Oscar Wilde, gli ultimi anni

Il 25 maggio 1895 Oscar Wilde viene condannato a due anni di lavori forzati, la pena massima prevista dal Criminal Law Amendment Act (1885) per gli uomini che praticano atti sessuali tra loro.  Per arrivare ai motivi che portano allo stato di accusa contro Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, bisogna risalire al 1892, quando Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry, si presenta a casa di Wilde per chiedergli aiuto con un ricattatore, cosa che lo scrittore fa attraverso il suo legale.  Non è ben chiaro di chi sia il primo passo, le versioni raccontate discordano, certo è che, nello stesso anno, “Bosie” (così veniva chiamato Alfred Douglas), scrive la poesia Two Loves, che viene usata nel processo contro Wilde per il verso che definisce l’omosessualità «l’Amore che non osa pronunciare il proprio nome». La relazione tra i due si avvia in un momento in cui Wilde comincia a perdere il favore del pubblico londinese, scandalizzato dalla pubblicazione del romanzo Il ritratto di Dorian Gray e di Salomè, e prosegue tra alti e bassi, screzi e abbandoni. Bosie umilia Wilde pretendendo denaro e, nell’autunno del ’92, lo scrittore si lascia coinvolgere in un giro di prostituzione a cui prendevano parte giovani di buona famiglia. Nel frattempo ha lasciato la sua casa, e gli amici ormai temono un suo arresto: inutili i loro interventi e quello della moglie Constance.

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Constance Lloyd

Da molti descritta come vittima del marito, Constance Lloyd è una giornalista femminista che si occupa di moda e di politica, a volte riesce a trovare un lavoro per il marito, che però lo abbandona per noia. I due si erano conosciuti nel 1881 e sposati il 29 maggio 1884; il matrimonio era cominciato con ottimi presupposti, per la grande affinità intellettuale della coppia e, anche se lei lo rimproverava spesso per i suoi amanti – Wilde aveva ricominciato a frequentare uomini già durante la prima gravidanza – l’affetto da entrambe le parti non ebbe mai termine. Venuti alla luce i rapporti con i diversi giovani, dopo un litigio con Bosie Wilde si nasconde a Parigi e, successivamente, va a trovare sua madre. In questo periodo scrive Il fantasma di Canterville, Il Cardinale di Avignone e termina Un marito ideale. All’epoca risalgono anche testimonianze della generosità dello scrittore che non rifiutava il suo aiuto a nessuno, come prevedevano i principi del suo “estetismo socialista” (l’odio per ogni tirannia unito al godimento e alla bellezza) la cui concezione libertaria aveva esposto nel saggio del 1891 L’anima dell’uomo sotto il socialismo. A gennaio del 1895 Wilde è in Algeria con Bosie e ad Andé Gide, che gli scrive raccomandandogli prudenza, risponde: «Nella vita ho messo il mio genio, nell’opera solo il talento»: non tornerà sui suoi passi, può soltanto andare avanti, tanto che, rientrato a Parigi, parla di prigione con Edgar Degas. Il suo rifiuto di fermarsi è visto in modi diversi; alcuni ritengono che questo faccia parte della costruzione e della maturazione del suo personaggio, che ha la necessità di condurre i propri atti alle estreme conseguenze (Fusero). Altri lo addebitano invece alla convinzione di dover in qualche modo ripercorrere le esperienze del padre, condannato per stupro, o alla superstizione di cui era vittima: un famoso esoterista gli aveva letto la mano e predetto che a quarant’anni gli sarebbe crollato il mondo addosso. Il 28 febbraio 1895 Wilde riceve dal marchese di Queensberry una lettera in cui lo chiama ruffiano e sodomita. La denuncia per diffamazione da parte di Wilde è supportata economicamente dalla madre e dal fratello di Alfred, ma le testimonianze raccolte dalla difesa, compresi Il ritratto di Dorian Gray e alcune massime pubblicate sul giornale “The Chamaleon” alcuni mesi prima, portano all’assoluzione del marchese. La conseguenza è la messa sotto accusa di Oscar Wilde per sodomia e atti osceni. Mentre i teatri europei e statunitensi tolgono i suoi lavori dal cartellone, Sarah Bernardt ritira l’offerta di aiutarlo con le spese processuali comprando i diritti di Salomè, e alcuni dei suoi amici francesi arrivano a denunciare chi associa il loro nome al suo. Wilde deve aspettare nella prigione di Bow Street il nuovo procedimento che non arriva a nessuna conclusione; uscito su cauzione grazie ad una colletta degli amici, rifiuta le proposte di fuga. Al termine dell’ultimo processo, cominciato il 20 maggio all’Old Bailey, come era chiamata la Central Criminal Court di Londra, il giudice Sir Alfred Wills condanna Oscar Wilde a due anni di lavori forzati, dichiarando: «Le persone che possono fare queste cose devono aver perso qualsiasi senso di vergogna, e non si può sperare di produrre alcun effetto su di loro. È il peggior caso che io abbia mai trattato».  La leggenda racconta che, alla lettura della sentenza, nella strada le prostitute ballarono di gioia perché probabilmente Wilde aveva danneggiato il loro commercio. Molta stampa fu senza pietà: il “News of the World” dichiarò la morte dell’estetismo, il “Daily Telegraph” titolò «Aprite le finestre! Lasciate entrare aria fresca!» Soltanto il “Reynold’s News” puntualizzò che Wilde non aveva corrotto nessuno dei giovani apparsi al banco dei testimoni, e nel suo editoriale rifiutò di «gongolare ‘sulla rovina di un uomo infelice’». Dall’Old Bailey, lo scrittore viene trasferito all’Holloway e poi a Pentonville, dove viene dichiarato abile ai lavori forzati: sei ore al giorno alla ruota del mulino, con un intervallo di cinque minuti ogni 20. La mancanza di abitudine all’attività fisica, il dormire per terra, il cibo pessimo gli provocano insonnia, sofferenze e diarrea. Dopo il primo mese viene adibito ad una delle attività più comuni delle prigioni vittoriane: la raccolta dell’oakum, una stoppa utilizzata per il calafataggio ottenuta tirando e sfibrando vecchie corde. Durante l’ora d’aria può camminare insieme agli altri prigionieri, ma non deve parlare con nessuno né, per i primi tre mesi, ricevere visite. Niente materiale per scrivere, niente da leggere, tranne la Bibbia e The Pilgrim’s Progress, un racconto allegorico sul cammino del cristiano. Le conseguenze psichiche di queste restrizioni, la mancanza di stimoli intellettuali e di calore umano, sono devastanti. Il 12 giugno riceve la prima visita esterna da parte di un membro della commissione delle prigioni, Richard Burdon Haldane, che l’aveva conosciuto anni prima ed era stato convinto a visitarlo da un amico di Constance Lloyd. Da lui Wilde ottiene di ricevere 15 libri da leggere. Viene poi trasferito a Wandsworth, dove riceve la visita del cognato, Otho Lloyd, che lo convince ad accettare il divorzio. In cambio Wilde vuole che Constance si trasferisca con i figli negli Stati Uniti. Lei lo incontra il 21 settembre e gli promette di aspettarlo al termine della pena; nel frattempo ha cambiato il nome in Holland per proteggere i figli, ma non chiederà mai il divorzio. Ha cominciato anche a stare male e ad essere curata per “isteria”: recenti studi sulla sua documentazione medica hanno portato alla conclusione che fosse affetta da sclerosi multipla. In novembre, Wilde viene trasferito al Reading Gaol, da dove uscirà il 19 maggio 1897; fallito il tentativo di riconciliarsi con Constance e scoperto che il marchese di Queensbury lo fa controllare, si trasferisce in Normandia, a Berneval, con lo pseudonimo di Sebastian Melmoth.  Per qualche mese viaggia in Italia; all’inizio di febbraio del 1898 torna a Parigi e, il 13 dello stesso mese, viene pubblicata The Ballad of Reading Gaol, che riscuote un successo immediato. Ne invia una copia a Constance, che fa in tempo a leggerla e a complimentarsi con lui, prima di morire il 7 aprile a Genova per le conseguenze di un intervento ginecologico. Wilde ricomincia a viaggiare e a conoscere molte persone, facendosi salvare dai debiti dal suo vecchio amico Robert Ross. La sua salute è minata da tempo e peggiorata durante la carcerazione: un intervento ad un timpano, seguito dal ritorno di una vecchia suppurazione all’orecchio destro, provocano una meningoencefalite. Il 29 novembre, non riuscendo più a parlare, chiede a gesti un sacerdote e, sempre a gesti, si converte al cattolicesimo. Muore il giorno dopo, a 46 anni.

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Parigi. Tomba di Wilde a Père Lachaise

L’avvicinamento al cattolicesimo e la messa in discussione della sua vita sessuale non sono frutto di una scelta fatta nell’approssimarsi della morte. Già in una lettera del 1897 diretta ad Alfred Douglas, ma consegnata a Robert Ross con l’incarico di pubblicarne successivamente alcune parti, Wilde rivede le sue scelte di vita e il suo rapporto con Bosie: «Comincerò col dirti che mi biasimo moltissimo… Il tuo attaccamento ad una vita di sperperi dissennati, le tue incessanti richieste di denaro, le tue pretese che ogni tuo piacere fosse pagato da me, sia che fossi o non fossi al tuo fianco, molto presto mi ridussero in serie difficoltà finanziarie… Ma soprattutto mi rimprovero per la totale degradazione etica a cui ti ho concesso di spingermi.» Pur riconoscendo l’inconsistenza intellettuale del suo compagno, in questa lunga lettera Wilde parla del dolore, del rapporto con il dolore di Cristo, in cui lui vede il più grande artista la cui influenza sull’arte è stata incommensurabile. «Non solo noi possiamo notare in Cristo quel vincolo intimo della personalità con la perfezione in cui consiste la vera differenza tra il movimento classico e il romantico nella vita; ma è un fatto che la sua stessa natura era identica a quella dell’artista – una immaginazione intensa come una fiamma. Egli ebbe nel campo dei rapporti umani quella tale simpatia immaginativa che, nel dominio dell’arte, forma il segreto unico della creazione.» E della sua rinascita, da questa esperienza, ad una Vita Nuova, con specifico riferimento all’opera di Dante. La pubblicazione di una parte della lettera avviene nel 1905, con il titolo De Profundis, con una introduzione da parte di Robert Ross: «Ho solo da dire che fu scritto dal mio amico negli ultimi mesi della sua prigionia, ed è la sola opera ch’egli componesse in carcere e l’ultima sua in prosa. Vorrei sperare che il De Profundis – che esprime così veramente e con tanta pena l’effetto d’uno sfacelo sociale e della prigionia sopra una tempra singolarmente intellettuale e artificiale – darà al lettore un’impressione ben diversa dell’ingegnoso e delizioso scrittore.» Il testo completo sarà poi pubblicato nel 1962 a cura dello studioso Rupert Hart-Davis. L’ultima opera di Wilde, quella che da molti viene considerata il suo capolavoro, è un ritorno alla poesia che aveva abbandonato in gioventù. Prendendo a pretesto l’esecuzione di un femminicida, Wilde si scaglia contro la pena di morte, l’istituzione carceraria e il modo in cui vengono trattate le persone, rammaricandosi di come l’essere umano sia capace di uccidere un suo simile. The Ballad of Reading Gaol viene considerata un capolavoro subito dopo la sua uscita, grazie soprattutto alla recensione pubblicata sulla “Saturday Review” il 12 marzo 1898, a firma di Arthur Symons, poeta, critico, traduttore di Baudelaire e D’Annunzio. A parte alcune riserve stilistiche, Symons riconobbe immediatamente la potenza dell’opera e la sua folgorante novità, che introduceva nella poesia «il valore del documento». «In questa storia sordida, veridica, così prosaicamente fedele ai fatti, la bellezza rivendica la sua parte attraverso immagini sfavillanti. Ma nella ballata vi è anche altro, un’idea centrale, quasi un paradosso…»

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.                                                                                        Che tutti lo intendano bene,                                                                                                        alcuni lo fanno con uno sguardo amaro,                                                                                    altri con un complimento,                                                                                                                  il codardo lo fa con un bacio,                                                                                                              il coraggioso con la spada!

«Non certamente le idee sono mai mancate all’autore di questa poesia; ma un’idea così semplice e umana, elaborata su circostanze tanto attuali, tanto dimesse, è singolarmente nuova.» (Symons) L’ultima opera a cui un uomo ormai distrutto affidava la sua interiorità più profonda, apriva ad una nuova poetica rifacendosi all’antico: un mistero di spirito medievale, un dramma corale di personaggi e presenze ultraterrene che accentuano questa interpretazione: «… l’unica, secondo noi, che l’opera consenta e ne agevoli la lettura.» (Fusero).

 

Articolo di Rosalba Mengoni

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Laureata in scienze storiche, si è occupata della diffusione della conoscenza del patrimonio culturale del territorio di Fiumicino, soprattutto nelle scuole e della sua accessibilità alle persone disabili. Collaboratrice tecnica all’ISEM – Istituto di storia dell’Europa Mediterranea del CNR, è nel comitato di redazione di RiME – Rivista Mediterranea, gestisce Isemblog e cura il periodico Bibliografia Mediterranea sullo stesso blog.

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