Uno spaccato della storia italiana nei romanzi dimenticati di Romana Pucci

Iniziamo a conoscere la scrittrice, partendo dalla biografia. Romana Argia Maria nasce a Borgo a Buggiano (Pistoia) il 21 maggio 1928; è il paese della mamma Ada e dove vivono i nonni materni. Il padre Amulio Pucci è orfano, proveniente dalla zona di Navacchio (Pisa); era stato assunto come tecnico d’officina in ferrovia, ma poi preferì fare per 40 anni il fuochista sulle locomotive a vapore («Dritto davanti alla fornace, impalava trenta, anche quaranta quintali di carbone ogni turno») e più tardi il macchinista. La famiglia vive a Livorno finché la bambina ha tre anni, poi si trasferisce a Verona dove Romana inizia gli studi presso le Orsoline, come esterna. In estate di solito con la mamma e il fratellino Vinicio si reca in Toscana dai nonni: inizialmente nell’edificio scolastico nel centro del paese dove il nonno Sebastiano Pieri aveva insegnato tanti anni, poi – dopo il pensionamento – nella campagna circostante, luogo di passeggiate e scoperte.
La famiglia Pucci dal 1940 vive a Bolzano dove la figlia prosegue gli studi (prima alle magistrali, poi al liceo classico) e conosce il prof. Anselmo Bruni, docente di Storia e filosofia al liceo “Carducci”. Mentre il fratello – divenuto anche lui ferroviere – rimane a vivere e lavorare a Bolzano, dopo la maturità Romana si sposa e si trasferisce con il marito a Milano; nascono due figli, ma nel 1984 il matrimonio con il prof. Bruni finisce. La scrittrice muore a Milano il 10 novembre 1990.
Ancora studente scrive Il fuoco primordiale che le vale un ambìto riconoscimento al concorso “Sentiero dell’Arte” a Merano, dove il poemetto in endecasillabi viene definito una “rivelazione”, una “grande scoperta”; pubblica poi le raccolte poetiche: Notte e strada (Gastaldi, 1955) e, dieci anni dopo, Uomini sandwich (Gastaldi). Nel 1979 esce il primo romanzo: La volanda (Einaudi, Torino), grazie all’interessamento dell’amica Lalla Romano che lo aveva recapitato alla casa editrice ben otto anni prima. Nel 1983 pubblica il secondo e ultimo: L’uva barbarossa (Rusconi, Milano).
Con Adriano Vercelli scrive il testo teatrale L’estro del vino (data ignota, ma prima del ’79), andato in scena al teatro “Mancinelli” di Orvieto.
Le tracce su vita e opere della scrittrice sono estremamente labili, perché è presto scomparsa dai cataloghi delle case editrici per cui ha pubblicato e si possono leggere solo due recensioni poco esaurienti. Per chi la volesse almeno vedere e ascoltare risulta assai coinvolgente l’intervista su Rai 2 (caricata su YouTube il 23-1-18- non integrale) durante la trasmissione “Finito di stampare” condotta da Guido Davico Bonino; Romana Pucci – bionda cinquantenne, carina ed elegante – è insieme al giovanissimo Pier Vittorio Tondelli (1955- 91) reduce dal controverso debutto con Altri libertini. Siamo presumibilmente nel 1980; entrambi quindi parlano dei loro esordi letterari, degli autori che amano (lei predilige Cervantes) e ognuno esprime un giudizio sul lavoro dell’altro.
Di grande interesse risultano i due romanzi (mai ripubblicati) di Pucci perché offrono uno spaccato della sua vita giovanile – personale e familiare – in varie regioni italiane, grazie al forte autobiografismo, ma anche di un’epoca intera che comprende la sua infanzia, gli studi, i difficili momenti della guerra, le vicende vissute da quel babbo tanto amato che la chiamava affettuosamente “Topicchio”.
Entrambi i titoli meritano una spiegazione; la volanda è un vocabolo toscano che indica la parte più leggera e volatile della farina, ma anche la parte girevole della ruota di una macina o del mulino. L’uva barbarossa è un vitigno diffuso in Emilia da cui si produce un vino adatto all’invecchiamento. In tutti e due i romanzi l’autrice usa la I persona e narra gli eventi in ordine cronologico, ma con repentini ritorni al passato o anticipazioni, con frequenti digressioni e “distrazioni” alla maniera di Federigo Tozzi (Con gli occhi chiusi), operando delle trasfigurazioni, come lei stessa dichiara, e utilizzando molti dialoghi. Oltre all’io narrante, bambina e poi adolescente vivace, ribelle, inquieta, emergono la bella figura del nonno, un vecchio intellettuale incompreso e deluso che con la nipote ha un amichevole rapporto di complicità, e il babbo, un grande lavoratore, attaccato alla famiglia, risparmiatore, ma anche ingenuo e vinto da una serie di eventi più grandi di lui. Se la vera protagonista della Volanda è lei con le sue curiose amicizie, con i suoi colpi di testa, con le sue stravaganze, il padre è la figura centrale del secondo romanzo in cui lo vediamo progressivamente perdere la gioia di vivere, gli interessi (come la lettura e il giardinaggio), chiudersi in sé stesso, nel triste paesaggio di Bolzano e nel tragico periodo bellico. Un giorno avviene un fatto terribile e inspiegabile: sulla porta di casa viene ferito gravemente a un braccio da un colpo di arma da fuoco, e da allora la sua vita non sarà più la stessa. Non si capisce se c’entri la politica (siamo ai primi di maggio del 1945), ma in seguito sarà premiato come “partigiano” (anche se non lo è mai stato); lettere minatorie e sguardi ostili lo porteranno direttamente dal generale Alexander per restituire una onoreficenza che pensa di non meritare. Dopo ulteriori amarezze e delusioni (fra cui l’epurazione), fu nominato cavaliere, ma era un uomo semplice, che andava a piedi o in bicicletta, «preferiva mutarsi in uva barbarossa». È con la sua presenza malinconica che si chiude il romanzo, nell’ultima vacanza che padre e figlia (ormai adulta) trascorrono insieme, nella laguna di Marano in Friuli.
Lo stile di Romana Pucci è molto personale, in una alternanza di periodi brevi, frammentari, ellittici, e lunghi, articolati; il lessico poi è concreto, un vero plurilinguismo, anche se prevale il toscano popolare, rielaborato in modo assai originale, ricco di onomatopee, personificazioni, metafore, enumerazioni. Alcuni esempi:« l’attimo veggente», «cucciolavo ammusando sotto la tovaglia», «Verona chioccolava», «(le donne) impezzuolate», «(il pollo) sparnazzava», «gialleggiano i fiorellini della rapa». Nell’intervista citata afferma che non si è ispirata ad alcun modello letterario, ma ha cercato di lavorare molto sui dialoghi, grazie all’esperienza maturata nel teatro e nel confronto con attori e attrici.
Per farla rivivere e rileggere – almeno nei luoghi tanto amati della sua infanzia – è stato organizzato il 7 dicembre 2019 un incontro pubblico nella Sala consiliare del Comune di Borgo a Buggiano, la sua cittadina natale.

Foto 1.Sala consiliare-Borgo a Buggiano-evento del 7.12.2019.Laura Candiani, Alfio Pellegrini, Vincenza Papini

L’idea è partita dal gruppo di lettura LeggerMente che gravita intorno alla ben fornita biblioteca comunale; io ho accettato volentieri di proseguire le mie ricerche sulle donne da valorizzare e di avvicinarmi a questa scrittrice che non conoscevo, realizzando una piccola pubblicazione. È stata, come mi accade di solito, una sorpresa e ancora una volta la dimostrazione che le tracce femminili sono effimere, volatili (come la “volanda”), passano in fretta. Mi viene in mente un facile paragone: quando uscì nel 1975 Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli era impossibile non leggerlo e non discuterne, oggi chi lo ricorda? Ma potrei continuare citando Fausta Cialente, Milena Milani, Luce d’Eramo, Gianna Manzini, Alba de Cespedes, fino ad arrivare a Lalla Romano che ebbe a definire quelle di Romana Pucci «le opere di un poeta». La serata ha riscosso un bel successo per le numerose presenze e per gli interventi di “borghigiani/e” a diretta conoscenza dei luoghi citati nei libri e con ricordi personali dell’ambiente storico-sociale descritto. Non poteva mancare il richiamo alla mia guida La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne (realizzata con Toponomastica femminile) in cui sono tratteggiate altre figure femminili di interesse locale, come Eulalia Carozzi Sannini (fondatrice di un educandato per ragazze povere), Matilde Morozzo della Rocca (benefattrice e patriota), Lina de Marchi (artista in molteplici campi), educatrici stimate, imprenditrici, e poi bottegaie, setaiole, fanghine, berrettaie, artigiane, e l’elenco potrebbe continuare. Anche qui, in una comunità dalla lunga storia, vivace culturalmente e con una spiccata vocazione commerciale, le donne sono state il sostegno economico delle famiglie e hanno avuto un ruolo di primo piano nella vita cittadina, che abbiamo il dovere di far conoscere con iniziative pubbliche come questa.

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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