Editoriale. La triste “Inutilità del male”

Carissime lettrici e carissimi lettori,
l’immagine più commovente, in questa tragica e brutta storia dell’America ai tempi di Trump, è sicuramente quella che inquadra un poliziotto mentre con la mano toglie il ginocchio di un collega dal collo di un manifestante arrestato. La saggezza vince l’ottuso e insensato ripetersi di un incubo. Era successo a Minneapolis, nello Stato del Minnesota, è stato cancellato simbolicamente a Seattle, una grande e importante città portuale, e non solo, nello Stato di Washington, lo Stato del Presidente, durante uno dei tanti cortei di protesta contro l’inutile e sciagurata uccisione di George Floyd. Per quei lunghi nove minuti di peso addosso, fatto di anni di rancore, pavoneggianti un’inutile superiorità dell’America “bianca” a scapito di chi, in un tempo lontano, è stato portato lì da altre terre, lontanissime, e ha la pelle di un altro colore.
«Ti prego, non posso respirare», I can’t breathe, è stata l’ennesima supplica dell’ultima vittima di questa violenza che si marca e si macchia di razzismo. Quella preghiera che non è stata ascoltata fino alla morte perché nessuno è stato mai capace di udire ciò che non vuole sentire. Una sordità voluta, quasi progettata e resa manifesta in tutta la sua indifferenza, con quella mano abbandonata nella tasca dei calzoni, come a far passare un tempo di noia (interminabile orribile spettacolo) mentre un poliziotto stava ammazzando un uomo.
Il respiro è il soffio della vita, lo sa bene chiunque abbia problemi polmonari.
Con il primo respiro si inizia la vita che comincia per ciascuna/o di noi in questo mondo con lo stacco del cordone che ci lega alla madre e col contemporaneo passaggio di trasformazione, da univoco a binario, del funzionamento del cuore, simbolico centro della vita. Sarà poi con l’ultimo dei nostri respiri, ininterrotti da quello primo, che lasceremo probabilmente per sempre la nostra esistenza terrena. E in mezzo c’è tutto il mondo che abbiamo guardato e vissuto.
Fondamentale questo ritmo alterno del respiro, ogni fase per la sua parte essenziale. «L’espirazione – viene spiegato in un sito di discipline Yoga  può aiutare a trovare la via d’accesso al mondo femminile, al nostro equilibrio interiore. Comincia all’apice dell’inspirazione quando ormai è stato accolto tutto quello che era possibile accogliere. Perché la forza vitale possa fluire dobbiamo superare il nostro desiderio di possesso. Non c’è nulla che dobbiamo fare per espirare correttamente; la cassa toracica è dilatata, i muscoli respiratori sono contratti e non appena allentiamo la tensione il respiro fluisce autonomamente all’esterno. Quanto più ci abbandoniamo tanto più armonioso e completo sarà lo svuotamento dei polmoni» (Eva Ishvari). È un rimando al doppio gioco della sistole/diastole del cuore e a quello dell’espirazione/inspirazione polmonare. Guai se anche una sola di queste funzioni andasse male!  Nello stesso sito troviamo una citazione dai testi sacri: «Il compito dell’espirazione è quello di rendere comprensibile e gestibile l’ignoto mondo interiore». Poi è la vita!
Oggi il respiro è anche il fulcro, l’avviso e la spia, anche se purtroppo non unica via di danno, di questo virus che ha tentato di abbattere il mondo. Allora la morte di George Floyd per mancanza di respiro è ancora più triste perché sembra una beffa contro la paura universale che ci ha preso tutte e tutti in quasi ogni angolo della terra, togliendo la vita, come una dea bendata che non elargisce doni del destino, ma soffoca. E lo fa a casaccio.
Ho ascoltato questa settimana un’interessante intervista in una trasmissione di libri allo psichiatra e psicanalista Massimo Recalcati, proprio riguardo alla morte di George Floyd: «Che cosa spinge a togliere il respiro, che tra l’altro è il fondamento della parola, dunque fonte del diritto a parlare, a un altro uomo che di diverso ha solo il colore della pelle? – si chiede e ce lo fa chiedere lo psicanalista milanese. È l’esercizio della prepotenza dell’ignoranza. Che non è quella, più semplice ed empirica, di colui o colei che non sa. Ma è l’idea che ha colui che pensa che quello che sta facendo sia il bene, che chi agisce stia esercitando in nome del bene, della difesa della propria razza considerata superiore rispetto alla razza di chi sta violentando. Una fantasia di purezza. Chi esercita il male, come in questo caso, si sente in diritto di rappresentare il bene. Quindi non c’è più limite al male che può fare, perché lo fa in nome del bene. Questo spiega tutti i fondamentalismi, i terrorismi, dal nazismo ai fondamentalismi di matrice islamica: gli avversari sono antropologicamente rappresentati come incarnazione del male. Così si può uccidere, diventa lecito uccidere in nome di Dio, del Popolo, della Storia e anche in nome della razza bianca, come in questo caso.» É il richiamo fondamentale al pensiero di Hannah Arendt, citata giustamente.
Parla delle donne e di Hannah Arendt e della sua Praxis, dalla quale un’altra filosofa, femminista, Françoise Collin, riprende il termine, la Tesi che pubblichiamo questo mese dall’università di Catania (a.a. 2015-2016) sulla trasformazione del mondo attraverso il fare e soprattutto il linguaggio femminile: «Alla base del suo pensiero (di Arendt ndr) – scrive l’autrice della tesi – vi è il tentativo di rifondare il legame tra la teoria e la pratica attraverso l’azione collettiva e permanente, diretta a sovvertire e a trasformare la realtà stessa. I concetti arendtiani di Praxis, Agire plurale e Mondo comune diventano le parole attraverso le quali le donne esprimono sé stesse e il loro rapporto con la società.»
La teoria, abbracciata anche da Papa Francesco del “nessuno si salva da solo” (e sola aggiungiamo noi, qui ancora più a proposito) è fondamentale per un mondo paritario che parli anche con l’agire e attraverso le voci del femminile, unite insieme per trasformare la società in un ambiente solidale che, per esempio, sia capace di occuparsi della salvezza dell’altro/a per preservare anche la propria salute. Capace di uscire e liberarsi, in questo modo, sia dall’assalto di un virus che dagli estremismi di ideologie malsane, declinazione di una società solo al maschile, per abbattere tutti i fondamentalismi di cui parlava nell’intervista il prof. Recalcati.
Di innovazione e di coraggio a sovvertire l’idea che si ha del mondo parlano, con le loro opere, le scultrici di un altro articolo qui pubblicato. Da Margaret Haeffner, la cui arte era giudicata “degenerata” dai nazisti, alla valente Antonietta Raphaēl che, insieme al marito Mafai e a Scipione e Mazzacurati, diede vita a quella che da Longhi fu nominata la Scuola di via Cavour, in realtà indirizzo anagrafico della coppia di artisti. Innovativa nell’arte anche Louise Nevelson (Leah Berliawski) e tutte le donne e artiste che andarono contro la definizione di Virginia Tedeschi Treves che, nel 1916, indicava la scultura come “poco adatta alle donne”.
L’ingiustizia verso le donne è palese nelle storie persecutorie verso chi, tra le donne, in tempi poi non così sempre lontani da noi, veniva tacciata come Strega. Questa puntata è la volta delle “streghe” di Salem, in un’America titubante e impaurita, da sembrare quasi attuale. Anche loro, le accusate di stregoneria a Salem, finiranno torturate e bruciate sul rogo.
Hanno il merito di riscrivere il mondo al femminile le donne del mare protagoniste di un altro articolo: dalle sportive alle capitane alle corsare alle donne del mito, raccontano le storie che di solito sono popolate unicamente da uomini e invece qui le leggiamo insieme, convinte di vincere. Ancora il mare, ma come ingiustizia e desolazione, si evidenzia nella storia della nave St.Louis, affannata vagabonda tra le acque degli oceani del mondo, con il suo carico di vite sofferenti e rifiutate e che, proprio a causa di questo rifiuto (negli anni ’30 del secolo scorso, dagli Usa) hanno trovato in tanti e tante la morte ad Auschwitz e in altri campi di sterminio.
Il mare, di questa tarda primavera appena liberata, ritorna più allegro e ci porta a gustare i suoi sapori migliori nella ricetta della settimana che ci guida a cucinare una semplice pasta al profumo di mare appunto!
A tavola si sta in allegria a casa e nel fuori che ci hanno appena riconsegnato. Ma il vino è l’essenza migliore, nel suo giusto consumo, che rafforza il sapore dei piatti e rende più gioiosa la compagnia. Oggi, in un momento di grandissima difficoltà economica del settore (si è parlato di un 75% in meno del fatturato per la chiusura di ristoranti, bar, pub, alberghi e turismo, compreso quello enogastronomico), il nostro viaggio tra i vigneti al femminile ci svaga e ci porta nel Lazio dominato dai vini bianchi, come sottolinea l’autrice, ma con una tendenza a esaltare pioneristicamente quelli rossi, tutti di qualità. E quattro chiacchiere con una delle signore del vino, stavolta in una cantina del frusinate, sono d’obbligo.
Si finisce di nuovo in viaggio e di nuovo in allegria nella Bologna celebrata dalla musica di Guccini, a festeggiare, con la seconda puntata, il suo genetliaco di metà di questo mese. Tra tutte le città cantate, da Modena a Venezia a Bisanzio (per me canzone bella e preziosa), passando per la Genova del G8 e per Milano, c’è Bologna che emerge tra tutte “matrona e bambina innocente” che qui viene minuziosamente esaminata, verso dopo verso.
Bologna, città misteriosamente a me cara, fin da prima che la incontrassi davvero. Forse, chissà, per una delle tante mie vite passate, quando nacqui, stavolta da una “donna emiliana di zigomo forte”, forse nipotina di un Umarél, tra le stradine del ghetto, o più in là, davanti alle sue acque segrete o, invece, in un portone tra i suoi “portici-coscia” materni, fra San Pietro, la sua cattedrale sottotono, rubata nell’importanza dall’incompiuto Santo Petronio, oppure ancora, in via Manzoni, a due passi, con Palazzo Fava e il dirimpettaio museo musicale di San Colombano. Tutto questo giocando sui sogni che danno il sale alla vita e sulle probabilità delle inesauribili fantasticherie.
Insieme alla speranza di buoni viaggi in libertà.
Auguro una buona lettura a tutte e a tutti

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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