figlia dell’arciduchessa austriaca Maria Teresa con il futuro Luigi XVI, Delfino della nazione più potente d’Europa, era stata la necessità di contrastare le mire espansionistiche sul continente europeo della Prussia, grande nemica dell’Austria e coalizzata con l’Inghilterra dagli anni successivi alla pace di Aquisgrana.
Impegno, tempo e denaro non si contarono, ma basti pensare che dal momento in cui iniziarono le trattative tra le due corti alle nozze passarono circa quattro anni durante i quali a Vienna si lavorò instancabilmente per trasformare l’undicenne spensierata e vivace Maria Antonia nella futura regina di Francia. Re Luigi XV volle occuparsi personalmente della sua educazione e mandò a Vienna l’abate Vermond in veste di precettore; egli, pur rimanendo affascinato dal portamento aggraziato, dalla bellezza e dal buon cuore della giovane, nei suoi rapporti a Versailles la definì: «Svagata, disattenta, scatenata, irrequieta […] pur di facile intelligenza, non ha mai dimostrato la minima inclinazione a occuparsi di un argomento serio […]. Un po’ di pigrizia e molta leggerezza mi hanno reso ancor più difficile istruirla».
In un vortice di corrispondenza ufficiale, scambi di doni e ritratti dei due giovani, tentativi di Versailles di scoraggiare l’unione insistendo sui difetti del Delfino, definito dagli ambasciatori francesi privo di grazia e persino un po’ limitato di mente, rivalità reciproche per quelle che dovevano essere le rispettive competenze, si arrivò finalmente alla richiesta ufficiale di fidanzamento del 13 giugno 1769 che fissava la data delle nozze per il 19 aprile dell’anno successivo.
Fu un anno di panico per i sacri custodi delle usanze delle due corti ai quali spettava l’immenso lavoro di far coincidere usanze e costumi cerimoniali di una e dell’altra, di stabilire chi avrebbe dovuto accompagnare a Versailles la sposa del futuro re di Francia, di predisporre i posti a tavola nei banchetti previsti per i festeggiamenti nel rispetto delle gerarchie e via dicendo.
Un errore poteva determinare la catastrofe, specie se si fosse offesa la dignità di famiglie di antico e nobilissimo lignaggio.
Nonostante le finanze di entrambi i regni non permettessero grossi sprechi, non si badò a spese per l’organizzazione del matrimonio. Il corredo di Maria Antonia fu un trionfo di preziosi merletti provenienti da Malines, finissime tele e sete, e la dote fu fissata in 200.000 corone e gioielli per un pari valore. Da Versailles si rispose con l’acquisto di due berline da viaggio per il trasferimento in Francia della sposa, costruite con il legno più prezioso e imbottite internamente in pregiatissimo velluto, arricchite da pitture all’esterno: unite ad un corteo composto da un numero che oscillava tra i 48 e i 57 cocchi a sei cavalli e da 117 lacchè sontuosamente vestiti, la Francia, secondo alcune fonti, spese più di 350.000 ducati.

2. IL VIAGGIO

Il 19 aprile 1770 Maria Antonietta, dopo aver giurato sopra il Vangelo di rinunciare ai suoi diritti successori, entrò nella chiesa degli Agostiniani al braccio dell’arciduca Ferdinando, suo fratello, che rappresentava il Delfino. Dopo la formula di rito volo et ita promitto Ferdinando infilò al dito della sorella l’anello di rubini giunto da Versailles e da quel momento la sposa diventò ufficialmente Marie-Antoinette, Dauphine de France.
Il momento fatidico era giunto: il 21 aprile 1770, con tutto il suo sfarzoso seguito, una Maria Antonietta in lacrime lasciò definitivamente Vienna per andare incontro a quello che pensava essere un radioso destino.
Durante il lungo viaggio Maria Antonietta fece diverse tappe, fu ospite della nobiltà locale e partecipò ai molteplici ricevimenti in suo onore che alleviarono un po’ la sua tristezza, finché, dopo circa un mese, giunse nel luogo stabilito per la remise, un cerimoniale complicato, di alto valore simbolico e che probabilmente fece subito rimpiangere alla giovane l’atmosfera più distesa e meno formale della sua casa natale.
Le due corti avevano deciso che la “consegna” della sposa avvenisse in territorio neutro, ai confini tra i due regni nei pressi del fiume Reno. Era stata costruita appositamente una dimora di cinque stanze con doppio ingresso, uno rivolto verso l’Austria e l’altro verso la Francia. Il protocollo prevedeva che Maria Antonietta, entrata come Arciduchessa austriaca, dopo essersi spogliata dei suoi abiti, accessori, gioielli e lasciato alle spalle tutto il suo seguito, si rivestisse con il nuovo guardaroba giunto da Versailles e uscisse dalla porta francese per ripartire con un nuovo seguito, nuove carrozze e così via.
Al centro della “sala delle consegne” vi era un grosso tavolo che rappresentava simbolicamente il confine e qui la giovane venne subito accolta dalla sua nuova dama di compagnia, la contessa di Noailles. A questo punto Maria Antonietta, impressionata e comprensibilmente impaurita da tanto formalismo, scoppiò in lacrime tra le braccia della contessa, mostrandosi effettivamente per quel che era: una bambina di 14 anni, sola e senza più nulla di suo. Non uno spillo austriaco avrebbe potuto entrare in terra francese ed ella aveva dovuto abbandonare anche il suo cagnolino!
Il 14 maggio, dopo quasi un mese di viaggio, incontrò il suo sposo. Nel bosco di Compiégne venne accolta da Luigi XV al cui fianco stava «un bietolone grande e grosso di quindici anni, piantato là accanto al Re, che si limita a spostare il proprio peso da un piede all’altro» che lei, obbediente alle raccomandazioni materne, abbracciò affettuosamente senza però suscitare  alcuna reazione nel giovane, che a malapena alzò gli occhi da terra.
Dopo una tappa a Strasburgo dove assistettero ai sontuosi festeggiamenti in loro onore, giunsero a Versailles.
Qui Maria Antonietta rimase di stucco nel constatare la trascuratezza e il degrado della reggia e dei giardini che le erano stati dipinti come i più incantevoli del mondo. All’interno invece regnava una gran confusione, un andirivieni di dame, cortigiani, valletti, gatti, mercanti con le loro merci ma, ciò che sconvolse di più la frastornata Delfina, fu la vista di una dama riccamente abbigliata che stava orinando in un angolo del corridoio, tra l’indifferenza dei presenti. Turbata, chiese alla contessa di Noailles se fosse permesso dall’etichetta orinare in pubblico e lei freddamente rispose che non era proibito. Strano paese! E quante emozioni tutte insieme.

3. ABITI DI NOZZE

Il 16 maggio, giorno delle nozze, i due sposi percorsero il lungo tratto di strada dagli appartamenti reali alla cappella di Luigi XIV mano nella mano, lei in abito a “grand paniers” in broccato argenteo decorato con pietre preziose e uno strascico lunghissimo, retto da un numero imprecisato di paggi, lui vestito in raso bianco e tessuto d’oro nel quale pare avesse dichiarato di sentirsi «come un uccello impagliato».
Dietro di loro i principi reali e, a seguire, nobili di certificate dinastie di sangue blu, dame di corte in uno scintillio di gioielli, un grande sfoggio di abiti sontuosi e parrucche incipriate.
In Chiesa erano attesi dall’Arcivescovo di Reims che iniziò la cerimonia con la benedizione dell’anello nuziale e delle tredici monete d’oro come previsto dal rito cattolico.

4. La celebrazione

Il Delfino infilò all’anulare della sposa l’anello e le consegnò le monete come dono rituale. Poi entrambi si inginocchiarono per la recita del Pater noster mentre un baldacchino d’argento veniva tenuto sospeso sopra le loro teste e, infine, ricevettero la benedizione dell’Arcivescovo.
Anche la firma dell’atto nuziale era regolata da un rigido protocollo: la prima spettava al re e a seguire tutti i parenti in ordine gerarchico. Firmò anche Maria Antonietta naturalmente, e mentre stava scrivendo il suo nome una macchia di inchiostro cadde sulla pergamena macchiandola irrimediabilmente e questo fu interpretato dai presenti come un triste presagio.
Ma questa è un’altra storia.

5. Disegno
Maria Antonietta, disegno di Rosalina Collu

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

Un commento

  1. E vissero felici e contenti….Certo essere regina non era sempre una favola…se andava tutto bene te la cavaci scodellando una mezza dozzina di figli, sperando che fossero maschi… povera Maria Antonietta, accusata di non saper stuzzicare il marito bamboccione, vittima dei cerimoniali e dei rituali di corte, della ragion di stato e infine del furore dei rivoluzionari….questo articolo ci restituisce bene le “scene di un matrimonio” che di intimità ha avuto ben poco, delle umiliazioni a livello di dignità personale della sventurata delfina, ben restituita dal film che recentemente le è stato dedicato, presentandoci a vivaci colori un mondo di lussi vacui tra scelte di serici abiti, piume e crinoline, nastri e parrucche inverosimili, banchetti opulenti di tremolanti gelatine e dolci variopinti, ripudiati infine per le pastorellerie del piccoloTrianon… sembra di vedere una statuina in biscuit e porcellana tenera di Meissen o di Capodimonte… questa forse sarebbe il più’ somigliante monumento di Marie Anoinette…

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