Donne d’Africa

Il 25 maggio si celebra la Giornata dell’Africa. La ricorrenza fornisce lo spunto per ricordare quanto già è noto ormai da tempo riguardo all’origine del genere umano. È oggi universalmente accettata in sede scientifica la teoria della genetista e antropologa americana Rebecca Cann, che si impose all’attenzione mondiale quando nel 1987 pubblicò sulla rivista “Nature” la ricostruzione di un albero evolutivo attraverso il quale si risale a un’antenata comune per l’intera popolazione umana, una Magna mater battezzata Eva africana, che sarebbe vissuta tra i 150.000 e i 200.000 anni fa in Africa. La comunità scientifica internazionale veniva così a sapere che il Dna mitocondriale, il materiale genetico che si eredita esclusivamente per via materna, dei quasi otto miliardi di esseri umani che popolano il pianeta deriva da una donna alla quale è stato dato, in alternativa, il nome di Eva mitocondriale, una Eva – come poi confermato da molti altri studi – che ha ben poco in comune con la Eva della Bibbia. La clamorosa rivelazione di Rebecca Cann veniva a confermare, a distanza di pochi anni, l’origine africana del genere umano, fatta propria dai paleoantropologi che il 24 novembre del 1974 avevano ritrovato in Etiopia il più antico scheletro umano, appartenente a una donna, che sulle note di una popolare canzone dei Beatles era stata chiamata Lucy. Quel ritrovamento autorizzava a pensare che la matriarca ovvero la capostipite della nostra stirpe, un ominide di poco più di un metro di altezza, con una capacità cranica di 550 centimetri cubici, fosse vissuta tre milioni di anni fa nel cuore dell’Africa, il che da allora ha meritato al Continente nero l’appellativo di “culla dell’umanità”, anche se altri ricercatori hanno poi spostato a sud dell’equatore l’area di origine dei nostri progenitori. 

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Lucy

A parte l’inevitabile riferimento antropologico, vien fatto di chiedersi quale sia al giorno d’oggi la reale condizione della donna nel Continente nero. Ed è una situazione che non rende certo merito al titolo di nobiltà che le donne in Africa si sono guadagnate come nostre remotissime capostipiti. Nel continente africano, in qualsiasi settore, la donna è ancora lontana da una vera emancipazione a causa di una società inveterata di stampo prettamente patriarcale e maschilista. Dove più dove meno persistono le disuguaglianze di genere, un tunnel di cui a stento si intravede l’uscita, cioè la parità tra i sessi. A parte qualche spiraglio di luce evidente tra le arabe dell’Africa mediterranea, a sud del Sahara la stragrande maggioranza delle donne di colore sono ancora prive di quei diritti fondamentali e inalienabili che altrove nel mondo sono patrimonio comune già da molti decenni. La discriminazione di cui sono oggetto le donne si riflette nel campo dell’istruzione. Il tasso di analfabetismo è abbastanza elevato. La disparità di trattamento, che oggi solitamente chiamiamo (siamo soliti-maschile chiamare) gender gap, colpisce le donne fin dalla nascita. Presso non poche popolazioni una bambina che viene al mondo è sentita come una sventura. Alle donne viene sistematicamente negato il diritto allo studio, costrette come sono a restare a casa per attendere alle faccende domestiche o, in molti casi, a doversi sobbarcare a estenuanti viaggi per procurare l’acqua per tutta la famiglia. Le donne non solo non godono di un’adeguata assistenza medica ma sono anche facili prede di individui senza scrupoli e vittime di violenze e di stupri che restano regolarmente impuniti. La situazione lavorativa è altrettanto preoccupante. Sulle spalle delle donne africane grava il peso del 70% del lavoro nei campi grazie al quale producono il 90% degli alimenti. Pure, le donne faticano a trovare un posto nel pubblico impiego e, anche quando vengono assunte, sono costrette a praticare le mansioni più umili e umilianti, e sono sottopagate con salari da fame, tra i più bassi al mondo. 

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Madagascar. Madre al mercato. Foto di Maria Pia Ercolini

Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo il 50% delle donne in età lavorativa ha un’occupazione (contro il 77% degli uomini), e solo il 5% dei manager africani è donna. Anche in campo politico si registra ancora una sostanziale emarginazione. Soltanto il 25% dei parlamentari africani è di sesso femminile. Un dato ancor più allarmante è la mortalità materna, un triste primato mondiale dell’Africa subsahariana, dove si muore di parto più che in qualsiasi altra area del pianeta poiché le donne partoriscono in condizioni disagiate senza le dovute cure sanitarie. Qui, su 100.000 nascite, si registrano 510 decessi. Le donne devono poi sottostare passivamente ad antiche tradizioni come le mutilazioni genitali. È una vera piaga sociale conosciuta con il triste nome di infibulazione. Una pratica sciagurata, ancestrale e cruenta, che un personaggio politico di rilevo, quale Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dal 1984 al 1987, difendeva con  termini oltremodo inquietanti: «L’infibulazione è un tentativo di conferire alle donne uno status di inferiorità, marchiandole con un segno che le svaluta ed è un continuo ricordar loro che sono solo donne, inferiori agli uomini, che non hanno alcun diritto sui propri corpi.»Parole che fanno rabbrividire, eppure avvalorano un triste rito ancora diffuso in almeno 27 Paesi africani, vale a dire nella metà degli Stati del continente, e che condanna quasi il cento per cento della popolazione femminile in Somalia, che per bocca dell’antropologo Léonce de Villeneuve si guadagna l’infelice epiteto di “Paese delle donne cucite”. Un’abominevole crudeltà, la mutilazione degli organi genitali, convalidata da un’atavica giustificazione culturale, contro la quale le donne sembrano impotenti a battersi.
Essere donna in Africa è una strada ancora tutta in salita, un percorso reso tutt’altro che agevole dagli spinosi ostacoli che incontra quotidianamente. Le donne hanno ancora molto da lottare per il raggiungimento dei propri diritti, impedite da strutture sociali che nel loro radicalismo spesso sono refrattarie a qualsiasi ipotesi di cambiamento. E anche in un Paese come il Ghana, che sancisce nella propria carta costituzionale parità di diritti fra uomo e donna, tale uguaglianza di principio a stento trova rispondenza nel tessuto urbano, laddove nei villaggi e nelle campagne la situazione non è dissimile da quella di molte altre regioni del continente. Nonostante un quadro sostanzialmente negativo, qualcosa si muove, sia pure tra mille difficoltà. Timidi spiragli, che lasciano ben sperare per l’avvenire, si colgono, ad esempio, nella sfera artistica, un universo tutto da scoprire. Molte donne artiste, come risvegliandosi da un sonno secolare, cominciano a far parlare di sé, non poche di esse, fino ad anni recenti quasi del tutto ignorate, hanno acquisito una certa notorietà sulla ribalta internazionale. Certo, se è dura la vita degli artisti nel Continente nero, lo è ancora di più per  migliaia di donne che fanno arte per passione, ma che sono doppiamente penalizzate. «In quanto donne, siamo molto sminuite. Non ci danno molta importanza, si pensa che non possiamo fare più degli uomini. Se vogliamo andare avanti, noi donne, con l’arte, dobbiamo lavorare soprattutto in associazione. Non solo gli uomini possono fare questo mestiere, anche le donne possono.» Si legge in una sorta di manifesto presentato alla Biennale d’arte contemporanea di Dakar, la capitale del Senegal. Ed è sorprendente sapere che nel cuore dell’Africa nera, a Tiebelè, in Burkina Faso, esiste un villaggio dove le donne decorano i muri delle case con eleganti e precise forme geometriche che riproducono elementi della natura, animali, simboli familiari. Le ragazze non sono pittrici improvvisate: le più anziane insegnano il mestiere alle più giovani, che lavorando con la massima attenzione e scrupolosità creano grandi murales con un impasto di argilla, fango e gesso o sterco di vacca. Le donne-pittrici Gurunsi, l’etnia locale, hanno nel sangue la passione per la pittura murale e danno libero sfogo alla fantasia realizzando capolavori unici e irripetibili, differenti l’uno dall’altro. Il villaggio delle case dipinte, che sembra uscito da una fiaba, incanta turisti/e e appassionati/e d’arte di tutto il mondo. Anche le donne del villaggio Makwacha, nel Congo, sono famose per la bellissima arte di dipingere le loro case, un lavoro creativo che svolgono con grande maestria. C’è di più. I muri del Cairo, di Alessandria e di altre città egiziane sono tappezzati di graffiti realizzati da mani femminili. Sono donne che si servono dell’arte underground per ribaltare la società patriarcale inneggiando al riscatto e alla rinascita del loro sesso. A Juba, la capitale del Sud Sudan, il più giovane Stato africano, nato nel 2011, tra i numerosi murales firmati da una giovane e sensibile artista, Ana Taban, fa bella mostra uno che raffigura un treno con la scritta a più colori Peace

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Il murale di Ana Taban

È un messaggio che invita a guardare con fiducia al futuro delle donne africane, con la certezza(certi-maschile) che l’arte è uno dei mattoni necessari per costruire il muro della sospirata parità di genere in tutto il continente.

In copertina. Rasd (Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi) Madre e figlia in cammino. Foto di Maria Pia Ercolini

 

Articolo di Florindo Di Monaco

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Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

7 commenti

  1. Salve, ho lasciato un commento alcune ore fa ma non lo vedo. In quest’articolo si attribuisce a Sankara la difesa dell’infibulazione, mentre Sankara era assolutamente contrario e ne definiva lo scopo (nella frase citata) invitando le donne a interrompere questa pratica mortificante che mutila con dolori atroci per compiacere un volere maschile di sottomissione delle donne. Insomma la frase di Sankara è stata interpretata in modo esattamente contrario al suo scopo. Se poteste correggere sarebbe ottima cosa, oltre che giusta. Grazie. Patrizia Cecconi

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    1. Leggo “le donne sembrano impotenti a battersi” quando invece alcune coraggiose come la kenyana Nice Nailantei Leng’ete stanno portando avanti campagne anti infibulazione di risonanza internazionale.
      E poi “costruire il muro della sospirata parità di genere in tutto il continente”
      cozza con il concetto che la parità NON si costruisce CON i muri ma ABBATTENDO MURI e forse le donne africane decorano i muri per nasconderli come tali e trasformarli in “tele di mattoni” e per smantellare il concetto di barriera.
      Il tema mi sta a cuore perché ho conosciuto Nice Nailantei Leng’ete che seppe spiegare bene la condizione femminile in Africa.

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      1. Chiedo scusa, ma avevo male interpretato il senso della frase di Sankara. Non sta a me adesso rettificare, ma alla Redazione. .Prego cortesemente la Redazione di modificare così il testo cambiando solo poche parole:
        >> Una pratica sciagurata, ancestrale e cruenta, che un personaggio politico di rilevo, quale Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dal 1984 al 1987, condannava con forza: «L’infibulazione è un tentativo di conferire alle donne uno status di inferiorità, marchiandole con un segno che le svaluta ed è un continuo ricordar loro che sono solo donne, inferiori agli uomini, che non hanno alcun diritto sui propri corpi.». Parole che danno la misura di un triste rito… <<
        Grazie a te, Patrizia, per avermi rettificato il senso della frase. Di qui l'utilità di un confronto. Florindo Di Monaco

        Grazie

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