Guerra fredda, Terza fase. America latina II

Capitolo15_indice01_Vitamine

Negli anni Sessanta e Settanta in molti Paesi dell’America Latina la politica di Washington prende il nome di desarrollista, ovvero finalizzata a un rapido sviluppo industriale in senso competitivo verso il mercato globale, smantellando completamente ogni forma di tutela per le fasce sociali più deboli. Questa linea si spiega tenendo a mente che l’America Latina è sempre considerata, dagli Stati Uniti, come il proprio cortile di casa, su cui hanno diritto agire liberamente per tutelare i propri interessi e difenderli dalla minaccia comunista. Tutto ciò, infatti, accade nel contesto internazionale della guerra fredda, aggravato dai problemi di sicurezza militare e di prestigio internazionale, problemi che la Casa Bianca vede amplificarsi dopo la Rivoluzione cubana. Convinzione radicata negli Usa è, inoltre, quella secondo cui i popoli sudamericani, e non solo quelli indigeni, siano privi delle premesse sociali e soprattutto culturali per mettere in atto la democrazia. Dunque questa democrazia non potrà esistere fino a quando non sarà stato raggiunto un sufficiente grado di sviluppo industriale, che potrà nascere soltanto sotto il controllo (diretto o indiretto) di Washington. Desarrollismo e neoliberismo, perciò, costituiscono sul piano sociale l’antitesi del populismo classico: mentre quest’ultimo aveva costruito un rapporto diretto tra leader e masse popolari, le nuove forme di governo danno valore ai ceti ricchi e medi escludendo quelli più poveri. La strategia di interventi militari statunitensi “indiretti” (cioè effettuata non dai marines ma dagli eserciti locali, addestrati e finanziati dalla Cia) applicata in America Latina negli anni Settanta, fu ideata da Henry Kissinger (segretario di Stato Usa sotto il governo Nixon) e prende il nome di Operazione CondorCuba è l’esempio più classico e famoso di lotta armata riuscita contro l’imperialismo. Il più noto esempio di lotta pacifica e legalitaria è fornito dall’esperienza cilena, una scommessa tragicamente perduta. Il Cile è un Paese lungo e stretto, che si estende dal deserto di Atacama fino alla Terra del Fuoco ed è chiuso tra la Cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico. La condanna del Cile deriva dall’essere il maggior produttore di rame al mondo. Nel lontano 1952, Ernesto Guevara de la Serna, argentino ventiquattrenne, aspirante medico ma allora non ancora laureato, percorre tutto il continente in motocicletta. Nel suo diario, intitolato Latinoamericana, Guevara parla del Cile e descrive la miseria dei campesinos e dei mineros in una terra rubata agli indios di etnia Inca, Mapuche e Araucana in cui alle elezioni vincono sempre i partiti conservatori, asserviti agli interessi degli Stati Uniti e delle multinazionali. Guevara parla anche di un uomo che si candida alle elezioni presidenziali del 1952 a capo del partito socialista, ma ovviamente perde. Quest’uomo si chiama Salvador Allende. Passano gli anni e in Cile, come in tutta l’America, continuano a vincere i conservatori. Nel 1959 a Cuba viene rovesciata la dittatura di Batista e «il bordello d’America» chiude le porte al turismo sessuale nordamericano per dar vita all’unico sistema socialista d’Occidente. Con l’attacco alla Baia dei Porci del 1961, la Cia tenta di rovesciare il nuovo governo cubano ma la popolazione lo difende e ne impedisce la caduta. L’inverno del 1970 è per il Cile un momento di grande fermento. Tre anni prima Ernesto Guevara, ormai diventato el Che, è stato ucciso in Bolivia. La sua faccia è sui manifesti di tutti i Paesi. I movimenti popolari sorgono come funghi in tutto il mondo. L’America Latina è in subbuglio. Il Cile si prepara alle elezioni presidenziali. All’inizio del 1970 una manifestazione operaia viene repressa nel sangue dall’esercito guidato dal generale Augusto Pinochet. Per una volta, la sinistra si candida unita in una coalizione chiamata Unidad Popular che raccoglie socialisti, comunisti e gruppi della sinistra rivoluzionaria. L’Unione Sovietica non prende posizione. La partecipazione popolare raggiunge livelli mai visti prima. Il candidato alle presidenza della Repubblica per la Unidad Popular è di nuovo Salvador Allende. Le elezioni cilene tengono il mondo intero con il fiato sospeso. La Unidad Popular gode dell’appoggio del cantautore Victor Jara e dei gruppi Quilapayún e Inti-Illimani. Ma non ha speranza di vincere, i conservatori ne sono sicuri. Per sostenere Allende, si reca in Cile niente meno che Fidel Castro in persona. Tra Fidel e Allende c’è una grossa divergenza d’opinioni, che diventerà una scommessa sul futuro: secondo Fidel il socialismo si costruisce solo con le armi e in modo autoritario, secondo Allende invece ci si può riuscire anche attraverso la democrazia e senza togliere i diritti politici a nessuno. Visto il fascino che Cuba esercita su tutto il continente e temendo che questo influenzi l’elettorato cileno, la Cia finanzia la campagna dei partiti conservatori. Nelle strade si sente cantare El pueblo unido jamás será vencido, tutti i giradischi emanano la voce di Victor Jara che elogia la Rivoluzione cubana e quella degli Inti-Illimani che cantano «esta vez no se trata de cambiar un presidente, será el pueblo que construya un Chile bien diferente». Il 4 settembre si tengono le elezioni. Il risultato è sconvolgente. I conservatori perdono clamorosamente. La Unidad Popular è primo partito, un evento storico mai visto in America. Il mondo rimane a bocca aperta. Allende è avvolto in un tripudio di folla. La frase degli Inti-Illimani «con la Unidad Popular ahora somos gobierno» non è più solo una canzone. Ma, nonostante sia primo partito, la Unidad Popular ha preso solo il 36% dei voti: la Costituzione cilena prevede che, in assenza di una maggioranza assoluta, sia il Parlamento a decidere a chi assegnare la poltrona presidenziale. In breve tempo il Parlamento emana il suo verdetto: Salvador Allende è nominato presidente in cambio della promessa di rispettare la Costituzione (scritta dai conservatori) garantendo il libero mercato e mantenendo la proprietà privata, ovvero non espropriare i latifondi e non nazionalizzare le miniere di rame. Allende accetta l’incarico. Console del Cile durante il governo di Unidad Popular è il poeta comunista Pablo Neruda, caro amico di Allende e reduce della guerra di Spagna. Allende crede di aver vinto la scommessa con Fidel: il socialismo si può raggiungere anche per via democratica. La Storia lo smentirà. Il governo di Allende rende obbligatoria per chiunque e gratuita la scuola statale, pone un calmiere sui beni di consumo e, contrariamente alle promesse fatte ai conservatori, espropria i latifondi e nazionalizza le miniere di rame. Con i ricavati alza i salari di operai e minatori. Cooperative operaie e agricole gestiscono l’economia al posto dei vecchi padroni. Queste forzature istituzionali costituiscono l’unico modo possibile per compiere riforme democratiche in un Paese da sempre in mano ai conservatori. I quali chiedono aiuto a Washington. Gli Stati Uniti negano un intervento militare diretto per non minare ulteriormente il loro già scarso consenso nel continente, ma la Cia manda in Cile armi e soldi. Gruppi di destra iniziano a sabotare le infrastrutture per togliere credibilità al governo. Gli Stati Uniti abbassano drasticamente il prezzo del rame sul mercato. Per Allende tenere i salari alti è impossibile se il rame, da cui il Cile dipende, costa pochissimo. Così il Cile si ritrova con il cappio al collo. La Cia finanzia i camionisti per scioperare paralizzando il Paese e la stampa cilena per screditare il governo. Iniziano a scarseggiare farmaci e generi alimentari. Cuba non può aiutare il Cile perché è anche lei soffocata dall’embargo e sopravvive grazie agli aiuti sovietici. Ma Allende non è e non vuole diventare un satellite di Mosca. Così il consenso verso il governo socialista cala sempre più. Preso per la gola, il Cile è in ginocchio. E la tensione cresce. Le famiglie conservatrici iniziano i cacerolazos contro il governo. L’opposizione, che ha sempre più seguito, chiede le dimissioni del presidente. Ma lui rifiuta. Dichiara che lascerà il palazzo della Moneda solo quando avrà finito il mandato che il popolo gli ha assegnato. La tensione è alle stelle. La mattina dell’11 settembre 1973, dopo mille giorni di governo Allende, l’aria è strana. Le comunicazioni via radio sono interrotte. I trasporti non funzionano. Le linee telefoniche tra Santiago e Valparaíso sono bloccate. Ci sono movimenti strani nelle strade di Santiago. Il porto di Valparaíso è chiuso. I militari si aggirano irrequieti. Aspettano ordini. Salvador Allende saluta la famiglia e si reca nel suo ufficio molto presto con pochi fedelissimi. La piazza del palazzo presidenziale è presidiata dai militari. Intanto sono in corso le trattative tra la polizia, fedele al governo, e i capi dell’esercito, che, svolgendo ciò per cui la Cia li ha pagati, tradiscono il proprio Paese progressista in nome della sua stessa Costituzione conservatrice. Nel giro di qualche ora, visti i rapporti di forza, la polizia si arrende. L’esercito intima al presidente di lasciare il palazzo. Allende rifiuta. Pronuncia il suo ultimo discorso alla radio: 

«Seguramente, ésta será la última oportunidad en que pueda dirigirme a ustedes. La Fuerza Aérea ha bombardeado las torres de Radio Magallanes. […]  Mis palabras no tienen amargura sino decepción. Que sean ellas un castigo moral para quienes han traicionado el juramento que hicieron: los soldados de Chile […] Ante estos hechos, sólo me cabe decirle a los trabajadores: ¡Yo no voy a renunciar! Colocado en un tránsito histórico, pagaré con mi vida la lealtad al pueblo. Y les digo que tengo la certeza de que la semilla que entregáramos a la conciencia digna de miles y miles de chilenos, no podrá ser segada definitivamente. Tienen la fuerza, podrán avasallarnos, pero no se detienen los procesos sociales ni con el crimen ni con la fuerza. 

La historia es nuestra y la hacen los pueblos. 

Trabajadores de mi patria: quiero agradecerles la lealtad que siempre tuvieron, la confianza que depositaron en un hombre que sólo fue intérprete de grandes anhelos de justicia […]. En este momento definitivo, el último en que yo pueda dirigirme a ustedes, quiero que aprovechen la lección. El capital foráneo, el imperialismo, unido a la reacción, creó el clima para que las Fuerzas Armadas rompieran su tradición, […] esperando con mano ajena reconquistar el poder para seguir defendiendo sus granjerías y sus privilegios.  Me dirijo, sobre todo, a la modesta mujer de nuestra tierra, a la campesina que creyó en nosotros, a la obrera que trabajó más, a la madre que supo de nuestra preocupación por los niños. Me dirijo a los profesionales de la patria, a los profesionales patriotas, a los que hace días estuvieron trabajando contra la sedición auspiciada por los Colegios profesionales, colegios de clase para defender también las ventajas que una sociedad capitalista da a unos pocos. Me dirijo a la juventud, a aquellos que cantaron y entregaron su alegría y su espíritu de lucha. Me dirijo al hombre de Chile, al obrero, al campesino, al intelectual, a aquellos que serán perseguidos, porque en nuestro país el fascismo ya estuvo hace muchas horas presente […].  Seguramente Radio Magallanes será acallada y el metal tranquilo de mi voz ya no llegará a ustedes. No importa. La seguirán oyendo. Siempre estaré junto a ustedes. Por lo menos mi recuerdo será el de un hombre digno que fue leal con la Patria.  El pueblo debe defenderse, pero no sacrificarse. El pueblo no debe dejarse arrasar ni acribillar, pero tampoco puede humillarse. Trabajadores de mi Patria, tengo fe en Chile y su destino. Superarán otros hombres este momento gris y amargo en el que la traición pretende imponerse. Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, de nuevo se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor. ¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que, por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición.»

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Radio Magallanes. 

Ecco la traduzione:

«Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità che ho per rivolgermi a voi. L’aviazione ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.  […]  Le mie parole non contengono amarezza ma delusione. Che siano un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento che hanno fatto: i soldati del Cile […] Davanti a questi fatti, ho solo il tempo di dire ai lavoratori: io non mi dimetterò! Trovandomi in un momento storico di passaggio, pagherò con la mia vita la lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo consegnato a magliaia e migliaia di cileni non potrà essere estirpato definitivamente. Hanno la forza, ci potranno sottomettere, ma i processi sociali non si arrestano né con il crimine né con la forza. La Storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia patria, voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, la fiducia che avete riposto in un uomo che è stato solo inetrprete di grandi aneliti di giustizia. In questo momento definitivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che capiate la lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alle forze reazionarie, ha creato il clima perché le forze armate rompessero la loro tradizione, […] aspettando di riconquistare il potere con mano altrui per continuare a difendere i propri profitti e i propri privilegi. Mi rivolgo soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che ha creduto in noi, all’operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha saputo del nostro interesse per i bambini. Mi rivolgo ai lavoratori della patria, ai professionisti patrioti, a quelli che da giorni si sono impegnati contro la sedizione sostenuta dalle lobby, gruppi di classe che avevano l’obiettivo di difendere i vantaggi che una società capitalista concede a pochi. Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che hanno cantato e messo a disposizione la propria energia e il proprio spirito di lotta. Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, perché nel nostro Paese il fascismo è presente già da molto tempo […].  Sicuramente Radio Magallanes sarà messa a tacere e il suono tranquillo della mia voce non vi arriverà. Non importa. Continuerete ad ascoltarla. Sarò sempre con voi. Per lo meno il ricordo di me sarà quello di un uomo degno che è stato leale verso la Patria.  Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve essere abbattuto né crivellato di colpi, ma non può nemmeno umiliarsi. Lavoratori della mia Patria, ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Voi andate avanti sapendo che, molto più presto che tardi, si apriranno di nuovo i grandi viali dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo!| Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, saranno una lezione morale che punirà la codardia e il tradimento».

Rombi e spari accompagnano le sue parole, che solo pochi riescono a sentire perché la linea è sabotata. Gli viene offerto di lasciare il Paese insieme alla famiglia e la giunta militare prenderà il suo posto. Rifiuta di nuovo. Chiede al suo popolo di non resistere per evitare una sanguinosa e inutile guerra civile. Si affaccia su una piazza piena di soldati schierati. Alcuni delegati del presidente escono per tentare una trattativa con i golpisti: di loro non si avrà più nessuna notizia. Inizia l’attacco vero e proprio.  La Moneda viene bombardata dagli aerei militari. 

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La Moneda 

Dalle finestre del centro di Santiago, le famiglie ricche filostatunitensi applaudono gli aerei che bombardano il palazzo del loro stesso governo. I soldati entrano. Allende è asserragliato in un piano alto. Non può difendersi, anche se probabilmente è armato. Scende le scale con i pochi che gli sono rimasti vicino. Il suo corpo crivellato di proiettili sarà portato via dall’uscita posteriore del palazzo. Così Allende perde tragicamente la scommessa con Fidel. Nel pomeriggio la radio ricomincia a funzionare. Il generale Augusto Pinochet spiega senza vergogna di aver compiuto un gesto patriottico volto ad evitare spargimento di sangue e a estirpare il cancro marxista e intima alla popolazione di rimanere in casa. Nessuno resiste. Regna soltanto la paura. Chi prima ha sostenuto la Unidad Popular adesso tace. Presa per fame, la democrazia cilena è finita. La Democrazia Cristiana guidata da Frei, che in un primo momento aveva appoggiato le riforme di Unidad Popular, ora sostiene i golpisti. Persecuzioni, torture e omicidi di massa si abbattono sugli iscritti ai partiti di sinistra. Lo stadio di Santiago diventa luogo di detenzione e fucilazione per migliaia di persone, tra cui il cantautore Victor Jara. Oggi lo stadio porta il suo nome. Gli Inti-Illimani invece il pomeriggio dell’11 settembre sono a Roma per un concerto: è qui che ricevono la notizia che non potranno più tornare nel loro Paese. Sono i primi rifugiati cileni in Italia. Saranno per sempre i cantori di un Cile che non c’è più. Pinochet si autoproclama presidente prima della giunta militare e poi anche della Repubblica. Coprifuoco, uccisioni a freddo e sparizioni sono all’ordine del giorno, in quello che poco prima era il Paese più libero dell’America meridionale. Testimonianze successive renderanno tristemente famoso il nome di Villa Grimaldi, dove numerosi detenuti (sia uomini che donne) subiscono atroci torture nel silenzio prima che venga reso ufficiale il loro arresto. Ad essere torturati uccisi e fatti sparire non sono solo giovani rivoluzionari ma anche cattolici e alcuni preti. Mentre il Vaticano tace, la chiesa cattolica cilena, sconvolta da tanta violenza così palese, tenta di opporsi alla dittatura nascondendo i dissidenti. Il gruppo Quilapayún canterà per anni «qué dirá el Santo Padre, que vive en Roma, que le están degollando a sus palomas». Le ambasciate di Messico, Venezuela, Cuba, Italia, Francia e Svezia accolgono i profughi che riescono a scappare dai rastrellamenti.  Tutti gli altri Paesi d’Europa, gli Stati Uniti e il Vaticano riconoscono il nuovo governo cileno, considerato legittimo in quanto volto ad evitare la barbarie del comunismo. Pinochet abolisce la Costituzione e nel 1980 ne scrive una nuova (che, nonostante alcune modifiche, è tuttora in vigore), sopprime il diritto di sciopero e abolisce il sistema di previdenza sociale istituita sotto il governo di Unidad Popular. 

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Madres de Plaza de Mayo

In Argentina il golpe militare del 24 marzo 1976 del generale Jorge Videla che rovescia il peronismo ormai in crisi viene accolto dalla classe media come la tanto attesa “stabilità” dopo anni di violenze rivoluzionarie e controrivoluzionarie. Per non inimicarsi la Chiesa cattolica con violazioni dei diritti umani degli oppositori troppo evidenti ed eclatanti, la repressione del governo militare della giunta Videla si manifesta in maniera molto diversa da quella di Pinochet: mentre i dissidenti cileni vengono fucilati in maniera aperta e palese, gli oppositori politici argentini (prevalentemente giovani tra studenti, sindacalisti e militanti del partito comunista ma non solo) sono desaparecidos, scomparsi nel nulla, prelevati nottetempo in casa o arrestati senza destare l’attenzione pubblica e i loro corpi fatti sparire senza lasciare traccia, di solito sedati e gettati nell’oceano da aerei militari; in casi più rari i prigionieri vengono rilasciati per dare una parvenza di normalità al regime. Davanti alle decine di migliaia di desaparecidos argentini, torturati uccisi e fatti sparire in maniera meno palese, la chiesa locale cambia comportamento e rimane nel silenzio totale. L’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio è accusato dal giornalista Horatio Verbitsky della delazione che ha portato alla scomparsa di alcuni preti gesuiti in Argentina. Mentre la Chiesa cilena aiuta le vittime del regime, il papa Giovanni Paolo II visita il Cile nel 1987 (affacciandosi dal palazzo della Moneda insieme al tiranno) e accoglie come ospiti d’onore in Vaticano sia Jorge Videla che Augusto Pinochet, grandi paladini della lotta al comunismo. A mettere in crisi il governo militare argentino sono proprio le madri dei desaparecidos, creando il movimento di fama mondiale noto con il nome di madres de Plaza de Mayo, dal luogo di Buenos Aires in cui si incontrano mostrando le immagini dei figli e parenti fatti sparire e riportando l’attenzione dove la giunta militare voleva imporre il silenzio. La dittatura cilena finisce in contemporanea con il crollo del blocco sovietico. Nel 1988 Pinochet indice un referendum per tentare di legittimare il proprio governo, ma lo perde. Nonostante l’ostilità popolare, mantiene però il ruolo di comandante delle forze armate e di senatore a vita. L’annullamento dei diritti umani civili e politici in Cile e lo sterminio di quasi un’intera generazione in Argentina tramite l’Operazione Condor sono stati la condizione per applicare il neoliberismo in Sud America. La transizione dalle dittature al sistema liberale negli anni Novanta sarà sorvegliata dal Fondo Monetario Internazionale per evitare che i diritti sociali tornino a intralciare l’economia. 

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Qualcuno ha il coraggio di dire che nonostante i costi umani, Pinochet ha salvato il Cile dalla crisi economica. Il grave tracollo argentino del 2001 e la situazione cilena di oggi dimostrano il contrario.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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