Le città sono anche delle donne

Quando ero una studentessa universitaria e vivevo a Padova, ogni mattina mi svegliavo, guardavo fuori dalla finestra, sorridevo se c’era il sole, maledicevo il mondo se pioveva. Dopo il caffè scendevo, montavo in sella alla mia bicicletta e partivo. Per raggiungere l’aula dove facevo lezione impiegavo circa dieci minuti, in relazione a quanto caffè avevo bevuto. Uscivo da via Ferdinando Lori (ingegnere elettrotecnico), giravo a destra in via Fabrici Girolamo d’Acquapendente (anatomista, chirurgo e filologo). Dopo la rotonda, al primo incrocio proseguivo verso sinistra e, passando per altre due vie, arrivavo a Prato della Valle, dove di solito facevo una pausa. Infatti, per magia, il semaforo era sempre rosso. Dopo aver salutato tutte le 78 meravigliose statue che circondano la piazza, ognuna rappresentante una figura maschile, percorrevo via Luca Belludi (religioso), passavo di fronte alla chiesa di Sant’Antonio e giravo un’ultima volta a sinistra in via del Santo. Dopo 400 metri mi trovavo davanti a Palazzo Ca’ Borin, parcheggiavo la bici ed entravo in aula. Ero quasi sempre puntuale (e sudata) e un po’ più sveglia grazie all’aria fresca della mattina.                                                                                                                        Per la prima volta in assoluto analizzo questo tragitto e mi rendo conto che le vie su cui sfrecciavo distrattamente in bicicletta ogni mattina, sono tutte intitolate a uomini. Provate anche voi a fare un tentativo: analizzate le strade che percorrete quotidianamente, probabilmente arriverete alla mia stessa conclusione. La verità è che le vie delle nostre città sono quasi tutte intitolate a uomini. L’ho imparato durante l’intervista che ho avuto il piacere di fare con Maria Pia Ercolini, presidente dell’associazione Toponomastica femminile. Il primo dato di cui mi ha messo al corrente è che l’indice di femminilizzazione delle vie in Italia (cioè il rapporto matematico tra vie dedicate a donne e quelle dedicate agli uomini) si aggira intorno al 7,8%, il che significa che di 100 vie meno di 8 sono dedicate alle donne. Un indice bassissimo. In più, Ercolini ha aggiunto che, la maggior parte delle volte, quando le vie sono intitolate a rappresentanti femminili, si tratta per lo più di religiose, sante, beate o figure mitologiche. Però, noi lo sappiamo bene, le donne non sono solo vergini, né tantomeno creature mitologiche (anche se alcuni uomini continuano a pensarlo). La popolazione femminile è composta da un alto numero di figure illustri (scrittrici, intellettuali, attrici, scienziate, ecc.), che sono tuttora sottorappresentate, dal momento che nell’immaginario comune hanno sempre avuto un’importanza secondaria a quella degli uomini. Ercolini ha commentato tali dati evidenziando come questo produca importanti conseguenze rispetto al valore che si attribuisce alla donna nel nostro contesto sociale: «le donne sono prevalentemente sante o vittime, sono oggetti, non hanno dato nessun contributo alla società e diventano in assoluto marginali rispetto al valore sociale che esse hanno».           In generale, l’obiettivo principale di Toponomastica femminile è quello di premere affinché i comuni d’Italia diano più visibilità alle donne nello spazio pubblico, per esempio sollecitandoli ad intitolare più vie a figure femminili. Il progetto negli ultimi anni si è ampliato, vorrebbe infatti tendere all’internazionalizzazione, ed è diventato sempre più attivo, soprattutto grazie al lavoro di tante collaboratrici che vi hanno preso parte in tutta Italia. Il lavoro ha raggiunto risultati tali che gli è stato conferito anche un riconoscimento a livello europeo, ovvero il primo Premio per la società civile del Cese (Comitato economico e sociale europeo). Il progetto è nato grazie “all’illuminazione” della sua presidente, Maria Pia Ercolini. Maria Pia vive a Roma, fino all’anno scorso è stata professoressa di geografia ed è da sempre appassionata di didattica di genere. Un giorno, mentre percorreva con la sua classe il centro di Roma alla ricerca delle “tracce delle donne”, una sua alunna stanca di camminare per tutta la città e le sue sette colline, le disse: «Ma professoressa dove stiamo andando? Non vede che tutte le vie sono degli uomini?». Da qui le si aprì un mondo e iniziò l’avventura di Toponomastica femminile. Per prima cosa studiò la situazione nella capitale, osservando che, come aveva intuito anche la sua alunna, c’era un’evidente sottorappresentazione del mondo femminile. Successivamente, nel 2012, aprì la pagina Facebook “Toponomastica femminile”, grazie alla quale, attraverso la condivisione di immagini e testimonianze provenienti da tutta Italia, poté confermare che il problema non era circoscritto a Roma, ma era anzi capillare in tutto il territorio nazionale. Fu poi deciso di avviare un censimento di tutte le vie di tutti i comuni d’Italia, con l’obiettivo di esaminare e divulgare il loro indice di femminilizzazione. Nella pagina web dell’associazione si possono verificare i dati per ciascun comune: numero delle vie intitolate agli uomini e alle donne, e – nell’ultimo caso – se sono dedicate a figure religiose o di altro tipo (letterate, storiche, politiche ecc.). Questo lavoro meticoloso non è stato semplice da portare avanti, anche perché – racconta Ercolini – a volte i comuni possono essere restii a consegnare gli stradari, oppure non ne hanno di aggiornati. Inoltre, in seguito al lavoro di analisi dell’indice di femminilizzazione, si è voluto anche agire concretamente per portare un cambiamento nella toponomastica italiana. Si pensarono dunque ad alcune proposte per stimolare l’intitolazione di vie a delle donne, come l’iniziativa “8 marzo 3 donne 3 strade” – ideata per celebrare la Giornata internazionale della donna – attraverso cui Toponomastica femminile ha invitato molti comuni ad intitolare tre delle loro vie a tre figure femminili. In questi anni è stata constatata la nascita di alcune buone pratiche. Per esempio, De Magistris, il sindaco di Napoli, ha deciso che per ogni deliberazione della commissione toponomastica, ci dovrà essere sempre una via in più intitolata a una donna rispetto a quelle intitolate agli uomini: un modo piuttosto semplice per cominciare a ridurre il divario di genere. A Rovigo, invece, in ogni cartello dedicato ad una donna è stato inserito anche il QR Code in modo che i passanti possano scaricare e leggere la biografia estesa. Le nuove intitolazioni hanno però anche alcuni aspetti negativi, in particolare legati alla zona in cui si trovano: la maggior parte delle volte infatti, trattandosi di strade nuove, si trovano nelle periferie delle città. In questo modo, le donne vengono ancora una volta marginalizzate. Per rispondere a questa problematica, Ercolini suggerisce che una soluzione potrebbe essere quella di lavorare negli spazi verdi, dedicando alle donne un parco, un giardino o anche un’aiuola: in questo modo, non solo porteremmo più nomi femminili nei centri delle città, ma ci sarebbe anche tutto lo spazio per utilizzare delle targhe abbastanza grandi dove oltre al nome sia possibile includere anche la storia e la biografia della persona a cui sono dedicate. Trattando il tema della visibilità della donna nello spazio pubblico, il lavoro svolto da Toponomastica femminile è molto ampio. Anche se per la maggior parte delle volte non ce ne rendiamo conto, la città, le sue vie, i cartelloni pubblicitari, come è organizzato lo spazio, fino ai segnali stradali, non sono neutri, ma definiscono in qualche maniera il ruolo e la figura della donna. A questo riguardo, Maria Pia ha utilizzato come esempio il segnale stradale che si trova fuori dalle nostre scuole (quello che indica la presenza degli scolari). La sua descrizione mi è parsa rivelatrice: «il bambino trascina verso la scuola la bambina (che sta dietro), quasi a dire che se non ci portasse un uomo saremmo tutte delle analfabete. Ma la cosa più assurda è che lui ha una cartella gigante per mettere dentro tutta la sua conoscenza, mentre la bambina ha una borsetta piccolissima, dentro forse ci sta solo un pettinino e uno specchietto, ci può entrare un libro lì dentro?». Ercolini ha sottolineato al riguardo che «questa immagine si trova di fronte a tutte le scuole, dall’asilo alle superiori, e può avere un impatto molto forte sui bambini e le bambine. Se fin da piccoli si abituano a vedere immagini come queste, è facile che si identifichino, che le interiorizzino fino a farle diventare la normalità». Per questo, un’altra importantissima attività svolta da Toponomastica femminile è quella di lavorare nelle scuole, a partire dalle materne fino alle università, affinché alunni e alunne possano formare la propria opinione sulle questioni relative alla parità di genere. Ercolini ritiene inoltre che «in questi anni ci sia stata una regressione invece di una evoluzione. Piano piano le donne hanno acquisito più libertà e diritti, e adesso non riconoscono la discriminazione che soffrono. Anche la scuola è fatta per favorire l’obbedienza. Le ragazze si rendono conto degli atti discriminatori di cui sono vittime solo quando affrontano la realtà o il mondo del lavoro». Per esempio, durante i laboratori nelle scuole, quando si parla del tema della lotta per il doppio cognome, le ragazze generalmente proteggono i compagni, dicendo frasi come «poverini, e se gli togliamo anche questo?» oppure «se togliamo il diritto ai padri di dare il proprio cognome al figlio/a non gli rimarrà nessun motivo per dedicarsi a lui/lei». Questi quesiti dovrebbero farci riflettere su tutte le implicazioni che emergono nel momento in cui una donna non riesce a riconoscere le problematiche riguardanti l’autonomia e l’uguaglianza di genere. Un’altra battaglia portata avanti da Toponomastica femminile riguarda la lingua di genere, soprattutto per le professioni. Per Ercolini questo punto è fondamentale perché «finché non abbiamo il coraggio di farci chiamare per quello che siamo, non sarà possibile far riconoscere il nostro genere. La stessa cosa successe alle prime donne che viaggiavano: dovevano vestirsi come uomini per poterlo fare». Lei stessa però riconosce il fatto che non tutte le donne hanno questa consapevolezza: non tutte si rendono conto dell’importanza di utilizzare il genere femminile per le professioni, infatti «non è sufficiente essere donna, bisogna avere una cultura di parità di genere».                                                                                                                Non so se anche a chi sta leggendo l’articolo faccia capolino nella mente questa domanda, ma per me è stato abbastanza spontaneo durante l’intervista chiederle: «e noi, che cosa possiamo fare per aiutarvi?», Ercolini mi ha risposto che la cosa più importante è «continuare a chiedere ai comuni gli stradari per poter aggiornare il censimento e utilizzare i mezzi di comunicazione per dare visibilità al tema. Infatti, le amministrazioni prestano molta attenzione agli articoli che vengono scritti su di loro sul tema del divario di genere e così a volte, per propria volontà, decidono di intitolare nuove vie alle donne». Quando ormai la nostra chiacchierata stava per terminare, le ho chiesto come dovrebbe essere la sua città ideale. Ercolini mi ha risposto che la sua città ideale «deve essere co-progettata dalle donne. Dobbiamo iniziare da là. Pensare a come mettere le panchine in un parco o i lampioni nelle vie, come progettare la fermata del bus. Per gli uomini è difficile pensarci perché gli manca la prospettiva di genere. Tutto deve essere co-progettato: lo spazio pubblico riguarda moltissimo la donna ed è necessario che possa dare il suo contributo a tutte le decisioni. Spesso sono i dettagli che determinano la qualità della vita».  La conversazione con Maria Pia Ercolini è stata rivelatrice. Molte volte, spostandoci da un posto all’altro delle nostre città, non ci fermiamo ad osservare i dettagli, a capire perché alcune cose non funzionano, né a come potrebbero essere migliorate. Potremmo continuare a camminare con “gli occhi chiusi”. Ma le figure che ci guidano, sono per la maggior parte uomini. La cosa migliore sarebbe toglierci la benda dagli occhi, iniziare a guardarci attorno, prendere consapevolezza, dare la nostra opinione e, soprattutto, lottare perché venga ascoltata.                                                            Quando ho chiesto a Maria Pia come abbia fatto a prendere consapevolezza di tante cose, mi ha risposto che la sua fortuna è stata quella di nascere ribelle. Quindi, non dobbiamo preoccuparci se non siamo nate ribelli o se abbiamo bisogno di un altro po’ di tempo per diventarlo, dobbiamo solo farci guidare dalle nostre compagne che già lo sono, fino a che non ci trasformeremo anche noi in donne ribelli.

 

Articolo di Giulia Piva 

Foto_Giulia Piva.200x200

Laureata in Human Rights and Multi-level Governance. Da sempre interessata e attiva nel mondo del sociale. L’amore per il viaggio l’ha portata a impegnarsi anche al di fuori dei confini nazionali (Bolivia, Cipro, Messico, Ecuador). Le piace passeggiare lungo le stradine di campagna della sua regione, il Veneto.

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