Il Lazio, un’antica storia di vino che guarda al futuro

Quando si pensa al Lazio come regione vitivinicola la si associa automaticamente ai vini bianchi, complice la leggenda che accompagna il noto Est! Est!! Est!!! Doc, prodotto a Montefiascone, in provincia di Viterbo. Si narra infatti che il nome di questo vino ebbe origine nel XII secolo, quando il servitore di un vescovo tedesco, incaricato di ricercare le aree in cui si coltivassero vini di qualità, segnalò per ben tre volte la zona in questione con la parola “est”, ossia “qui”. La viticoltura nel Lazio, tuttavia, ha alle spalle una tradizione ancora più antica, che risale alla civiltà romana, epoca in cui si affermarono la vite e il vino.
Durante il pontificato di Paolo III Farnese, apparve per la prima volta una carta dei vini curata dal bottigliere del papa, il quale era anche storico e geografo, oltre che appassionato di vino. Egli non si occupava solo di reperire il vino migliore per la corte papale, ma a seguito di un’analisi attenta e approfondita, ne descriveva il colore, i profumi e il gusto – una sorta di sommelier ante litteram – cimentandosi anche nell’abbinamento cibo-vino, un’arte in voga a partire dal Rinascimento, quando già si era soliti approntare accostamenti tra differenti tipologie di vini e pietanze, sull’onda di una progressione che tenesse conto della struttura del piatto e del corpo del vino. Già all’epoca, fonti storiografiche attribuiscono a Sante Lancerio, un autore del Cinquecento, un trattato dal titolo Della qualità dei vini: del resto, sappiamo che se fino ad allora l’atto di nutrirsi era considerato un bisogno primario più che un piacere, tra il XIV e il XVI secolo il cibo diviene simbolo di magnificenza e di potere, un fenomeno ostentatorio che tiene conto anche dell’aspetto estetico delle preparazioni culinarie per appagare non solo il palato, ma anche l’occhio di coloro che attendevano i banchetti.
Alla fine dell’Ottocento la fillossera si diffuse nelle aree vitate laziali riducendo drasticamente la produzione vinicola, da sempre notevole dal punto di vista quantitativo grazie alla conformazione del terreno costituito in prevalenza da colline, fattore decisivo anche e soprattutto per la qualità in vigna.

1. Carta vini lazio
Carta dei vini del Lazio

L’ottanta per cento dei vini che si producono nel Lazio è bianco, anche se il restante venti per cento costituito dai rossi rappresenta la scommessa del futuro, una vera e propria nuova frontiera. La zona settentrionale della regione, caratterizzata da terreni di origine vulcanica, particolarmente vocati per l’impianto della vite, si divide in diverse sottozone: Orvieto, Colli Etruschi Viterbesi, Vignanello, Tarquinia, Cerveteri e Colli della Sabina. Nei pressi del lago di Bolsena si produce l’Aleatico di Gradoli Doc, un altro vino molto conosciuto, costituito dal cento per cento di uve aleatico, di colore violaceo, spiccata aromaticità in quanto appartenente alla famiglia dei moscati, e buona acidità, ottimo nella versione passito e particolare in quella liquoroso. Fra le altre varietà a bacca rossa coltivate nel Lazio si annoverano: cesanese, nero di Cori, ciliegiolo, sangiovese, montepulciano, merlot, cabernet sauvignon, cabernet franc, syrah e petit verdot.
Altra zona che nell’immaginario collettivo è preceduta dalla fama dei suoi vini
e forse la più importante della regione è quella dei Castelli Romani, che comprende anche Zagarolo, Montecompatri Colonna, Marino, Colli Albani, Colli Lanuvini, Velletri, e soprattutto Frascati, una delle tre Docg del Lazio, assieme al Cesanese del Piglio e al Cannellino di Frascati. Il Frascati Superiore Docg è considerato “il vino bianco di Roma” ed è costituito da minimo settanta per cento di malvasia di Candia e/o Puntinata, dal trenta per cento fra trebbiano, bombino e greco, e dal quindici per cento di altri vitigni a bacca bianca.
In provincia di Frosinone, a Piglio, si produce il Cesanese del Piglio, Docg dal 2008, realizzato con il novanta per cento di cesanese di Affile o comune e dal restante dieci per cento di altre uve a bacca rossa, coltivate su terreni scoscesi di origine calcarea e vulcanica, che contribuiscono a renderlo uno dei fiori all’occhiello della produzione vinicola della regione: dal colore rubino, dai sentori fruttati e speziati, si distingue per struttura e un finale amaricante.
La zona meridionale, che comprende Aprilia, Cori, Genazzano, Cesanese di Olevano Romano, Cesanese di Affile, Latina, Circeo, Nettuno e Piana di Latina, una palude bonificata, vede invece l’affermarsi dei rossi internazionali, realizzati con uve merlot, cabernet sauvignon, cabernet franc, syrah e petit verdot, anche se non manca il Moscato di Terracina. Se il Lazio è quindi da sempre terra d’elezione per i vini bianchi, simboleggiati dai Castelli Romani, il futuro è rappresentato dai rossi, sull’onda delle buona potenzialità del Cesanese del Piglio.
Ed è proprio all’interno dell’area di produzione del Cesanese del Piglio Docg, tra Anagni e Paliano, a una decina di chilometri a sud di Roma, nel cuore della Ciociaria, che sorge l’azienda Casale della Ioria, a circa 400 metri sul livello del mare, in una zona collinare dalle condizioni pedoclimatiche che hanno favorito la sopravvivenza di cloni di vitigni antichi e uliveti, una tradizione che invale sin dai tempi dell’Impero romano.

2. L'azienda
L’azienda

Alla guida dell’azienda Marina Perinelli (in copertina), avvocata, figlia di agricoltori romani, che alla toga ha preferito il lavoro nelle campagne volto alla produzione di vino. Fra le socie dell’Associazione Nazionale Donne del Vino, ha scelto di investire sulla tutela dei vitigni autoctoni, intuendone le potenzialità prima del tempo. Assieme al marito si dedica anima e corpo alla cantina che se all’inizio annoverava una produzione di vino residuale, da affiancare all’olivicoltura – l’azienda produce anche olio extravergine di oliva – dopo varî reimpianti, percorsi di miglioramento e sperimentazione, volti alla salvaguardia delle uve autoctone attraverso metodi sostenibili – stanno convertendo la viticoltura al biologico – oggi produce una delle migliori espressioni di cesanese. In ossequio alla filosofia dell’azienda secondo la quale «un grande vino si produce nel vigneto», la vendemmia avviene ancora a mano, dopo un’accurata selezione dei migliori grappoli, prima di proseguire in cantina attraverso l’uso di tecniche semplici, non invasive, ma praticate in modo rigoroso al fine di garantire il mantenimento dell’identità e della qualità delle uve sino al prodotto finale.

3. La cantina
La cantina

Casale della Ioria produce Passerina del Frusinate, da uve cento per cento passerina; Olivella, realizzato per la prima volta nel 2008 con l’omonima uva a bacca rossa, di cui hanno moltiplicato i cloni, un investimento anche e soprattutto culturale che ha consentito di riscoprire e restituire all’umanità una varietà pressoché dimenticata, e non manca uno spumante metodo Martinotti, fatto con uve cesanese e uno con passerina. Fra gli altri rossi, il Cesanese del Piglio Superiore Torre del Piano Riserva, quintessenza dell’azienda, è prodotto con le uve provenienti da una porzione di vigneto locato su terreni vulcanici: al naso si percepiscono sentori fruttati di ciliegia, ribes, lamponi, more, che affiancati da rosa, viola, erbe aromatiche e note balsamiche che ricordano il profumo della macchia mediterranea, poi vira su toni più profondi di cacao e tabacco. Il sorso è dinamico, fresco e morbido allo stesso tempo, si allunga nel finale con ritorni speziati. Un vino rosso eccellente in un panorama da sempre dominato dai vini bianchi che è sintomatico di una controtendenza non solo dell’azienda ma della regione tutta, di cui la perspicacia di Marina è promotrice, secondo l’arte del tessere e del mettere insieme propria delle donne, che le ha consentito di recuperare una tradizione millenaria, tenerla in vita e restituirla attraverso i suoi vini al tempo presente e futuro.

4. I vini
I vini

 

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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