Respinti per sempre. Il viaggio del transatlantico Saint Louis

«Un uccello non ha bisogno di passaporto, né di biglietto, né di visto — e un uomo invece viene messo in galera se non è in possesso di uno solo di questi tre pezzi di carta?» così scrive Joseph Roth nel 1937 nella premessa alla nuova, programmata edizione del breve, appassionato saggio Ebrei erranti, giungendo all’amara conclusione che «i torturatori degli animali vengono puniti mentre quelli degli esseri umani sono insigniti di importanti onorificenze»: nessuna meraviglia, dunque, «che l’Associazione per la difesa degli animali, in tutti i Paesi e in tutti gli strati della popolazione, sia più popolare della Società delle Nazioni». Joseph Roth ‘sa’: e sa perché è un intellettuale e uno scrittore, capace di osservare e di narrare, perché – ebreo errante lui stesso – ha lasciato la Germania lo stesso giorno in cui Adolf Hitler è stato nominato cancelliere del Reich, il 30 gennaio 1933 («L’Inferno governa», ha commentato), per poi morire esule a Parigi il 27 maggio 1939, «cattivo, sbronzo, ma in gamba», come scrive di sé al margine di un memorabile ritratto.

Joseph Roth; portrait by Mies Blomsma, November 1938. Roth wrote at the bottom, ‘That’s really me: nasty, soused, but clever.’
Mies Blomsma, ritratto di Joseph Roth, datato «Parijs Nov. ’38», con nota autografa dello stesso Roth: «Das bin ich wirklich; böse, besoffen, aber gescheit. Joseph Roth [Ecco quel che sono davvero: cattivo, sbronzo, ma in gamba]»

Quando, il 6 giugno 1939, la nave Saint Louis, con a bordo 607 profughi ebrei, è respinta dagli Stati Uniti, Joseph Roth è dunque morto da pochi giorni, pure, non se ne sarebbe sorpreso: riteneva infatti «alquanto improbabile» che i «popoli ospiti» degli ebrei erranti pervenissero «alla libertà interiore e a quella dignità che assicura comprensione per l’altrui sofferenza». E dunque (così ancora scrive nel 1937): «Agli ebrei credenti rimane il conforto del cielo. Agli altri il ‘vae victis’».
Quando il nazismo sale al potere, la persecuzione dei dissidenti e dei ‘non ariani’ determina un esodo di massa dalla Germania, che, in un periodo di grave crisi economica, è guardato con preoccupazione dai governi europei: questi istituiscono dispositivi per controllarlo o contenerlo, stabilendo quote di immigrazione sul modello di quelle già poste in essere dagli Stati Uniti, che in nessun modo e per nessuna ragione è possibile superare. Che donne e uomini appartenenti alla cosiddetta ‘razza ebraica’ cerchino rifugio e protezione per salvare le proprie vite in Francia, Belgio, Svizzera, o altrove, è ininfluente: per l’Alto Commissario per i Profughi dalla Germania nominato dalla Società delle Nazioni nel 1936, per assicurare ai ‘non-ariani’ e agli oppositori del regime nazista la «possibilità di reinsediamento in Europa o oltremare», il compito è arduo. E anche la Conferenza internazionale di Évian, indetta dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt nel luglio 1938, per una soluzione condivisa al problema dei profughi dalla Germania, si conclude con un nulla di fatto: soltanto la Repubblica Dominicana è disponibile ad alzare la propria quota di immigrati (accoglie infatti circa centomila profughi ebrei) e soltanto la città internazionale di Shangai non ha ancora introdotto il visto di ingresso (e nell’ultimo anno prima della guerra dà asilo ad altri ventimila rifugiati ‘non ariani’ in fuga dalla Germania). Fuggire? Dove? «Iniziare una nuova vita? Quale?» si chiede lo scrittore tedesco Fred Uhlman, esule in Francia, in Storia di un uomo (1960); gli fa eco Arthur Koestler, intellettuale di origine ungherese pure rifugiato in Francia, in Schiuma della terra (1941): i tre milioni e mezzo di stranieri che vivono nella nazione rappresentano «un capro espiatorio migliore di quanto non fosse il mezzo milione di ebrei per la Germania».
Tutto questo, e non potrebbe essere altrimenti, fa il gioco del Terzo Reich, di Adolph Hitler, di Joseph Goebbels, potente ministro della propaganda e portavoce del Führer: se la Germania odia gli ebrei, le civili nazioni europee (e con esse gli Stati Uniti) non li amano, tant’è che si guardano bene dall’accoglierli. Prima di pianificare la soluzione finale nella Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942), a guerra ormai iniziata, il 25 maggio 1940, il comandante in capo delle SS Heinrich Himmler pensa ancora alla possibilità di ‘estinguere’ l’idea stessa di ebreo mediante «una massiccia emigrazione di tutti gli ebrei in Africa o in qualche altra colonia». È indubbio, comunque, che l’espansione del Reich, mediante annessione e occupazione, in Austria (11 marzo 1938) e Cecoslovacchia (15 marzo 1939) amplifica il ‘problema ebraico’, già indicato come tale all’opinione pubblica tedesca (e non solo) dalla promulgazione delle Leggi di Norimberga (15 settembre 1935) e dalla violenza brutale della Kristallnacht, la notte dei cristalli (9 novembre 1938), durante la quale erano state devastate e incenerite botteghe, sinagoghe, vite ebraiche.
Ed ecco che donne e uomini ‘non ariani’, «nell’Europa oppressa», volgono gli occhi «pieni di speranza o di angoscia verso la libera America» e tentano di raggiungere «il grande centro di imbarco» di Lisbona passando dal Marocco francese: «là i più fortunati col denaro, le relazioni o la buona sorte» ottengono il visto di partenza, «ma gli altri aspettano a Casablanca. Aspettano, aspettano, aspettano…» (così l’inizio, indimenticabile, del film Casablanca, girato nel 1942).
La storia della nave Saint Louis è pure una storia di fuga e di speranza, di un tentativo di trovare la salvezza in America e di una attesa delusa.
Il visto di partenza si vende e si compra: nei primi giorni del maggio 1939 ad Amburgo circola voce che il responsabile immigrazione del consolato di Cuba (di cui è presidente de facto Fulgencio Batista) venda visti per l’isola al prezzo di 150 dollari.

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La partenza del Saint Louis da Amburgo, il 13 maggio 1939: i profughi ebrei gioiscono nel lasciare la Germania

E così il 13 maggio il transatlantico Saint Louis salpa da Amburgo: a bordo vi sono 937 cittadine e cittadini appartenenti alla cosiddetta ‘razza ebraica’ (e sei altri passeggeri di nazionalità cubana o spagnola), al comando vi è il capitano Gustav Schröder, che, poco dopo la partenza, si dice faccia rimuovere dalla sala da ballo della nave un grande ritratto del Fϋhrer per far sentire a proprio agio i passeggeri.

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Il capitano del Saint Louis, Gustav Schröder

Tuttavia, giunti a L’Avana il 27 maggio, agli ebrei – che in più di un caso hanno venduto tutto ciò che possedevano per acquistare il visto e il biglietto di viaggio per sé e per i propri familiari – è negato lo sbarco: non solo il funzionario cubano Manuel Benitez Gonzalez ha venduto visti per turisti e non per richiedenti asilo (il cui costo ammonta a ben 500 dollari), ma non ha neppure versato il denaro al governo di Cuba, che ora rifiuta di far scendere i profughi, nonostante intorno alla nave all’ancora nel porto si affollino piccole imbarcazioni con parenti e amici dei rifugiati che chiedono un gesto di umanità. Nulla da fare: poche settimane prima, l’8 maggio, nel Paese si è svolta una manifestazione affinché l’isola non accolga altri profughi ebrei; il presidente de iure Federico Laredo Brúissed, che in precedenza ha dichiarato non validi i visti in possesso delle persone ebree del Saint Louis, non cede: sono autorizzati a scendere soltanto venti passeggeri ebrei (titolari di visti americani validi), nonché i cittadini cubani e spagnoli.

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Due giovanissime profughe affacciate a un oblò del Saint Louis, nel porto de L’Avana (fine maggio 1939)

Il 2 giugno il Saint Louis salpa da L’Avana: «Il governo cubano ci sta costringendo a lasciare il porto. – ha dichiarato due giorni prima in un comunicato stampa Gustav Schröder – Ci hanno permesso di rimanere qui fino all’alba di venerdì, poi dovremo levare le ancore. La partenza non è frutto dell’interruzione dei negoziati, ma espressa volontà delle autorità cubane. Io e l’armatore rimarremo in contatto con tutte le organizzazioni ebraiche e con qualunque ufficio governativo che sia disposto a collaborare per addivenire a una soluzione favorevole per i passeggeri. Per il momento costeggeremo le coste degli Stati Uniti».
Negli Stati Uniti la ‘nave dei dannati’ (è il titolo del film di Stuart Rosenberg, del 1976, che ne ripercorre la vicenda) non ha miglior fortuna: nelle elezioni di metà mandato, l’anno precedente, il Partito repubblicano ha guadagnato ampio consenso grazie a una politica anti-immigrazione; di recente, il Congresso ha respinto una proposta di legge dei democratici per aumentare la quota di rifugiati ebrei di ventimila unità (a fronte di una lista d’attesa di 27.307); la grande maggioranza della popolazione è contraria al rialzo delle quote. Il 4 giugno gli Stati Uniti chiudono formalmente i propri porti al transatlantico: «I rifugiati tedeschi sono in attesa del loro turno per accedere negli Stati Uniti. – dichiara il Direttore della Sezione visti del Dipartimento di Stato – Del resto la quota di immigrati ammessi per quest’anno è stata raggiunta». Ma è il presidente Roosevelt a dire la parola definitiva, a fronte della campagna di stampa del “New York Times”, degli appelli del capitano del Saint Louis, della disponibilità all’accoglienza del Governatore delle Isole Vergini degli Stati Uniti: ed è no. Il 6 giugno la nave lascia dietro la poppa il porto di New York City e l’illusoria promessa della Statua della Libertà.
«I viaggiatori della Saint Louis non hanno presentato alcuna richiesta formale finalizzata a poter immigrare in Canada», non dispongono né di capitali economici né di competenze professionali: dopo l’ultimo respingimento, da parte del Canada, a Gustav Schröder non resta che il ritorno in Europa. Ma non approderà in Germania: il 13 giugno, mentre il Saint Louis si trova in mezzo all’Atlantico, Morris Troer, responsabile della Jewish Joint Distribution Committee in Europa, invia un cablogramma al capitano della nave: «Disposizioni finali per lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo. Sono felice d’informarti che i governi del Belgio, dell’Olanda, della Francia e dell’Inghilterra si sono resi disponibili ad accogliere gli ebrei a bordo». La Gran Bretagna accoglierà 288 rifugiati, la Francia 224, il Belgio 214, i Paesi Bassi 181. «I 907 passeggeri della St. Louis – questa la risposta che giunge dalla nave – che da tredici giorni oscillano tra due sentimenti contrastanti: speranza e disperazione, vogliono porgervi la loro immensa gratitudine, grande come l’oceano su cui stiamo fluttuando. Accettate i nostri ringraziamenti più profondi ed eterni da parte di uomini, donne e bambini uniti dallo stesso destino e dal medesimo sogno: la libertà». Il 17 giugno 1939 il Saint Louis attracca ad Anversa, in Belgio.
Il 10 maggio 1940 la Germania dà inizio all’invasione di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Francia e, contestualmente, alla persecuzione delle persone appartenenti alla cosiddetta ‘razza ebraica’ che risiedono in queste nazioni.
Quei 288, fra donne e uomini ebrei del Saint Louis rifugiati in Gran Bretagna, sopravvivono quasi tutti alla guerra (uno soltanto muore durante un attacco aereo). Degli altri 619: 87 lasciano l’Europa, 254 sono assassinati nei campi di sterminio, 278 si salvano.
Nel marzo del 1993, Gustav Schröder è insignito del titolo di Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem.
«My name is Regina Blumenstein. In 1939, I sought asylum at the US border and was turned away. I was murdered in Auschwitz». Regina mi guarda dritto negli occhi, lo sguardo limpido, la fronte leggermente corrugata: con un sussulto, mi riconosco in lei, avrà la mia età, potrei essere io…

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Regina Blumenstein (@Stl_Manifest)

Amo Quentin Tarantino. E amo il suo sesto film, Bastardi senza gloria (2009). Lo amo perché reinventa la storia attraverso l’immaginazione: nel suo stile geniale, eccessivo, inimitabile, il grande regista opera una sorta di risarcimento della storia. Non amo i lutti sbiaditi: e allora vorrei riscrivere il finale della vita di Horst Rotholz, tra le vittime ricordate dal St Louis Manifest, lui pure richiedente asilo negli Stati Uniti, respinto per sempre e assassinato ad Auschwitz. Non guarda me, il giovanissimo Horst (nato nel 1924 a Breslau, nella fotografia scattata tra il 1940 e il 1942 dimostra sedici o diciassette anni), i suoi occhi vagano lontano, mentre imbraccia la fisarmonica al fianco dei musicisti adolescenti della ‘OSE Band’ (orchestra dell’organizzazione umanitaria ‘Œuvre de Secours aux Enfants’, scherzosamente denominata ‘Orchestre Sans Espoir’; nel Castello di Montintin, in Francia, OSE crea una casa rifugio per giovanissimi profughi appartenenti alla cosiddetta ‘razza ebraica’).

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Horst Rotholz, Werner Hausman, Gϋnther Heilbrun, Micki Stiasski e Hans Windmuller; la foto è scattata al Castello di Montintin (Francia), sede di una casa rifugio per giovanissimi profughi ebrei, tra il 1940 e il 1942 (@Stl_Manifest; i nomi dei musicisti in https://collections.ushmm.org/search/catalog/pa1125708)

Accanto a Horst sono Werner Hausman all’armonica a bocca, Günther Heilbrun, Micki Stiasski al rullante di batteria e Hans Windmuller al piano verticale… Cerca cerca, in rete scopro che almeno Hans, il pianista, di un anno maggiore di Horst e lui pure a bordo del Saint Louis, è sopravvissuto, non è stato catturato e deportato dalla Francia, è riuscito (la seconda volta è quella buona!) a raggiungere gli Stati Uniti, l’Illinois, e qui nel 1947 ha sposato Ruth Heilbrun, di un anno più giovane di Horst (sorella di Günther? Certo che sì: una bella foto scattata a bordo del Saint Louis li ritrae entrambi in un ampio gruppo di famiglia). Hans e Ruth avranno due figli. Ringrazio la buona sorte e la rete che mi ha fatto dono di un finale meno amaro, capace di guardare alla vita che si infutura…

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Il gruppo della famiglia Heilbrun a bordo del Saint Louis (maggio 1939): Ruth è in prima fila, la prima a sinistra, Gϋnther è in seconda fila, il secondo da sinistra (la storia di alcuni membri della famiglia in https://collections.ushmm.org/search/catalog/pa1125705)

 

In copertina. Il Saint Louis nel porto de L’Avana (fine maggio 1939)

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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