Narrazioni. Concorso nazionale Sulle vie della parità

Introduzione

Pubblichiamo in questo numero gli ultimi due degli otto racconti scelti tra quelli giunti dalle scuole del Nord Ovest che hanno partecipato alla sezione Narrazioni del Concorso nazionale Sulle vie della parità, e che avrebbero dovuto essere premiati a Torino il 9 marzo. Il primo racconto, che prende l’avvio dall’incipit n. 2 (di Adil Bellafqih), è intitolato Il giorno della svolta, e ha ottenuto il “Premio per i lavori di gruppo”, ex aequo. Nasce dalla collaborazione di sei studenti della classe IV M dell’Istituto Vincenzo Benini di Melegnano, che hanno lavorato sotto la guida della professoressa Valeria Pilone. Il gruppo ha ideato un protagonista che, inizialmente timoroso nel manifestare il proprio orientamento sessuale, prende via via sicurezza attraverso il sostegno delle persone che lo approvano e finisce per farsi accettare, grazie alla propria determinazione, dai suoi stessi genitori. Una storia a lieto fine, quindi, che rivela un approccio positivo e ottimistico riguardo al problema affrontato, quello del rispetto di ogni scelta. Lieto fine anche nel secondo racconto, che  dobbiamo a una studente della IV T dell’Istituto Agostino Bassi di Lodi, seguita dalla professoressa Monica Rossi. Il lavoro, che ha ottenuto il “Premio per le classi quarte”, ex aequo, partendo dall’incipit n. 3 (di Antonio Bortoluzzi) affronta in modo semplice e lineare un tema importante, quello della crudeltà dei gruppi nei confronti di chi, per qualche motivo, sia o appaia “diverso”. Anche in questo racconto la soluzione positiva giunge attraverso il rapporto con alcuni coetanei con cui il protagonista condivide un suo interesse. Significativo il fatto che in entrambi i racconti si sottolinei l’importanza, nell’adolescenza, della buona relazione, unica via per giungere alla conoscenza e all’accettazione di se stessi. Ogni docente d’altra parte sa che le interazioni tra studenti e con l’insegnante sono un elemento indispensabile per la crescita culturale e personale delle/degli adolescenti; è bene tenerlo a mente sempre ma soprattutto in questi tempi, in cui la necessità ha costretto le scuole alla  didattica a distanza. Questo sistema, se è un surrogato accettabile in un momento particolare, non può certo sostituire la lezione diretta, nell’aula scolastica o altrove ma rigorosamente in presenza dell’insegnante e del gruppo-classe al completo. È possibile che in molte realtà lavorative il lavoro a distanza, anche dopo la fine dell’epidemia in atto, sia incrementato, forse anche con qualche vantaggio, ma di sicuro non può essere un’opzione valida per la scuola, proprio per la specificità della sua funzione.

Il giorno della svolta

Incipit n. 2

Alex scelse il mercoledì perché entrambi i genitori avevano il turno del mattino. I vicini probabilmente avrebbero sparlato in giro, poteva scommetterci, ma il dopo era il dopo. Quel che contava era l’adesso e adesso non voleva che i suoi lo vedessero vestito così. Come minimo sarebbero sbiancati, senza contare che avrebbero cercato di fermarlo. E se avessero cercato di fermarlo, probabilmente Alex avrebbe ceduto. Ci sarebbero state lunghe, interminabili discussioni in cui avrebbero pianto a turno e poi… E poi. I pianti sarebbero venuti in ogni caso e magari anche i rimorsi, chissà, perché quella che stava per fare era una bella cazzata, ma andava fatta. Lo doveva a se stesso. Alex guardò l’orologio, prese il coraggio a due mani e uscì conciato in quel modo. Non vide nessuno: questo gli diede la forza di mettere il primo piede fuori casa. Poi, con coraggio, anche il secondo. Adesso stava lì, ritto, un po’ spaventato, un po’ impaziente di trovare la volontà che gli avrebbe permesso di compiere gli altri passi. Dopo qualche minuto, azzardò. Si guardava attorno timoroso: c’erano persone che non avrebbe voluto incontrare, ad esempio i suoi genitori. Glielo dicevano sempre:  “Ma come ti vesti?” ,“Via quel rosa, è da femmine!”, “Copriti il petto, non hai nulla da mostrare.” Quei rimproveri se li sentiva nella testa. Indossava ciò che avrebbe sempre voluto indossare, ma non ne andava fiero. Una camicetta di raso rossa, aperta fino al quarto bottone; un paio di jeans color nocciola, a vita alta, stretti da una cintura di pelle nera. Per poter creare un contrasto fra colori, aveva pensato Alex. Ai piedi un paio di stivaletti con i tacchi e un cappotto lungo fino alle ginocchia, dello stesso colore della cintura. Infine, sull’orecchio un piercing. Lo aveva acquistato in un negozietto, bastava fissarlo al lobo e avrebbe potuto sembrare reale. Infatti lo sembrava. Alex rifletteva su di sé. Nella sua bolla andava tutto bene, tutto era perfetto; poi però doveva confrontarsi con la realtà. “Ciao Alex!” Eccola, la realtà: per fortuna era Chiara, la sua migliore amica. Una bellissima ragazza. Lei lo aveva sempre capito, gli era sempre stata accanto. E anche in quel momento Alex era sicuro che avrebbe fatto lo stesso. Chiara lo squadrò un attimo dall’alto al basso: nemmeno lei era abituata a vederlo conciato in quel modo. Alex si imbarazzò un poco. “Ma sei bellissimo!” esclamò Chiara. “Poi mi dici dove hai preso quegli stivali, vero?” e si mise a ridere. E Alex non poté fare diversamente. “Sono di mia mamma” disse, e subito abbassò lo sguardo. Chiara allora propose di andare in un bar e Alex accettò. Durante il tragitto lui le spiegò le motivazioni che lo avevano spinto a vestirsi in quel modo. E concluse confessando: “Sono stanco”. Perché sì, Alex lo era davvero. Era stanco di nascondersi. Era stanco di ascoltare sempre i soliti giudizi. Era stanco di essere stanco, e voleva cambiare le cose. Chiara, come sempre, lo capì subito e gli promise di stargli accanto nell’impresa. Giunsero al bar, entrarono e Alex fu travolto da un’ondata di occhiate e bisbiglii. Tutti, tranne uno, lo squadrarono con un’aria poco amichevole. A quel punto Alex non era sicuro di poter sopportare quegli sguardi, che sentiva troppo pesanti sopra i suoi vestiti leggeri. Vacillò  un momento, indeciso sul da farsi, ma sentì la mano di Chiara sulla sua spalla che lo incoraggiava. Si sedettero e ordinarono. Alex si sentiva soffocare e stava quasi pensando di andarsene,  quando intercettò uno sguardo non giudicante: era un ragazzo che lo osservava con ammirazione, quasi a volergli dare il coraggio di rimanere seduto lì. Chiara cercò di far risalire l’amico dagli abissi della mente nei quali era sprofondato e ruppe il ghiaccio: “Allora, che grande cambiamento oggi! Mi piaci un sacco vestito così, la camicia ti sta d’incanto!”. Alex fece un timido sorriso e rimase in silenzio. Guardò di nuovo nella direzione di quel ragazzo e lo sorprese a fissarlo. Chiara se ne accorse e si voltò. “Lo vedi quello che mi fissa?” chiese Alex. “Si, lo vedo. E so anche chi è” rispose la ragazza. Quel giovane si chiamava Daniele. Anche lui, come Alex, aveva provato l’ostilità delle persone che sono capaci solo di giudicare e mai di comprendere. Dopo un po’ Chiara ed Alex pagarono e uscirono dal locale, imboccando la strada di casa. Ma ben presto si ritrovarono davanti i genitori di Alex, che rimasero sbigottiti alla visione del figlio. Era il momento della verità e Alex quasi svenne: lo sguardo sdegnato di sua madre e di suo padre lo fecero sentire come un insetto da eliminare. “Stupido per aver creduto di poter essere libero” pensò. Chiara gli lanciò uno sguardo dispiaciuto: non avrebbe voluto lasciarlo nella tana dei lupi. Ma al tempo stesso non poteva restare; così gli diede un bacio sulla guancia, fece un piccolo sorriso ai suoi genitori e si incamminò verso casa sua. “Si può sapere che ci fai vestito in questo modo, Alex?” chiese la madre. Non sapendo cosa fare o dire, decise che rimanere in silenzio sarebbe stata la scelta più saggia. “Hai sentito cos’ha detto tua madre? O sei sordo?” alzò il tono suo padre. “Quindi è così, Alex? Sei davvero uno di quelli là?”.  Finalmente decise che era il momento di parlare. Dopotutto, pensava che quello sarebbe stato il giorno della svolta. “Mamma, papà. Io vi amo. Non mi avete mai fatto mancare niente e ve ne ringrazio. Ma questo non mi basta più. Sono gay. Sono stanco di non poter essere chi sono davvero”. Tirò un profondo respiro ma lo aspettava una reazione agghiacciante. “Torna a casa e restaci, finché non sarai più sicuro delle tue parole”. Nulla di più. E tornò da solo. Ogni parola di quella frase fu come una pugnalata al cuore. Si girò e iniziò a correre, fino a che non si sentì stanco e rallentò. D’un tratto avvertì su una mano una goccia, poi un’altra e sentì tuonare. Alzò il cappuccio e iniziò la camminata verso il locale più vicino per potersi riparare. Allungò il passo perché si stava bagnando troppo e raggiunse il portico del bar. C’era una persona già vista, seduta proprio là. Era Daniele. “Entriamo nel bar?”. Alex sentiva il bisogno di un amico e non ci pensò due volte a rispondere di sì. Ordinarono qualcosa da bere e, mentre chiacchieravano, si resero conto di essere più affini di quanto pensassero. A quel punto Daniele iniziò a raccontare come aveva scoperto la propria omosessualità e come lo aveva confessato alla sua famiglia. “Me ne sono reso conto quando avevo circa 14 anni. Provavo un forte interesse verso il mio migliore amico, che dopo averlo saputo decise di non parlarmi più e chiudere definitivamente la nostra amicizia. Ci sono rimasto molto male ma fortunatamente, dopo un anno, ho trovato il mio primo amore e il caso ha voluto che mia mamma vedesse sul telefono la foto di un nostro bacio. Mamma ne ha sofferto tanto ma è stata l’unica della famiglia ad appoggiarmi. Grazie a lei sono riuscito a mostrarmi per quello che sono, anche se venivo criticato, giudicato e a volte minacciato. Ma con il tempo ho imparato ad accettarmi e a comprendere che questo sono io e che non voglio essere nessun altro.” Poi continuò: “Ho una storia difficile alle spalle ma voglio rilassarmi, voglio innalzarmi, voglio bucare l’aria come un velocissimo razzo”. Ad Alex brillarono gli occhi perché con quella frase Daniele era riuscito a fargli intravedere un modo diverso di concepire la vita. In un clima di confidenza, Alex decise di raccontare la sua esperienza. “Lo sapevo, lo sapevo da sempre ma non ho mai voluto ascoltarmi; facevo finta di niente e ignoravo la mia vera identità”. Si fece tardi e sarebbero andati avanti a parlare per ore, ma c’era una questione che Alex doveva risolvere. Ed era pronto ad affrontarla, perché sapeva di non essere solo. Non più, ormai. Alex tornò a casa e vide i suoi genitori seduti al tavolo che cenavano, decise di sedersi con loro e di liberarsi del suo più grande peso. Era molto agitato ma raccolse tutta la sua forza e iniziò a parlare: “Oggi ho avuto modo di pensare a ciò che sono realmente. Non me ne vanto, non cerco ammirazione, né voglio essere sotto i riflettori per questo. Non è una cosa che faccio per gli altri. È una cosa che faccio per me. Non voglio più rinunciare a me stesso.” Alla fine di queste parole cadde il gelo in quella stanza. La madre scoppiò a piangere e Alex pensò che per lui fosse la fine, la fine della sua relazione con i suoi genitori. La madre poi prese a parlare e disse che sarebbe stato difficile da accettare e che avrebbe richiesto tempo e sforzi. Non riuscì a dire nient’altro. Volle solo stringerlo a sé. Alex a quel punto tirò un sospiro di sollievo e guardò suo padre. Dapprima suo padre non lo degnò di uno sguardo, sembrava non sapesse che fare.  Poi si alzò e si unì all’abbraccio. Quando, quella sera, Alex si guardò allo specchio, per la prima volta dopo tanto tempo, non provò vergogna della sua immagine riflessa.

Racconto di Luca Digiovanni, Giulia Gaudenzi, Federico Gualtieri, Adriana Lo Cascio, Noemi Martoro, Claudia Mosca, 4M Liceo delle Scienze Umane, I.I.S. V. Benini – Melegnano (MI)

COMMENTO –  Il lavoro rivela, insieme a un approccio positivo, sostanzialmente ottimistico, una certa capacità di raccontare, descrivendo  le azioni, ma anche la psicologia  e le emozioni di Alex; va anche apprezzata l’idea di far entrare nella vicenda altri personaggi e quindi di inserire  il protagonista in una rete di relazioni.  Convincono anche i dialoghi, che a volte hanno la funzione di delineare il carattere dei personaggi (l’amica Chiara, il padre).

 

A cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...