Una finestra sul pensiero

 

Pensate ad una giraffa sui pattini, che riflette sul significato della propria esistenza nel confessionale del Grande Fratello. Probabilmente, se avete condotto una esistenza sana e regolare, non avrete mai fatto un pensiero simile nel corso della vostra vita, ma in questo momento, attraverso le parole che ho scritto e che avete letto, abbiamo scambiato un pensiero. In vero, gran parte del pensiero passa attraverso la lingua e anche quando pensiamo “a mente” lo facciamo in forma linguistica. Non si intende certo affermare che in assenza di lingua non vi sia pensiero (d’altronde a chi non è mai capitato di sentire per la prima volta una canzone o di leggere un passo di un libro che formulava alla perfezione un pensiero che già albergava in sé, ma in una forma embrionale che ancora non aveva trovato la giusta formulazione linguistica?), ma è pur vero che in assenza di una formulazione verbale coerente e lineare vi è sempre un pensiero confuso: lo hanno ben presente generazioni di studenti e studentesse che, almeno una volta nel corso della propria carriera scolastica, si sono trovati nelle condizioni di improvvisare un’interrogazione in assenza di un’adeguata e approfondita mole di studio. Fin qui abbiamo parlato del legame imprescindibile che unisce lingua, rigorosamente al singolare, e pensiero, ma attualmente nel mondo si parlano all’incirca settemila lingue diverse. Bisogna dunque chiedersi se parlanti di lingue diverse pensino diversamente. Le lingue de-finiscono (in senso etimologico, dal latino finis, “confine”) la realtà, cioè la circoscrivono e la delimitano. Ogni lingua, nei processi di significazione, seleziona aspetti della realtà sufficientemente salienti da meritare una discriminazione e li incasella nelle categorie. Ciò significa che in ogni lingua è insita una particolare visione del mondo e dunque che, se ogni lingua è portatrice di un determinato sguardo sul mondo, attualmente nel globo esistono all’incirca settemila modi diversi di vedere le cose. In Australia, Africa e Amazzonia, ad esempio, esistono lingue che non hanno numeri: non vanno, cioè, oltre al concetto di “uno”/”piccola quantità”, “due”/”quantità di poco maggiore” e “molti”. Tra queste, notevole è il caso del pirahã, la lingua dell’omonima popolazione amazzonica di cacciatori-raccoglitori studiata per la prima volta dall’etnolinguista Daniel Everett. Costui incontra i/le Pirahã negli anni ’70 con lo scopo di tradurre la Bibbia e convertirli/e al cristianesimo, ma le cose non vanno esattamente come aveva pianificato: dopo trent’anni di convivenza con la popolazione, Everett impara la lingua, perde la fede e i rapporti con la sua famiglia si incrinano. Il caso della popolazione dei/delle Pirahã è particolarmente interessante poiché, a differenza dei/delle parlanti di altre lingue che non possiedono numeri, gli sforzi profusi da Everett nell’insegnargli a contare in portoghese fino a dieci si rivelano sostanzialmente vani. Va da sé, che il fatto di nascere in una comunità che abbia come strumento espressivo una lingua priva di numeri ha importanti conseguenze sul piano cognitivo a livello di gestione della quantità: i/le Pirahã, che hanno difficoltà nel riprodurre sequenze di oggetti posti su un tavolo al superamento delle tre unità, sono svantaggiati/e negli scambi economici e impossibilitati nello svolgere anche le operazioni matematiche più elementari. I/le Pirahã non hanno gli strumenti linguistici per contare e, semplicemente, non lo fanno: non ne hanno bisogno, poiché evidentemente discriminare precisamente le quantità non è un tratto giudicato sufficientemente saliente da meritare un discrimine linguistico. La lingua incide profondamente nel modo di categorizzare lo spazio e il tempo. La lingua italiana considera il/la parlante come centro, misura e riferimento dello spazio circostante (utilizza cioè un frame di riferimento relativo), dunque un enunciato come “mi passi la penna alla tua destra?” risulta perfettamente formato e sensato. La lingua della comunità aborigena australiana dei/delle Kuuk Thaayorre, invece, è meno tracotante, concepisce l’essere umano come transitorio nello spazio e utilizza un frame di riferimento assoluto basato sul cosmo (un/una Kuuk Thaayorre per chiedere la penna produrrà un enunciato che ad un orecchio italiano suonerebbe all’incirca come “mi passi la penna a nord-est?”). Lo spazio occupa un posto privilegiato nella lingua e nel sistema cognitivo, al punto che le persone si servono delle loro conoscenze spaziali per costruire altre rappresentazioni più complesse e astratte (basti pensare alle metafore spaziali impiegate per descrivere le emozioni, i numeri, l’intonazione musicale e le relazioni di parentela). Il tempo stesso è prevalentemente concettualizzato in termini spaziali. Un parlante italiano concepisce il tempo come una progressione lineare, si posiziona sulla linea del tempo e discrimina un prima e un dopo: il presente è qui, il passato alle nostre spalle e il futuro davanti a noi. Per i/le Kuuk Thaayorre, al contrario, la successione cronologica segue il ciclo del sole, incede dunque da est a ovest. La scienziata cognitiva Lera Boroditsky, a cui si devono gli studi sulla popolazione, in un celebre esperimento ha chiesto ad un gruppo di parlanti indigeni di ordinare nella giusta successione cronologica le fotografie di una persona ritratta dall’infanzia all’anzianità. Compito oltremodo banale per dei/delle parlanti italiani/e, che disporrebbero le immagini, senza indugio ed eccezione alcuna, in una sequenza orizzontale orientata verso destra, seguendo la direzione di un’immaginaria linea del tempo. Ben più articolato è il sistema adottato dai/dalle Kuuk Thaayorre. Dai risultati dell’esperimento emerge come i/le parlanti ricostruissero la corretta sequenza cronologica a seconda di come fossero orientati nello spazio: se orientati/e a nord o a sud ordinavano le foto disponendole rispettivamente da destra verso sinistra o da sinistra verso destra, se orientatati/e ad est o ad ovest disponevano le immagini in una successione direzionata rispettivamente verso il proprio corpo o in senso contrario. Le differenze linguistiche, nel modo di pensarsi e collocarsi nello spazio e nel tempo, tra la nostra lingua e il Kuuk Thaayorre non sono solo  sostanziali a tal punto da indurci a chiederci se vediamo il mondo allo stesso modo, ma sono talmente pervasive a livello cognitivo che i/le Kuuk Thaayorre sviluppano capacità di orientamento talmente sopraffine da non sembrare possibili per il genere umano. A lungo si è pensato che le lacune del nostro orientamento rispetto ad altre specie animali fossero imputabili a questioni di ordine biologico, ma, come dimostra il caso del Kuuk Thaayorre, sviluppare un senso dell’orientamento di gran lunga superiore rispetto alla media è tutt’altro che un’utopia se si è parlanti di una lingua che ci allena in tal senso. Ogni lingua, dunque, è come un paio di occhiali di un modello unico e irripetibile, che indossiamo dalla nascita e che ci restituisce una particolare e parziale visione del mondo: in tal senso conoscere e padroneggiare più lingue significa avere a disposizione una collezione di occhiali diversi da sfoggiare all’occorrenza e quindi accedere a diverse possibili declinazioni della realtà. Questa brevissima incursione nella linguistica cognitiva ci permette di comprendere come le parole non siano “solo” parole, con buona pace di Noemi e Mina, e di guardare alla lingua come una finestra sul pensiero. 

 

Articolo di Micol Megliola

foto.jpgConseguita la maturità classica, scelgo di studiare Lettere. Durante gli anni universitari scopro la linguistica e decido di farne la mia specializzazione. Lo studio del linguaggio sembra essere cucito su di me, mi calza a pennello e mi permette di penetrare la superficie umana per sondarne le profondità più recondite. Amo i manga e l’animazione giapponese, il trash in tutte le sue espressioni, le chiacchiere di circostanza con gli sconosciuti e il tonno in scatola

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