Manentessa. Una novella Antigone dopo la battaglia di Campaldino

Tra la realtà storica e la leggenda emerge, dalle nebbie di un lontano passato, la figura di Manentessa, la gentile contessa figlia di Buonconte da Montefeltro e moglie di Guido Salvatico dei conti Guidi di Poppi.
Il padre aveva combattuto nell’esercito ghibellino di Arezzo nella celeberrima battaglia di Campaldino l’11 giugno del 1289. Morto nel sanguinoso scontro che lasciò sul terreno oltre 2000 morti, il suo corpo non fu mai ritrovato  e questo mistero ispirò Dante,  combattente di parte guelfa, ad ipotizzare, nel V Canto del Purgatorio, che, avendo il conte salvato l’anima per un’ultima invocazione alla Vergine Maria, il Diavolo si fosse vendicato travolgendo il corpo del cavaliere nell’Archiano e seppellendolo per sempre nel fondo del torrente.                                                                                                          

Il conte Salvatico partecipò alla battaglia di Campaldino dalla parte ghibellina con il contingente senese, essendo stato sempre alleato di questa città. Qui finisce la storia e comincia la leggenda riportata da una delle Novelle della Nonna di Emma Perodi, quella intitolata L’ombra del sire di Narbona. Il sire di Narbona, Amerigo, aveva combattuto tra i comandanti di parte guelfa nella battaglia e, secondo una tradizione riportata nella novella, era morto e rimasto insepolto nella piana.                                                                                      

Manentessa e le ombre
Manentessa e le ombre

Il conte Salvatico, accettando la sfida di un suo amico, si era messo a percorrere al galoppo di notte, illuminando la via con una torcia, la piana di Campaldino da cui nessuno voleva più passare per paura degli spiriti dei defunti. A un tratto gli si era parata davanti l’ombra del sire di Narbona a chiedergli cristiana sepoltura. E l’ombra si era poi ripresentata per più notti di seguito ai piedi del letto del conte sollecitandolo a compiere il pietoso gesto e rimproverandolo di aver più volte sbagliato nel ricomporre il suo scheletro mischiando le sue ossa a quelle di altri defunti.
A questo punto entra in scena la dolce Manentessa che si fa svelare il mistero preoccupata dalle condizioni di salute dell’amato sposo che, non dormendo  la notte, va sempre più peggiorando.
Ricorrendo ai consigli di un pio eremita va lei coraggiosamente sulla piana a mezzanotte, sostenuta dall’amore e dalla pietà, e riesce a ricomporre lo scheletro del sire di Narbona. A questo punto però sorgono a circondarla le ombre di tutti gli altri morti e le chiedono insistentemente che dia sepoltura anche a loro spargendo almeno un velo di terra sulle loro povere ossa. E così la giovane donna torna per più notti di seguito a ricoprire con pietosa sollecitudine le migliaia di ossa biancheggianti sulla piana della battaglia.
La generosa empatia della contessa è testimoniata anche da Franco Sacchetti in una delle sue Trecento novelle quando alla figlia del conte Ugolino, che recatasi con la contessa sulla piana di Campaldino osservava quanto fosse bello e rigoglioso il grano su quel terreno, rispose alteramente che prima di mangiare quel pane lei ed i suoi compatrioti avrebbero preferito morire di fame.

 

 

Articolo di Anna Maria De Majo

G_faThujLaureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, dopo la carriera come Assistente di Antropologia presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali della stessa Università, si dedica alla letteratura giovanile, iscrivendosi all’Associazione Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile e collaborando alla rivista del Gruppo con articoli su vari autori/autrici e recensioni di libri.

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