La fossa dei dragoni

«Noi cinesi siamo tutti uguali, indistinguibili. Non facciamo altro che lavorare. Mangiamo i cani, sputiamo per terra (…) nei musei ci muoviamo in gruppo e comitive. Non moriamo mai. Non ci vedete nei vostri ospedali, nelle vostre scuole, nei vostri cimiteri. I nostri prodotti sono sinonimi di scarsa qualità. Venite da noi quando volete comprare qualcosa che costi poco e valga altrettanto; quando non sapete cosa fare con i vostri telefonini. O quando volete mangiare ravioli. E quello che sapete su di noi è per la maggior parte falso!». Se Zhang Changxiao, noto ai più col nome d’arte Sean White, avesse pubblicato il suo La costellazione del dragone qualche anno prima, mi avrebbe sicuramente sollevata dall’imbarazzo che mi hanno provocato alcune interazioni sostenute nei primi anni della mia carriera. Quando i formatori alludono alla “fossa dei leoni” in cui si viene catapultati la prima volta in cui si entra in classe in qualità di insegnanti di italiano a stranieri, ci viene da sorridere o ironizzare sull’esasperazione intangibile del paragone. Eppure, mai allusione sarebbe meno eufemistica! Più che una fosse di leoni, la mia si è trattata di una fossa di dragoni. La mia prima esperienza di insegnamento è avvenuta in classi di giovani apprendenti sinofoni, da poco approdati a Roma, che iniziavano a interfacciarsi con lo studio della nostra lingua per la prima volta. Ciò che a prima vista mi colpì maggiormente fu la loro postura, o meglio, posizione oppressa: rannicchiati sulla sedia, con le spalle ritratte e quella leggera torsione del busto teso all’indietro. Totalmente spiazzante per un’insegnante alle prime armi. L’aver passato in esame tutta la bibliografia ingurgitata per preparami a questo primo giorno non mi aiutò in alcun modo. Decisi di affidarmi all’istinto: feci la buffona. Mi resi subito conto che alla mia goffaggine rispondevano con quale risolino a mo’ di canzonatura, e piano piano, come il bruco evolve in farfalla, cominciarono a sciogliersi. Eureka! Fu un attimo che mi travolsero con il loro entusiasmo, arrivando persino a prendermi in contropiede con manifestazioni culturali assai lontane dalla mia cornice di riferimento: ad esempio, facendo innocentemente «del cul trombetta», per usare un dantismo. Ma l’istinto può supportarci solo in una prima fase esplorativa dell’altro, l’empatia e la propensione a costruire una relazione sociale ha reso possibile la fruizione dei miei contenuti didattici, linguistici e culturali. Da quel dì, di altre simili manifestazioni, cominciai a chiedermi il perché, piuttosto che arroccarmi in una semplicistica connotazione afferente all’esotismo. Così, progressivamente, la Cina non mi è sembrata più così distante, e alcuni degli stereotipi che avevo costruito nel tempo sono crollati uno dopo l’altro. Ho imparato che un sorriso può celare un profondo imbarazzo; il silenzio scaturito da una domanda diretta non dimostra che la studentessa o lo studente non abbia una risposta, ma che, al contrario, tema di esprimerla per paura del 面子 diū miànzi, il perdere la faccia (avere miànzi significa mantenere un certo prestigio agli occhi degli altri e a mantenere salda la complessa rete relazionale che si stabilisce nella società cinese), commettere un errore in pubblico risulterebbe quantomeno esecrabile; ho sempre creduto che i miei studenti e studentesse capissero tutto poiché rispondevano sempre di sì, invece, ho imparato che riferire di non aver capito in Cina è come insultare l’insegnante per non aver saputo svolgere il suo lavoro; «i cinesi imparano tutto a memoria» assume nuovi risvolti se si considera che la memorizzazione è uno dei processi cognitivi alla base del metodo didattico della scuola cinese. La Cina ha una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone ed è composta da 56 gruppi etnici e minoranze che la rendono un vero e proprio paese multietnico e multilinguistico. Allenare la mente e praticare una comunicazione empatica non ci permette solo di ridurre le distanze, ma di viaggiare alla scoperta dell’altro, pur rimanendo nello stesso luogo. 

 

Articolo di Flavia Funari

FF

Insegnante di lingua e cultura italiana a stranieri. Lavora con apprendenti di vari profili e nazionalità, in particolare sinofoni e migranti. Formatrice nell’ambito della didattica per competenze, si occupa di inclusione, (inter)cultura e plurilinguismo.

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